di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore
Il mito degli “italiani brava gente” viene demolito facilmente se si ricorda la brutalità della Guerra d’Abissinia, segnata da massacri, stupri e uso di armi chimiche. La propaganda fascista, con canzoni, spettacoli e retorica imperiale, alimentò il consenso di massa verso l’impresa coloniale. Solo dopo le disfatte della Seconda guerra mondiale maturò una presa di coscienza, che aprì la strada alla Resistenza e alla rinascita democratica.
C’è voluta la grandezza storica di Angelo Del Boca per sfatare il mito degli “italiani, brava gente”: i colonizzatori gentili mandati in vacanza dal Duce, come sosteneva Montanelli, critico nei confronti del fascismo ma non del tutto capace di condannare la Guerra d’Abissinia per quello che fu realmente, ossia un atto di disumanità durato anni e corredato da una ferocia senza pari. Montanelli, del resto, anche in età matura, non ha mancato di far presente che non sarebbe mai riuscito ad avversare del tutto Mussolini, proprio perché gli aveva dato quei due anni di vita da soldato volontario in Africa, a capo d’una banda di ascari, con tanto di moglie indigena regolarmente comprata e sposata, in base alle tradizioni del luogo. Non entriamo nel merito della vicenda, tralasciamo ogni considerazione morale, e concentriamoci piuttosto sull’idem sentire di una generazione che venne proiettata dal fascismo in una dimensione di finta affermazione dalla quale alcuni di essi non si sono mai emancipati. Era, del resto, l’Italia del 1936, quella in cui, come raccontava Enzo Biagi, la notizia dell’impostura del falso indiano Cadramel, un sassarese che si era fatto rinchiudere in una teca di vetro, a Bologna, sostenendo di poter stare per giorni senza mangiare e senza bere, quando in realtà, di notte, usciva dalla teca mangiando e bevendo, aveva fruttato al Carlino una tiratura superiore a quella del giorno della presa di Addis Abeba. Era l’Italia del contado, e qui aveva ragione Montanelli, in quanto le colonie estive della Decima Legio avevano rappresentato per molti bambini la scoperta del mare e della montagna, in un’illusione di benessere dai costi sociali altissimi ma della quale in pochi si resero conto, specie all’inizio. Era l’Italietta dei “casini”, nei quali venivano distribuite foto e disegni di donne abissine nude, al fine di reclutare volontari fra i giovanotti svezzati dal regime e cresciuti in base alla triade “Credere, obbedire, combattere”, con corredo di canzoni, marce, inni, sabati fascisti, esibizioni più o meno grottesche e ridicolaggini varie che costituivano la matrice, al contempo, parossistica e tragica della nostra dittatura.
OLTRE IL MITO DEGLI “ITALIANI BRAVA GENTE”
Occhio, tuttavia, a non minimizzare. La Guerra d’Abissinia non fu un momento di svago, tanto meno un’epopea; fu uno scempio caratterizzato da villaggi dati alle fiamme con l’iprite gettata dagli aerei, l’uso di gas contro la popolazione civile, stupri, stragi e stermini, in nome della conquista di quel “posto al sole” che avrebbe dovuto consentire all’Italia di sedersi al tavolo delle grandi potenze coloniali europee. Ricordiamocene ogni volta che parliamo di “valori occidentali”, perché i nostri valori e la nostra superiorità altro non sono stati, per lo più, che atti osceni e criminali, a partire dalla Conferenza di Berlino del 1884-85, quando Bismarck officiò la spartizione del “Continente nero” dando il via libera a politiche di aggressione che ebbero nell’operato di Leopoldo II del Belgio in Congo il proprio apice. E non che gli altri – francesi, inglesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi – siano stati gentili! Neanche noi italiani, sfatiamo questa convinzione diffusa. Come detto, abbiamo ucciso, violentato e occupato terre altrui pure noi, a dimostrazione di cosa sia la guerra da sempre e per sempre.
LA PROPAGANDA FASCISTA TRA RETORICA E CANZONETTE
Diciamo che a peggiorare le cose provvide la retorica mussoliniana, quell’«Abbiamo pazientato quarant’anni, ora basta!» esclamato dal balcone di Palazzo Venezia la sera del 2 ottobre 1935, chiamando il popolo italiano alle armi con il preciso intento di vendicare “l’onta di Adua” e la disfatta dell’Italietta crispina di quattro decenni prima.
