di Mariangela Di Marco. Giornalista freelance
Il 21 luglio scorso l’equipaggio della nave Life Support di Emergency ha soccorso 50 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Le operazioni di salvataggio si svolgono in un contesto di crescente incertezza anche a causa di politiche restrittive che limitano le attività delle Ong. In questo reportage raccontiamo come l’equipaggio di navi come questa continui a garantire accoglienza, assistenza sanitaria e protezione, trasformando ogni soccorso in un atto di resistenza civile.
“Pronti per il soccorso”. L’annuncio arriva la mattina del 21 luglio dalla ricetrasmittente che ciascun membro dell’equipaggio della nave Life Support della ong Emergency ha in dotazione, accesa 24 ore su 24. In pochi minuti soccorritori, personale sanitario e mediatori culturali salgono sui due rhib (gommoni a chiglia rigida) per soccorrere 50 persone su un gommone in distress, in difficoltà, avvistato dal ponte di comando. Nessuno ha un salvagente: nel prezzo del viaggio non è inclusa la certezza di potersi salvare. Le operazioni di salvataggio avvengono rapidamente sotto lo sguardo attento della Guardia costiera libica, che però non interviene. A bordo i naufraghi vengono accolti da altro personale sanitario che valuterà il loro stato di salute attraverso un triage. Sono partiti la sera prima da Sorman, a Ovest di Tripoli, e di miglia, probabilmente, ne avrebbero fatte ben poche, come attesta l’odore di carburante di cui sono impregnati. Tra loro, anche una donna al nono mese di gravidanza e 10 minori.
Siamo nelle acque internazionali della Sar – zone d’alto mare al di fuori delle acque territoriali di uno Stato e gestite da autorità marittime internazionali – della Libia, la zona di ricerca e soccorso controllata dai guardiacoste nazionali con il fine anche di respingere chi, per guerra o povertà, fugge con ogni mezzo per guadagnarsi “una prosperità che non ci faccia vergognare” per usare le parole dell’intellettuale marocchino Tahar Ben Jelloun. Nel 2024, secondo Amnesty International (Rapporto 2024-2025), sono state rimandate indietro con la forza 15.057 persone. Dove vengano respinte è tristemente noto, ma ben poco considerato dai governi dell’Occidente. «Sappiamo che sono loschi» aveva detto a proposito dei guardiacoste il commissario Ue per gli Affari interni e l’Immigrazione Magnus Brunner, settimane prima di essere respinto dalla Libia, all’inizio di luglio, con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e i colleghi di Grecia e Malta per parlare di contrasto all’immigrazione.
A bordo c’è tensione: minacce e colpi di arma da fuoco sono gli atti intimidatori che caratterizza questa Guardia costiera, la cui imbarcazione, però, resta ferma nei pressi del gommone alla deriva. «A volte viene riutilizzato per altre partenze – spiega nella cabina di comando Jonathan Nanì La Terra, capo missione della nave di Emergency – altre volte viene sparato direttamente sui componenti infiammabili, provocando un incendio in mezzo al mare. Solitamente marchiamo il gommone con una bomboletta spray, scrivendo il nostro numero di missione per renderlo visibile anche agli altri componenti della flotta civile, ma la presenza dell’imbarcazione libica non lo ha reso possibile». Affisso alla parete, un cartello riporta 2883: il numero di persone salvate dalla nave dal 2022.
Dopo il soccorso, si continua a navigare nel Mar Mediterraneo centrale, da anni la rotta migratoria più pericolosa del mondo con oltre 30mila morti o dispersi dal 2014, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Rispetto al fenomeno dell’immigrazione, le politiche restrittive e gli accordi politici che l’Italia ha siglato con Libia e Tunisia hanno i propri limiti, oltre alla efferatezza delle misure che si mettono in atto. Nei primi sei mesi del 2025 «il Mediterraneo centrale ha registrato oltre 29.300 attraversamenti irregolari, il 12% in più rispetto allo stesso periodo del 2024» segnala Frontex (EU external borders: Irregular crossings drop by 20% in first half of 2025), l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, mentre «la Libia continua a essere il principale Paese di partenza con circa 20.800 migranti arrivati in Italia e con un aumento dell’80% rispetto allo scorso anno».
