di Francesca Vidal. Giornalista e ricercatrice
In Messico, il Día de Muertos è una festa che intreccia radici indigene e influenze cattoliche. Oggi, tra altari, processioni e colori, il confine tra “sacro” e “spettacolo” si assottiglia. Inoltre, la globalizzazione e la cultura “pop” – soprattutto di derivazione statunitense – ne stanno trasformando il senso profondo con sfumature che vanno dalla riappropriazione a una sorta di “resistenza culturale”.
«La farfalla monarca, le api, i colibrì sono le anime dei nostri cari morti che vengono a trovarci. Bisogna osservarli e proteggerli. Vedi quante sono? Portano i messaggi e le profezie dal regno dei morti: il Mictlan». Doña Lupita è la proprietaria di un ristorante di tacos in una città nello Stato messicano di Veracruz e racconta delle sue credenze mentre posiziona la medaglietta del gatto Tito nell’altare di famiglia. Lei, come molti messicani, nei giorni tra fine ottobre e inizio novembre, si prepara ad accogliere le anime dei propri cari. Durante la ricorrenza de Días de Muertos il Messico si riempie di colori, le strade vengono inghirlandate di bandierine che sventolano lungo le facciate dei palazzi coloniali. L’odore di caffè tostato si mischia con quello del cempasúchil, un fiore arancione che, secondo la tradizione rappresenta il legame tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Le famiglie danno il benvenuto alle anime allestendo altari imbanditi di ofrendas. Una foto del defunto, qualche candela, pan de muertos, tamales, strumenti di lavoro, vestiti, fiammiferi, utensili, incenso, acqua, sale e fiori, sono alcuni degli oggetti adagiati con cura sulle mense. La tradizione vuole che il profumo dei petali della cempasúchil apra il sentiero che guida le anime dal Mictlan il “regno dei morti”, al Tlaltikpak il “regno dei vivi”. L’incenso accompagna i defunti verso l’altare e il sale impedisce l’ingresso alle anime che non sono state invitate. La cerimonia ha lo scopo di onorare la memoria di coloro che non ci sono più e durante queste festività le anime tornano per un po’ nelle proprie case. I primi a visitare il mondo dei vivi sono gli animali domestici che aprono il calendario della celebrazione del Día de Muertos il 27 ottobre. Nei giorni a seguire appaiono le persone morte in modo tragico, i bambini non battezzati e le anime del purgatorio, a queste seguono dagli angelitos, bambini morti prematuri. Il 2 novembre è il turno delle anime adulate, si tratta della ricorrenza più importante. Per alcune comunità native le ultime anime a scendere sulla terra sono quelle per cui non è stato allestito alcun altare e sono costrette raccogliere le ofrendas lasciate dagli altri per poter fare ritorno al Mictlan.
UNA FESTA CHE UNISCE VIVI E MORTI
L’attesa per la visita dei morti è vissuta come una festa, un momento di condivisione e di ritrovo familiare. Camminando tra le via si respira un’atmosfera vivace, ironica e trascendente. Nelle zone rurali e presso le comunità indigene si preserva la tradizione ancestrale legate a questa credenza. In Messico ci sono 68 comunità native. La struttura degli altari e i rituali di benvenuto per le anime variano a secondo della zona geografica e del gruppo etnico di appartenenza. Elizabeth Tocohua de los Santos è un attivista per la cultura e la lingua náhuatl ed è nativa del popolo originario della Sierra Zongolica, una regione montagnosa nel Centro-Sud del Paese. Il suo impegno sociale è mantenere viva la cultura della sua comunità. «Secondo la nostra tradizione l’altare è diviso in tre livelli. Il primo, quello inferiore rappresenta il mondo dei morti; il secondo rappresenta il mondo terrestre dove vengono collocati i cibi preferiti del defunto; il terzo è quello divino (ilwikatl), dove si collocano le immagini religiose. Noi evochiamo i nostri defunti con una preghiera in lingua náhuatl, invitandoli a sedersi a tavola e mangiare con noi i piatti che abbiamo preparato per loro. In questo modo manteniamo viva la memoria dei fedeli morti nella zona fredda della Sierra de Zongolica» conclude.
