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Le Chiese e la dissoluzione dell’Occidente

di Fulvio Ferrario

di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

L’“Occidente”, inteso come alleanza geopolitica e modello ideologico di democrazia liberale, ha perso centralità e coesione sotto il trumpismo, accentuando la crisi europea. Le Chiese reagiscono in modi diversi: Roma si proietta globalmente, mentre il Protestantesimo recente si è sviluppato in dialogo, critico, ma intenso, con l’ideologia “occidentale”, e da noi con il progetto europeista.

C’era una volta l’“Occidente”: si è sempre trattato, naturalmente, di un concetto molto impreciso, contestabile da diversi punti di vista, ma abbastanza chiaro. Dal punto di vista geopolitico, il cosiddetto “Asse transatlantico”: un complesso duopolio economico, ricco di contrasti, ma alla fine funzionante, garantito militarmente, anche dopo la fine della Guerra fredda dalla strapotenza americana; un elemento, quest’ultimo, che ha determinato quella che potremmo chiamare “asimmetria consensuale” in politica estera: un’Europa che ha contenuto le spese militari, affidandosi all’alleato, e rinunciando, in cambio, a un ruolo realmente autonomo.

L’“Occidente”, tuttavia, era anche una grandezza ideologica, imperniata su di un modello anglosassone di democrazia liberale, con le sue ricchezze e le sue gigantesche contraddizioni: un’ideologia che ha anche permesso una significativa espansione di diversi diritti individuali e, specie in Europa, e solo in una fase chiusa da tempo, anche una certa riduzione della forbice tra ricchezza e povertà.

Dovremmo aver imparato da un pezzo a lasciar cadere le celebrazioni trionfalistiche dell’“Occidente”; per contro, detrattori e detrattrici, in genere di estrema Destra e di estrema Sinistra, farebbero bene, ad ammettere che il paragone con altri sistemi, nei due emisferi del globo, parla una lingua sufficientemente chiara.

L’“Occidente” è stato spazzato via dal trumpismo. Con il senno di poi, è abbastanza facile osservare che gravissimi elementi di debolezza allignavano da tempo nei gangli vitali del sistema: resta il fatto che la velocità della dissoluzione ha sorpreso un po’ tutti. Non sappiamo se è definitiva, ma certo costituisce il nostro oggi. La fine del sistema “occidentale” ha accentuato la crisi del progetto europeo, pensato all’interno di quell’orizzonte.

L’Unione europea è ora un precario assemblaggio di Stati e interessi, dove prevalgono toni sovranisti e fascistoidi, efficaci in sede critica e a volte (come in Italia) abbastanza bravi a gestire il potere, ma privi, a quanto sembra, di un progetto comune. Il rimasuglio di “Europa” è incarnato dall’asse franco- tedesco, anch’esso, però, esposto al rischio di crollare sotto i colpi dell’estrema Destra.

Come reagiscono le Chiese alla fine dell’“Occidente”? La meglio posizionata è Roma. Essa si pensa in prospettiva globale e da decenni considera l’“Occidente” periferico, demograficamente povero, ideologicamente alquanto sospetto, in quanto patria della secolarizzazione e, come diceva Benedetto XVI, del “Relativismo”.

Il progetto wojtyliano di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali” non è più centrale: perché Kyrill non è al momento popolarissimo in Vaticano, ma soprattutto perché il baricentro del Cristianesimo, anche cattolico, è a Sud. Il feeling con l’Ortodossia (che non è solo Mosca, ma che nel medio periodo non è pensabile senza Mosca) è però profondo, proprio perché incorpora riflessi antimoderni e antioccidentali ben radicati nel Cattolicesimo.

Tale santa alleanza post-occidentale potrebbe persino inglobare settori evangelicali, anch’essi critici nei confronti di quell’eredità. Il Protestantesimo recente si è sviluppato in dialogo, critico, ma intenso, con l’ideologia “occidentale”, e da noi con il progetto europeista: la crisi di tale costellazione si aggiunge alle difficoltà che le Chiese evangeliche incontrano su altri fronti e il risultato non può che essere un’accentuata marginalizzazione.

In alcuni ambienti, serpeggia la tentazione di riconquistare un minimo di visibilità saltando sul treno guidato dal Vaticano e accettando con una certa disinvoltura una subalternità imbarazzante. L’alternativa può solo consistere nel comprendere il Protestantesimo come Cristianesimo contestuale, in quella parte di mondo e in quella parte di società che considerano umanizzanti (e non privi di aspetti di “analogie” con il messaggio evangelico) alcuni esiti della parabola moderna: democrazia, diritti individuali, passione per la giustizia sociale e di genere.

«La vecchia Teologia liberale», mi diceva, con sufficienza, un famoso sociologo. Qualcosa di più, io credo: ma, anche se fosse, sempre meglio di un’ancor più vecchia Teologia reazionaria.

Ph. The White House from Washington, DC, Public domain, via Wikimedia Commons

Immagine di Fulvio Ferrario

Fulvio Ferrario

Professore di Teologia dogmatica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.

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