Non a caso, anche la musica si adeguò. Basti pensare a quanti straordinari interpreti, a cominciare da Beniamino Gigli, prestarono la voce a Giovinezza, Faccetta nera, Amba Alagi, Ti saluto, vado in Abissinia e tutti gli altri strumenti di propaganda attuati dal Regime per vendere una guerra coloniale.
Faccetta nera, per dire, nasce come stornello romanesco ai tempi della prima spedizione coloniale italiana, e ha dei tratti quasi inclusivi, al punto che il “Duce”, per quanto fosse stata fascistizzata a dovere, detestava quelle note figlie di un tempo ormai lontano, che oltretutto era coinciso con una cocente sconfitta. Perché allora decise di farne quasi l’inno ufficiale della spedizione in Africa Orientale? Perché ne comprese la potenza mediatica. Quando Anna Fougez, il 24 giugno 1935, al cinema-teatro Quattro Fontane di Roma, entrò in scena nelle vesti dell’Italia spezzando le catene che tenevano imprigionata una donna di colore, iniziando a intonare, per l’appunto, Faccetta nera e mettendole addosso una camicia nera, il pubblico andò in visibilio. Del resto, tra le caratteristiche del fascismo c’era una propaganda studiata e curata nei minimi dettagli: c’era la canzone per il pubblico colto, “Amba Alagi”, affidata alla voce di Daniele Serra, c’era quella per non far preoccupare mogli e compagne dei soldati, Ti saluto, vado in Abissinia, corredata dalla promessa «cara Virginia, ma tornerò», c’era il canto perfetto per la truppa in azione, «L’abissino vincerai», c’era l’omaggio agli eroi caduti, ad esempio il tenente Giuseppe Galliano che ritorna «nel suo Macallè», commuovendo «la nonnina che è tutta bianca e non ci vede più», e potremmo andare avanti ancora a lungo, fino al culmine di Faccetta nera che suggella l’aggressione e predice il trionfo. E dopo la vittoria c’è, ovviamente, il “Ritorno del legionario”: «Mamma ritorno ancor nella casetta / sulla montagna che mi fu natale, / son pien di gloria, amata mia vecchietta, / ho combattuto in Africa Orientale…». E pazienza se tutto questo ha comportato indicibili orrori: il soldato trionfatore ha ragione a prescindere, l’Impero è tornato a sorgere «dopo quindici secoli sui colli fatali di Roma», l’Ente Italiano per le audizioni radiofoniche (Eiar) decanta le imprese, lo Squadrone bianco di Augusto Genina le celebra al cinema e giornali e Istituto Luce non sono da meno.
LA FINE DELL’ILLUSIONE IMPERIALE
Siamo onesti: dopo la conquista dell’Etiopia, il consenso di Mussolini era al massimo. E sbaglia chi, per eccesso di zelo, confonde i decenni, attribuendo patenti di anti-fascismo a personalità che in alcuni casi, pochi anni dopo, diventeranno icone della Resistenza e avranno ruoli di primo piano nella vicenda democratica del nostro Paese ma che in quel momento erano fasciste fino al midollo. Non siamo stati “brava gente”, vittime di Mussolini e del suo Regime, è bene ribadirlo: ne siamo stati sostenitori e complici fino alla disfatta della Seconda guerra mondiale, quando, dopo i disastri sul fronte greco-albanese e nella Guerra d’Africa e, soprattutto, dopo la rovinosa ritirata dell’Armir dalla Russia, si cominciò a capire che il conflitto era ormai perduto. E così, gli stessi che si esaltavano per le vittorie in terra d’Abissinia, denigrando il Negus con apposite canzoncine e facendo giocare i bambini con la “lingua di Menelik”, in molti casi salirono in montagna. Si trattò, dunque, di una presa d’atto, di una rinascita e del recupero della nostra dignità come popolo. Quella dignità che avevamo calpestato sulle Ambe, esaltati dalla prospettiva di un Impero di cartapesta che fu l’inizio della nostra rovina.
Ph. Etiopia, 1936 © Foto luce – ediz. d’arte v.e. Boeri – v. f. Corridoni, 7 Roma, Public domain, via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalista e scrittore