UN MEDITERRANEO SVUOTATO DI TESTIMONI
Mentre dal ponte di comando si continua a scrutare il mare, si costeggia l’imponente piattaforma Sabratha da cui parte il gas per il Greenstream, il gasdotto tra la costa libica e quella italiana, altro accordo tra i due paesi per il controllo del Mediterraneo. Si costeggia anche la piattaforma Miskar della British Gas, dove lo scorso marzo trovarono riparo da onde e vento 32 persone migranti. Le loro immagini hanno animato il dibattito pubblico, senza di fatto sollecitare i soccorsi delle autorità Ue. Si attivò la Life Support con il permesso della stessa Miskar che poi rettificò, chiedendo di trasferire i naufraghi sulla nave della Marina tunisina in arrivo. «La Tunisia non è un Paese sicuro», spiegarono i soccorritori. Ma la nave militare non arrivò mai e solo dopo 4 giorni a soccorrere i naufraghi fu la ong Sea Watch. Ed è nel conflitto tra sovranità degli Stati e diritto internazionale che si inseriscono le navi della flotta civile di queste organizzazioni in un Mediterraneo svuotato di testimoni. Per l’inazione delle autorità italiane e maltesi, diversi europarlamentari di Left e Verdi (Ruotolo (PD): 25 europarlamentari firmano per i migranti che sono stati bloccati sulla piattaforma petrolifera, ora in salvo sulla nave Aurora – Agenparl) hanno presentato un’interrogazione alla Commissione UE, rimasta senza risposta, per violazione degli obblighi previsti dal diritto internazionale e del Regolamento UE 656/2014.
Intanto arriva un mayday da un’altra imbarcazione. Ma mentre la nave si appresta a raggiungere la sua posizione, si avvicina una barca di vetroresina a motore sovraccarica di persone, di certo inadeguata per la traversata del Mediterraneo. Chiede infatti aiuto. Dalla nave parte subito un rihb che, dopo aver distribuito i giubbotti salvagenti, trasporta al sicuro i 21 naufraghi, di cui 5 minori, partiti dalla città libica di Zuara, a pochi chilometri dal confine con la Tunisia. Alle operazioni di salvataggio assiste, a distanza, una seconda imbarcazione che, terminato il soccorso, fa dietrofront verso la Libia insieme alla prima. Un soccorso controverso, definito run-away boats, “barche in fuga”.
«Vedere i sopravvissuti consegnati e la successiva partenza dell’imbarcazione potrebbe mettere in una posizione imbarazzante coloro che sono coinvolti nella solidarietà in mare – scrive (https://civilmrcc.eu/political-developments/the-phenomenon-of-run-away-boats-and-the-demand-for-safer-passages/) la rete di solidarietà per il soccorso in mare Civil Maritime Rescue Coordination Centre –. Sebbene non ci sia alcun nesso tra queste barche in fuga e le navi di soccorso, il timore di essere associati nell’immaginario collettivo a una rete di trafficanti influenza gli equipaggi. E a ragione: da diversi anni, la politica dei governi europei è quella di criminalizzare la flotta civile accusandola di collusione con la figura spauracchio del trafficante».
È sera, i naufraghi sono nello shelter, rifugio, una zona dormitorio dotata di tende che garantiscono la privacy di donne sole, minori e famiglie, allestita con una clinica medica, bagni, docce e dove vengono distribuiti i pasti. «Shelter si rifà al luogo dove le persone africane passano gran parte del tempo, dove dormono e vivono – racconta Roberto Macarroni, responsabile sanitario della Life Support –. È un po’ il garden comune a tutti i progetti di Emergency in cui i pazienti oltre alle cure tecniche hanno la possibilità di avere una cura emotiva».
LE STORIE DI CHI FUGGE
Sono esausti. Gran parte di loro racconta di quanto avviene in Libia. «Tutto il mio viaggio l’ho fatto da solo. Non avevo soldi e nessuno che mi aiutava. Ho pagato il mio riscatto con la schiavitù, pulendo la prigione e le macchine dei libici» racconta Osman, 17 anni, quattro dei quali in Libia, fuggito dalla Somalia, Stato più fragile al mondo (Fragile States Index The Fund for Peace) con l’ultima posizione di tutti gli indicatori sociali, economici e politici. «Le persone che ti arrestano sono le stesse che ti fanno partire» spiega il ragazzo mentre alle sue spalle sventola la bandiera di Panama sotto cui naviga la Life Support.
