di Michele Lipori. Redazione Confronti.
A due anni dal conflitto, iniziato il 7 ottobre 2023, solo il 21% degli israeliani ritiene possibile una convivenza pacifica con uno Stato palestinese indipendente: è il minimo storico dal 2013. La società israeliana appare profondamente divisa per etnia, religione e orientamento politico, con crescente scetticismo verso le leadership e il ruolo degli attori internazionali.
A due anni dall’inizio del conflitto tra Israele e Hamas del 7 ottobre 2023, per gli israeliani la possibilità di una pace duratura tra Israele e uno Stato palestinese indipendente sembra un obiettivo sempre più difficile da immaginare. Lo conferma un sondaggio del Pew Research Center dal titolo Israeli Public Is Increasingly Skeptical About Lasting Peace, condotto tra il 5 febbraio e l’11 marzo 2025 su un campione rappresentativo di 998 adulti israeliani: solo il 21% degli israeliani ritiene possibile una coesistenza pacifica con i palestinesi, il livello più basso dal 2013, quando la percentuale era del 50%. Il dato segna inoltre un calo rispetto al 26% del 2024.
Circa la metà degli intervistati considera la pace “impossibile”, mentre il 19% risponde “dipende”. Lo scetticismo è particolarmente pronunciato tra gli ebrei israeliani, di cui solo il 16% intravede una prospettiva di convivenza, mentre i cosiddetti “arabo-israeliani” (ovvero i palestinesi con cittadinanza israeliana) restano più ottimisti, con il 40% favorevole a una soluzione pacifica.
Il sondaggio mette in luce profonde divisioni interne alla società israeliana. Sul fronte politico, la fiducia nella pace varia nettamente: a Sinistra, il 54% crede ancora in una soluzione negoziata, al Centro il 29% e a Destra appena il 7%. Sul piano religioso, tra gli ebrei “laici” (hilonim) il 25% considera realistica la convivenza, ma tra gli haredim (“ultra-ortodossi”) e i datim (osservanti della Legge ebraica) la percentuale scende al 9%, mentre tra i masortim (né strettamente religiosi né “laici”) è dell’11%.
Anche la percezione dell’impegno verso la pace dei diversi attori è frammentata. Il 56% degli israeliani giudica il proprio popolo “impegnato verso la pace”, ma solo il 41% attribuisce la stessa volontà ai palestinesi. Le leadership politiche non raccolgono particolari consensi: il 47% crede che il governo israeliano sia attivo per la pace, il 45% giudica l’Autorità palestinese impegnata, mentre appena il 20% pensa lo stesso di Hamas, con il 72% che ritiene l’organizzazione non interessata alla pace.
Il giudizio sui leader politici rispecchia questa polarizzazione. Benjamin Netanyahu raccoglie il sostegno del 45% degli ebrei israeliani, incluso un 38% che si dichiara “molto critico” nei confronti del suo operato; tuttavia, se si analizzano i dati in chiave “etnica”, emerge che il 44% degli ebrei si dichiara favorevole nei confronti di Netanyahu mentre solo l’8% degli arabi dice lo stesso. Sul fronte palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è visto negativamente dall’85% degli israeliani, mentre Marwan Barghouti raccoglie giudizi negativi dall’80% del totale ma resta popolare tra gli arabo-israeliani (62%).
Le barriere percepite al raggiungimento della pace sono molteplici. Il 75% degli intervistati indica la mancanza di fiducia reciproca, il 70% lo status di Gerusalemme – la città rivendicata come capitale da entrambe le parti – e il 52% gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Su quest’ultimo punto le divergenze sono marcate: l’86% degli arabo-israeliani li considera un ostacolo, contro il 43% degli ebrei. Allo stesso tempo, tra gli ebrei cresce chi li ritiene utili alla sicurezza (53%, +22 punti rispetto al 2013).
Anche il divario religioso-ideologico è evidente: i laici vedono negli insediamenti un ostacolo (56%) e un rischio per la sicurezza, mentre tra haredim e datim il 78% li giudica un “fattore di protezione”.
La percezione del ruolo internazionale è altrettanto polarizzata. Gli Stati Uniti restano l’attore più apprezzato: l’81% degli israeliani li considera utili al processo di pace (88% tra gli ebrei, 55% tra gli arabi). Al contrario, per la maggioranza delle persone intervistate, Iran (87%), Onu (66%) e Qatar (61%) sono percepiti come entità “dannose” per il processo di pace.
Anche la prospettiva del riconoscimento di uno Stato palestinese divide: il 51% degli israeliani ritiene improbabile che avvenga nei prossimi cinque anni, mentre il 40% mostra ottimismo. La fiducia è più alta tra gli arabi israeliani (62%) e tra chi si colloca a Sinistra (74%), molto più bassa tra gli ebrei (34%), soprattutto a Destra (21%).
Infine, sul futuro della Striscia di Gaza, il 42% degli ebrei israeliani ritiene che Israele debba controllare la Striscia dopo la fine della guerra. Tra gli arabi, la quota maggiore (45%) sostiene invece che debbano essere gli abitanti di Gaza a decidere chi li governerà.
Ph. Gaza © Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Michele Lipori
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