Nella cosmovisione indigena la morte è un passaggio naturale che segna la fine del raccolto e l’attesa della nuova stagione di produzione. Si tratta di un cambiamento di stato che richiama il concetto di circolarità. «La morte coincide con la raccolta dei legumi. Non esiste una rottura netta tra il prima e il dopo. La morte non è la fine dell’esistenza, è un rito di passaggio ed è il destino inevitabile di ogni essere vivente. Il ciclo vitale dell’uomo è come quello del mais: si pianta il seme, cresce, si raccoglie, muore e ritorna alla terra. Lo stesso accade con l’uomo, nasce, cresce, si riproduce, muore e torna alla terra», spiega Monica Pamela Tapia Vildosola, antropologa esperta in Diritti dei popoli indigeni dello Stato di Veracruz. Siede sotto i portici nel patio di una piccola caffetteria, ha portato con sé alcune fotografie degli altari delle comunità originarie della ragione. «El Día de Muertos si celebra tradizionalmente a fine ottobre perché coincide con la fine della stagione delle piogge e l’inizio della stagione secca», prosegue indicando alcune immagini. Nelle fotografie, insieme agli oggetti tradizionali, sono raffigurati simboli tipici del cristianesimo presenti negli altari delle comunità. «L’acqua santa e le candele di cera simboleggiano la luce di Dio, la croce di legno rappresenta la morte Cristo e le iconografie dei Santi e della Vergine di Guadalupe sono la preghiera. Queste rappresentazioni sono esplicative del sincretismo religioso e culturale avvenuto dopo l’arrivo degli spagnoli nel XVI secolo», spiega Monica. Con l’evangelizzazione prodotta dalla Conquista la visione del mondo pagana e politeista dei popoli originari si è dovuta scontrare con le credenze religiose occidentali. I popoli pre-ispanici come i Maya, i Mexica, i Totonaca onoravano la festa dei morti e nonostante i tentativi di demolire queste civiltà considerate diaboliche, nel corso dei secoli la tradizione mesoamericana si è fusa con i culti cattolici. Non è un caso che El Día de Muertos in Messico coincida con la festa di Tutti i Santi in Europa.
UNA FESTA PER NON DIMENTICARE
Oggi nel Paese si celebrano i defunti scendendo nella piazza delle principali città. Queste ogni anno si riempiono da migliaia di persone che ricordano i propri cari con musica, balli, carri e travestimenti. Le strade del Paese si illuminano di sfilate e cortei. Il giorno dei morti è diventato anche uno spazio di visibilità e affermazione politica. Quest’anno, durante la sfilata de Catrinas a Città del Messico hanno manifestato esponenti della comunità Lgbtq+ attraverso spettacolari travestimenti e performance artistiche. L’occasione serve anche per non dimenticare le persone scomparse, in Messico più di 13 mila solo nel 2024. Lungo lo Zocalo, cuore del centro storico della capitale, insieme ai carri musicali hanno camminato in silenzio le famiglie dei desaparecidos. Si tratta di fenomeno oggi in spaventoso aumento legato, principalmente, al crimine organizzato.
Los Días de Muertos sono patrimonio dell’umanità dell’Unesco dal 2003, ma le sue origini e tradizioni stanno subendo gli effetti della globalizzazione e della gentrificazione. I riti ancestrali si stanno trasformando in eventi turistici e facilmente commercializzabili. Zone come lo Stato di Oaxaca e Puerto Escondido, Città del Messico, Cancun e Guadalajara sono tra le principali mete turistiche durante queste festività. Il Ministero del Turismo ha comunicato che solo durante il primo semestre del 2025, 23,4 milioni di turisti stranieri hanno visitato il paese. Questo flusso, che è in aumento del 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si intensifica nettamente tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Più di un milione e mezzo di persone hanno assistito e partecipato a eventi legati a Los Días de los Muertos nel 2025.