«Sono scappato in Libia dal Sudan in guerra per lavorare, ma una volta arrivato mi sono reso conto che neanche lì c’era sicurezza. Venivi aggredito in strada e ti entravano anche in casa per derubarti» riferisce Yasir. Un razzismo violento denunciato da tempo, tra le altre, anche dall’organizzazione Refugees in Libya (Drastic outbreak of racist violence against Black people in Libya). «Questa è la quarta volta che provo. Sono stato intercettato e imprigionato, mi hanno affamato, ho pagato e sono uscito, alla terza sono riuscito a scappare mentre mi costringevano a lavorare» racconta Henok, eritreo, dopo aver seguito una lezione di italiano, una delle attività che il personale di Emergency propone nei giorni che seguono il salvataggio.
ATTI DI RESISTENZA
Il soccorso in mare è solo l’ultima parte di una macchina che l’equipaggio di 29 persone, tra marittimi, sanitari, soccorritori e mediatori culturali, ha messo in moto giorni prima nel porto di Siracusa con il carico a bordo di viveri secondo l’antica catena umana, l’inventario dei farmaci e soprattutto per provare e riprovare, prima di addentrarsi in acque internazionali, ogni fase del soccorso dal mare agli spazi dedicati ai naufraghi. «Si tratta di dare accoglienza – chiosa Eleonora Padua, medica della Life Support –. Significa riconoscere la dignità umana e per farlo è necessario garantire le condizioni materiale di base, come cibo, acqua, coperte, assistenza medica e igiene personale. Accoglienza è anche garantire il diritto di protezione e di un futuro desiderato». La loro mano è il primo contatto che le persone migranti hanno con l’Europa, il supporto vitale che rappresenta un atto di resistenza contro le politiche inumane e di riarmo di un continente che ha svuotato di significato i concetti di pace e fratellanza tra i popoli.
Dopo i soccorsi, Ancona, a centinaia di miglia dal punto delle operazioni Sar, è il porto di sbarco assegnato dalle autorità marittime. Il Decreto Piantedosi in vigore dal 2023, «impone rigorosi requisiti alle operazioni Sar effettuate dalla società civile, tra cui l’obbligo per le navi Sar di dirigersi verso porti designati, spesso distanti dalle aree di soccorso» sottolinea l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti fondamentali nel rapporto Search and rescue operations and fundamental rights (Search and rescue operations and fundamental rights – June 2024 update | European Union Agency for Fundamental Rights). «La legislazione – dice il report – richiede che le navi Sar si dirigano immediatamente al porto assegnato dopo ogni salvataggio, limitando la loro capacità di salvare altri gruppi di persone in difficoltà nel corso di diversi giorni». E aggiunge: «In alcuni e rilevanti casi, le sanzioni sono state imposte dalle autorità italiane alla flotta civile per non aver rispettato le indicazioni della Guardia Costiera libica».
Intanto nel Paese arriva la notizia che la procura di Palermo ha impugnato in Cassazione, per saltum, la sentenza di assoluzione dai reati di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio Matteo Salvini, quando nel 2019 – quando ricopriva il ruolo di Ministro degli Interni – impiegò 19 giorni ad assegnare un porto di sbarco alla nave Sar della ong spagnola Open Arms che aveva soccorso nel 2019 147 persone.
Mentre si naviga verso l’Adriatico, sul ponte si respira gioia e brezza di mare. I ragazzi soccorsi si alternano a selezionare brani musicali di proprio gradimento e danzano. Molti di loro attenderanno fino a due anni per ottenere lo status di rifugiato o di qualunque forma di protezione internazionale, vivranno in un Paese (Italy should set up an independent and effective equality body and do more to counter hate speech), che non vede di buon occhio il riconoscimento della cittadinanza ai figli che genereranno, dato che ha non ha votato per dimezzare il periodo di residenza legale in Italia per gli stranieri extracomunitari maggiorenni per ottenere la cittadinanza. Molti altri tenteranno la fortuna attraversando altre frontiere, subendo altri respingimenti. Ma sono vivi, salvati sulla rotta più pericolosa del mondo. E adesso è tutto ciò che conta.
Ph. Nave "Life Support" di Emergency © Marcxosm, CC BY-SA 4.0
Mariangela Di Marco
Giornalista freelance

