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Il Sud che scompare

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti.

Lo spopolamento delle aree interne italiane, in particolare nel Mezzogiorno, è diventato un fenomeno strutturale, alimentato da bassa natalità, invecchiamento e migrazione giovanile. Senza interventi strutturali su servizi, lavoro e infrastrutture, molti luoghi rischiano di diventare un ricordo del passato.

C’è un’Italia che scompare silenziosamente: è l’Italia delle “aree interne”, ovvero quei territori significativamente distanti dai principali servizi essenziali – sanità, istruzione, mobilità – e in particolare del Mezzogiorno, dove lo spopolamento assume ormai i contorni di un’emergenza strutturale.

Secondo i dati più aggiornati dell’Istat, al 1° gennaio 2025 la popolazione italiana è scesa sotto i 59 milioni, proseguendo una tendenza negativa in atto dal 2014. La dinamica demografica è segnata da un saldo profondamente negativo: nel 2024 si sono registrate appena 370mila nascite, contro quasi 600mila decessi. La fecondità ha toccato un minimo storico: 1,18 figli per donna. Una soglia ben al di sotto di quella che sarebbe necessaria per garantire un ricambio generazionale.

Nel Piano strategico nazionale delle aree interne viene confermato che a soffrire maggiormente questa crisi che colpisce tutto il Paese sono proprio le aree interne, che oggi ospitano circa 13,3 milioni di persone, un quarto della popolazione nazionale. Qui il calo demografico è più accentuato: tra il 2014 e il 2020 la diminuzione è stata del 4,2%, contro l’1,1% dei centri urbani.

E le previsioni sono ancora più allarmanti: entro dieci anni l’82,1% dei comuni delle aree interne sarà in declino demografico; una percentuale che nel Mezzogiorno arriva al 90%, con punte del 92,6% nei comuni cosiddetti “ultraperiferici”, ovvero quei centri che si trovano a una distanza di percorrenza superiore a 75 minuti dal più vicino polo urbano con servizi di istruzione, salute, ecc.

Le cause di questa tendenza sono molteplici ma interconnesse: denatalità, emigrazione giovanile e invecchiamento. La “fuga” dei giovani, del resto, è un fenomeno ormai strutturale: nel 2024 oltre 21mila italiani tra i 25 e i 34 anni, per lo più laureati, hanno lasciato il Paese.

Un numero record, che si traduce in una perdita di capitale umano: 97mila giovani in dieci anni hanno scelto di abbandonare il Bel Paese. E, ancora una volta, a partire sono soprattutto i residenti nelle aree interne del Sud e delle Isole, attratti dai grandi centri urbani del Nord o dall’estero, in cerca di migliori opportunità lavorative o di una migliore qualità della vita.

La crisi demografica ha molti effetti diretti o “collaterali” sulla tenuta sociale dei territori che sono sempre di più abitati prevalentemente da persone anziane e privi di ricambio generazionale.

Secondo l’Istat, oltre il 36% delle famiglie italiane è composto da persone sole, mentre solo il 28% sono coppie con figli. In molti comuni, specialmente in quelli periferici e ultraperiferici, si registrano alti tassi di residenti anziani soli o in coppia senza figli.

Un isolamento che diventa ancor più problematico nelle aree interne meridionali, dove il 13% degli anziani è ancora privo di titolo di studio, cosa che rende le persone anziane più vulnerabili sotto il profilo sociale e sanitario. L’invecchiamento è comunque una delle sfide centrali per l’Italia del futuro. La speranza di vita ha raggiunto 83,4 anni, un quarto della popolazione attualmente ha almeno 65 anni, mentre gli ultraottantenni sono quasi 4,6 milioni.

Ma vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio, soprattutto in territori dove i servizi si riducono: tra il 2010 e il 2022, infatti, il 61% degli ospedali nelle aree interne sono stati chiusi (oltre al 43% delle scuole primarie). Il quadro è aggravato dalle disuguaglianze nell’istruzione: tra i 25-64enni, il 67,2% dei residenti nei centri ha almeno un diploma, contro il 61,5% nelle aree interne (la media Ue è dell’80%). Solo il 21,6% è laureato. La dispersione scolastica e la bassa attrattività per investimenti e innovazione condannano molti territori al declino.

Il già citato Piano strategico nazionale delle aree interne parla esplicitamente di “spopolamento irreversibile” e le proiezioni dell’Istat confermano che entro il 2080 la popolazione italiana potrebbe scendere a 46 milioni. Ma a diminuire non sarà solo il numero complessivo degli abitanti: sarà soprattutto la componente giovane a ridursi, rendendo insostenibile il rapporto tra popolazione attiva e anziani.

Un fenomeno che colpisce tutto il Paese, ma con maggiore intensità nel Sud. Invertire la tendenza non sarà facile e il rischio è che senza interventi concreti, molti luoghi rischiano di diventare un ricordo del passato.

Ph. Craco (Basilicata) © Joshua Kettle / CopyLeft

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Michele Lipori

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