TRA TURISMO, GENTRIFICAZIONE E APPROPRIAZIONE CULTURALE
Il crescente interesse straniero verso queste ricorrenze dipende, in larga misura, anche dalla spettacolarizzazione cinematografica di tali ricorrenze. «Il film di James Bond 007 Spectre, che si apre con una scenografica sfilata di Catrinas e il film Coco della Disney, hanno puntato i riflettori su queste tradizioni e hanno introdotto falsi elementi identitari nelle nostre tradizioni. La cultura dei nostri antenati si è impregnata dell’iconografia statunitense, basti guardare le maschere e le decorazioni che ripropongono i personaggi del film del terrore di Hollywood», spiega Fortino Jaime Torrentera Olivera giornalista e attivista del movimento contro la gentrificazione di Oaxaca. «I rituali originali sono molto più solenni e più rispettosi di come vengono rappresentati sul grande schermo». La regione di Oaxaca vanta una delle più elevate percentuali di popolazione indigena e mantiene un vincolo spirituale particolarmente stretto con le antiche usanze e tradizioni. Qui vi è l’usanza di riunirsi nei pantheon per celebrare la morte con balli, musica e canti. I familiari decorano le tombe e restano la notte a velare i propri cari in attesa che facciano ritorno nel mondo dei morti. «Questo rituale sta diventano un attrazione turistica, ogni anno sempre più persone si recano nei cimiteri per osservare e fotografare le comunità locali intente a commemorare i propri cari. Nella città di Oaxaca, inoltre, molte famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie casa per far posto a commerci e Airbnb», spiega Jaime Torretera.
Per i popoli indigeni le festività del Día de Muertos sono legate al rispetto per i defunti e alla sacralità della loro apparizione. «Sono giorni particolarmente energetici» racconta Xochitl Aguilar González porta voce indigena della comunità di Otomì nel Messico centrale. «La tradizione prevede di restare a casa ad aspettare la visita del defunto. Oggi le persone escono per strada mascherate da streghe e pagliacci, bussano alle porte, chiedono dolci e girano con una zucca in mano. La nostra trazione è stata snaturata» prosegue Xochitl accennando un sorriso malinconico. A partire dagli anni Ottanta la cultura popolare degli Stati Uniti si è inserita in quella messicana introducendo la festa di Halloween e appropriandosi di costumi e tradizioni dei popoli nativi, in particolare quelli delle comunità di Otomì. L’usanza di questo popolo era quella di svuotare un chilacayote, un cactus tipico della zona simile alla zucca ed incidervi un viso umano. «Mettevamo una candeline dentro il chilacayote e i membri della comunità ci davano alcune ofrendas per i nostri altari. Erano sempre ortaggi e frutta coltivati e raccolti nella comunità» racconta Xochitl.
Cambiamenti storici, politici e sociali hanno modificato i culti e i credi arricchendoli, in alcuni casi, con colori e costumi. Tuttavia, alcune tradizioni devono essere preservate nella loro unicità perché racchiudono storie di lotta, resistenza riappropriazione territoriale e autodeterminazione. Questo è il caso delle popolazioni mesoamericane le cui tradizioni hanno subito gli effetti del Colonialismo europeo prima e dell’imperialismo Nord Americano poi. «Il mio messaggio è quello di non “rubare” le nostre tradizioni. Si tratta della nostra storia che ci è stata tramandata dai nostri nonni. Credo che sia importante che i giovani ascoltino le parole dei nostri nonni e bisnonni, mangiano i nostri prodotti, ascoltino la nostra musica e conoscano i nostri credi. In questo modo potranno riscattare i nostri sapere ancestrali» prosegue Xochitl. «Per quanto riguarda i cari defunti non credo che a loro piaccia l’idea di “dolcetto o scherzetto”».







Ph. Francesca Vidal
Francesca Vidal
Giornalista e ricercatrice

2 commenti
Splendido articolo che rivela i potenti segreti di una cultura magica e misteriosa, di un popolo profondamente legato alle sue radici e ai grandi spettro della sua tradizione. Complimenti, Francesca.
Splendido articolo che rivela i potenti segreti di una cultura magica e misteriosa, di un popolo profondamente legato alle sue radici e ai grandi spettri della sua tradizione. Complimenti, Francesca.
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