di Enzo Nucci. Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.
Mentre l’Africa orientale affronta crescita demografica e sfide climatiche, la Grande diga della Rinascita etiope segna una svolta cruciale nei rapporti di forza sull’acqua del Nilo. Alimentando tensioni tra Etiopia ed Egitto, che teme ripercussioni economiche e strategiche, il rischio di un conflitto aperto rimane alto.
Per l’Unione Africana oltre 100 milioni di persone nel Continente sono a rischio immediato di disastri legati al cambiamento climatico, mentre i conflitti per l’accesso alle risorse idriche continuano ad aumentare.
Secondo le previsioni di sviluppo demografico, entro il 2050 le nazioni dell’Africa orientale a monte del corso del Nilo avranno un forte incremento della popolazione: l’Etiopia si attesterà su 205 milioni di abitanti, la Tanzania toccherà i 138 milioni mentre l’Uganda raggiungerà i 106 milioni, il Kenya raggiungerà i 95 milioni, il Sudan 81 milioni e il Ruanda 23 milioni.
L’Egitto (attraversato dal tratto più lungo del fiume) ospiterà 130 milioni di cittadini. Cambieranno le economie di Etiopia, Kenya, Tanzania: saranno motori di sviluppo diversificato con grandi aziende agricole e crescenti bisogni energetici, in particolare di acqua che sarà presa dal Nilo e dai suoi affluenti con il rischio però di vedere ridotta notevolmente la loro portata, soprattutto in occasione delle ricorrenti siccità.
Il controllo delle acque del Nilo è dunque fondamentale per la sopravvivenza e lo sviluppo dell’intera area: per questo l’inaugurazione della Grande diga della Rinascita etiope (Gerd) lo scorso 9 settembre rappresenta una svolta radicale innanzitutto nei rapporti tra le Nazioni interessate.
Fino a oggi lo sfruttamento delle acque è stato regolato da trattati (del 1929 e del 1959) in cui il Regno Unito (che a fine Ottocento assunse il controllo del lago Vittoria) concesse unilateralmente all’Egitto i privilegi dell’utilizzo maggioritario del fiume per il 75% e il potere di veto sui progetti a monte del Nilo. A pagarne pesanti conseguenze furono Etiopia, Uganda e Sudan: il malcontento contribuì ad alimentare intense fiammate di nazionalismo nei tre Paesi.
Il Cairo si è sempre caparbiamente rifiutato di rivedere i trattati nonostante i profondi mutamenti politici e demografici avvenuti nel corso di quasi un secolo. Va inoltre sottolineato che secondo gli esperti se tutti i Paesi del bacino del Nilo usassero l’acqua ai livelli attuali di consumo dell’Egitto, l’Africa orientale avrebbe bisogno di un fiume sei volte più grande.
La ricca agricoltura, la coltivazione del rinomato cotone egiziano (che richiede enormi quantitativi di acqua) realizzate a scapito dei vicini confinanti sono a rischio, così come un consolidato sistema economico.
La costruzione della Gerd è iniziata 14 anni fa e ha immediatamente alimentato fortissime tensioni tra le nazioni interessate: in alcuni momenti si è rischiata la guerra con i caccia egiziani in volo pronti a colpire obiettivi etiopi. È costata 5 miliardi di dollari: è la più grande diga d’Africa e tra le prime 20 al mondo.
Si prevede che produrrà a pieno regime oltre 5mila megawatt, il doppio dell’attuale produzione di Addis Abeba, che conta così di fornire energia elettrica a 60 milioni di etiopi (su 126 milioni di abitanti) ancora privi di accesso, ma anche di venderla ai Paesi confinanti. Mentre quasi tutti i 117 milioni di egiziani hanno accesso all’energia. La Gerd consentirà di conservare e rilasciare l’acqua quando necessario, con risparmi e vantaggi per la regolazione dei flussi alluvionali così come durante le stagioni di siccità.
L’inaugurazione della diga (il cui riempimento è cominciato nel 2020) è stata anche finalizzata al rilancio politico del Primo ministro Abiy Ahmed, la cui immagine internazionale resta offuscata dalle violenze compiute dall’esercito governativo nella regione del Tigray e dalle forti tensioni etniche nel Paese, represse senza sconti. È anche una riaffermazione dell’Etiopia come hub prioritario di sviluppo nell’Africa orientale a scapito di Egitto e del suo alleato Sudan, Nazione squassata da una guerra fratricida alimentata da due militari predatori.
L’Egitto (come il Sudan) non è comunque disposto ad abbassare la testa: la posta in gioco è altissima, compreso lo spostamento dell’asse politico-economico in Africa orientale. Badr Abdelatty, ministro degli Esteri del Cairo, ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza dell’Onu bollando la diga etiope come una violazione del diritto internazionale e un atto unilaterale illegittimo.
«L’Egitto non permetterà all’Etiopia di imporre un controllo su risorse idriche condivise», afferma il ministro, che aggiunge minacciosamente: «È pura illusione che il Cairo possa chiudere un occhio sui suoi interessi esistenziali sul Nilo». Il guanto di sfida è lanciato. Ora il rischio di uno scontro aperto (con la diplomazia ai margini) si fa più concreto.
Ph. PMO - Ethiopia, Public domain, via Wikimedia Commons
Enzo Nucci
Giornalista. Già corrispondente della Rai per l’Africa subsahariana.
