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Massacri e retorica: il discorso di Netanyahu su Gaza

di Fabrizio Battistelli

di Fabrizio Battistelli. Università di Roma la Sapienza/Archivio Disarmo

Dalla retorica delle similitudini storiche agli eufemismi più estremi, il governo Netanyahu utilizza un linguaggio che plasma la percezione del conflitto a Gaza. Paragoni con l’11 settembre, Pearl Harbour e persino la Shoah mirano a legittimare scelte politiche e militari controverse. In questa “neo-lingua”, tra propaganda e censura, le parole diventano strumenti di potere e manipolazione.

Sui media riecheggia spesso il termine “retorica”. Un’inflazione che svuota il significato della parola riducendola a semplice sinonimo di sproloquio di questo o quel politico. A restituirle il significato tecnico di “arte del dire efficacemente le cose”, si fanno interessanti scoperte sul modo di ragionare e sugli obiettivi strategici di chi usa questa forma di comunicazione. L’esercizio è particolarmente istruttivo nel caso di Netanyahu e del governo israeliano: due fonti che, per la portata dei fatti di cui sono protagonisti e per l’asprezza con cui sono soliti esprimersi, sono destinati a colpire in profondità l’osservatore.

GLI ARSENALI DELLA RETORICA

Nata per persuadere i cittadini nella democrazia ateniese e proseguita a Roma per persuadere i tribunali, la retorica si avvale di un ampio arsenale di figure, alcune delle quali decadute dall’uso, altre invece vitali e utilizzate ancora oggi. Tra queste ultime un ruolo di primo piano è rivestito da un lato dalle metafore e similitudini e dall’altro dagli eufemismi. Mentre le metafore servono per presentare all’ascoltatore un oggetto sconosciuto mettendolo in relazione a un oggetto conosciuto («ti avviso che il tuo nuovo collega è una volpe»), le similitudini stabiliscono una relazione tra due oggetti conosciuti («quella sconfitta è stata la sua Waterloo»). In entrambi i casi la funzione della figura retorica non è una semplice descrizione, bensì veicola un giudizio di valore.

Sull’eccidio di cittadini israeliani perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023, le autorità israeliane hanno fatto un ampio ricorso alla similitudine storica. In più occasioni l’attacco di Hamas è stato paragonato a quello, catastrofico e proditorio, di al-Qaeda contro New York e Washington. Come per primo ha osservato Gilad Erdan, ambasciatore di Israele all’Onu: «Questo è il nostro 11 settembre». Anzi, come ha aggiunto un portavoce dell’esercito israeliano, «potrebbe trattarsi di un 11 settembre e di una Pearl Harbour messi assieme». Conclusive le parole di Netanyahu: “a somiglianza del 7 dicembre 1941 e dell’11 settembre 2001, il 7 ottobre è un evento che rimarrà per sempre inciso nella memoria come giorno dell’infamia”.

Efficace nell’usare Pearl Harbour e le Torri gemelle per alcune affinità con l’attacco di Hamas, la similitudine è invece assai più debole quando mira a stabilire una parentela con un altro topos del discorso storico, quello della Shoah. Legittimamente difeso dal mondo ebraico per la sua specificità rispetto ad altri pur raccapriccianti casi di genocidio, l’Olocausto suona incongruente quando utilizzato fuor di luogo. Un caso grottesco fu fornito dai no-vax italiani quando, per protestare contro le limitazioni anti-Covid, ebbero l’idea di indossare la stella gialla di David degli ebrei nei Lager nazisti.

Ben più seria, ma egualmente infondata, la similitudine evocata dall’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite che, per protestare contro le critiche al comportamento di Israele a Gaza, indossò anch’egli la stella gialla, venendo redarguito dal presidente dell’Istituto della Shoah di Gerusalemme.

Ancora più discutibile la figura retorica dell’eufemismo. Responsabile nella guerra di Gaza di una serie di misure che stanno suscitando la riprovazione di molti Paesi del mondo (praticamente di tutti, ad eccezione di uno) Israele è impegnato nella produzione di una moltitudine di eufemismi, ovvero di espressioni miranti ad attenuare la realtà modificandone o addirittura capovolgendone il significato. 

UNA “NEO LINGUA”

Spetta a uno scrittore visionario, all’indomani dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale, annunciare i labirinti della comunicazione politica. Nella “neo-lingua” immaginata da George Orwell in 1984, eufemismi iperbolici nascondono crudeli paradossi, in quanto oggetti e fenomeni vengono ridenominati con il loro contrario. Il ministero della Guerra diventa il ministero della Pace (negli Usa Trump ha ripristinato il “vero” nome su … Truth), il ministero della Polizia diventa il ministero dell’Amore, il ministero della Propaganda diventa il ministero della Verità. Nell’atmosfera da incubo descritta da Orwell aleggia la profezia per cui nel 2050 la neo-lingua avrà scalzato del tutto la lingua antica basata sui fatti e sulle cose, quindi non ci sarà più bisogno di eufemismi. Non servirà più affermare che libertà è la schiavitù, quando della libertà non esisterà più neanche memoria.

Nella neo-lingua del governo israeliano l’abuso di eufemismi raggiunge l’acme nella presentazione che il governo Netanyahu fa delle proprie azioni nei confronti della popolazione di Gaza. Quanto più sono estreme le azioni, tanto più sono spericolati gli eufemismi utilizzati per descriverle. La minacciata pulizia etnica di Gaza mediante la deportazione della sua popolazione prende il via con un eufemismo di primo livello: “sfollamento”, una parola dal suono tecnico. Già nella fase iniziale della guerra, per imporre alla popolazione civile tempi e percorsi delle evacuazioni l’esercito israeliano aveva creato un’apposita unità denominata Civilian Harm Mitigation Unit.

L’escalation degli sradicamenti di popolazione era però soltanto agli inizi. Salendo di intensità nell’understatement, lo “sfollamento” è presto evoluto nell’espressione “emigrazione volontaria”. Senza chiarire perché gli abitanti di Gaza dovrebbero abbandonare la propria terra, nell’estate 2025 circolano voci su Paesi disponibili a ospitare uno o due milioni di profughi. Come afferma Netanyahu a proposito della cosiddetta “Riviera del Medio Oriente”, ideata da Trump e dal suo circolo di affaristi (dal genero Kushner all’ex premier britannico Blair), «abbiamo messo insieme un’amministrazione che permetterà loro di andarsene […] Se gli si dà il via libera, vi dico che più del 50% se ne andrà».

Saggiamente l’attuazione del disegno non si pretende immediata, bensì è articolata per tappe. Una prima tappa prevede il trasferimento più o meno forzoso della popolazione gazawi in campi di attendamenti nell’area di Rafah, ribattezzati “città umanitaria”. Attuale e ricco di significati positivi, il termine “umanitario” ricorre frequentemente nella lingua “netanyese”. Con un classico caso di lucus a non lucendo, ad esempio, esso è orgogliosamente dispiegato dalla Gaza Humanitarian Foundation – Ghf. Si chiama così l’inquietante organizzazione israelo-americana responsabile di rari e pericolosi punti di distribuzione degli aiuti umanitari alla popolazione, affamata dal blocco degli aiuti alla frontiera e dal divieto di operare imposto alle organizzazioni internazionali e Onu. Nei primi tre mesi dalla cacciata di queste ultime, sono 1.760 le vittime delle sparatorie di cui vengono fatti oggetto gli abitanti in fila per il cibo.

Geloso controllore di qualunque attività abbia a che fare con la sicurezza (cioè in pratica di tutte), il governo israeliano è particolarmente intransigente quando l’ambito riguarda l’informazione. Attuando il monopolio della parola vagheggiato in 1984, il governo israeliano ha proibito la presenza a Gaza dei rappresentanti della stampa internazionale. Non soltanto nel settembre 2024 ha chiuso la sede di Al Jazeera a Ramallah, ma il visto per Gaza è permanentemente negato ai corrispondenti degli stessi media occidentali sotto il pretesto dei pericoli che potrebbero correre sul teatro delle operazioni.

L’interdizione dei giornalisti stranieri, soprattutto europei e americani, comporta molteplici vantaggi per le autorità israeliane, in quanto evita imbarazzanti testimoni dei comportamenti delle forze armate di Israele e l’immediata identificazione dei pochi giornalisti presenti come palestinesi o comunque arabi. Nello spirito della neo-lingua, delle parole di cui non si può cambiare il significato si procura l’eliminazione. E, come è accaduto ai 240 giornalisti uccisi durante la guerra di Gaza, la scritta “press” sui giubbetti sembra sempre più simile a un segnale per il tiro al bersaglio.

Ph. Daniel Von Appen via Unsplash

Immagine di Fabrizio Battistelli

Fabrizio Battistelli

Università di Roma la Sapienza/Archivio Disarmo

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