di Vincenzo Vita. Giornalista, già Senatore della Repubblica.
Siamo davvero a un tornante particolarmente drammatico della storia dei media, vecchi e nuovi. Si intrecciano, infatti, l’iperveloce innovazione tecnologica in corso e l’evidente svolta autoritaria cui assistiamo. Il contesto dominato dall’Intelligenza artificiale segna il predominio di società globali sempre più vicine al mondo di Donald Trump o ai regimi di vario segno.
Un’opportunità comunicativa e relazionale straordinaria rischia di assumere, così, sembianze opposte: dal mercato dei dati personali e la sorveglianza di massa alla riduzione della sintassi democratica. Le Big Tech e l’inedita nomenclatura delle aziende dell’Ia costituiscono un asse cruciale del moderno sistema di potere. Non è argomento da lasciare ai consessi specialistici, se è vero che dopo quella di Gutenberg l’attuale rivoluzione riscrive ruoli sociali e rapporti di forza.
Se i caratteri a stampa ruppero i muri alzati dalle élite depositarie della conoscenza, ora l’espansione enorme e abnorme delle connessioni crea un’immensa area di sudditi digitali controllati da gerarchie chiuse e dure. Non tutto è perso, certamente, ma è indispensabile un deciso cambio di passo. La “democratura” ha bisogno dell’oscurità e della segretezza, di fake e di post-verità. «Non si sa, non si deve sapere», per riprendere una nota pièce di Dario Fo.
E proprio la scelta dell’oscurità ci riporta alla puntata precedente della comunicazione. Alle testate internazionali è stato impedito di entrare a Gaza, per documentare pienamente ciò che, per sempre più persone, è definibile come un vero e proprio genocidio. Anzi. In misura mai realizzatasi si è perpetrata una strage di giornaliste e giornalisti, soprattutto palestinesi, circa trecento.
La cifra è sicuramente in difetto, perché le notizie arrivano con il contagocce e chissà quanti reporter o filmmaker hanno perso la vita magari sprovvisti della tessera professionale. Neppure nella guerra del Vietnam era accaduto qualcosa di simile, o negli altri pur orribili conflitti, ivi compresa la guerra in Ucraina. La novità inquietante sta persino nel rovesciamento della scritta press: da tutela a obiettivo privilegiato di chi preme il grilletto.
Insomma, il quadro è pesante e nuvole nere volteggiano nel cielo. Va sottolineato che alla violenza diretta si aggiunge il crescente ricorso alle cosiddette querele temerarie contro cronisti spesso precari con richieste di risarcimenti milionari: una censura brutale. L’elenco dei dolori è lungo, se si affronta il caso italiano, da leggere nel panorama generale. I quotidiani vendono sempre di meno (siamo a circa un milione di copie, contro i sei di una decina di anni fa) e le edizioni online non sono decollate; i libri – salvo la scolastica e i volumi dedicati all’infanzia – sono anch’essi in discesa.
Manca una riforma adeguata, in grado di gestire senza morti e feriti la crisi della carta stampata come medium tradizionale. Le concentrazioni prosperano tranquillamente, come dimostra l’incresciosa situazione della famiglia Angelucci, che tramite Tosinvest controlla i quotidiani Il Tempo e Il Giornale, mentre tramite Fondazione San Raffaele e Tosinvest esercita il controllo su Libero, in assenza di una normativa adeguata sul conflitto di interessi.
Se, poi, passiamo all’universo radiotelevisivo, dobbiamo segnalare che l’Italia è in infrazione europea, per l’entrata in vigore lo scorso 8 agosto dell’articolo 5 dell’European Media Freedom Act (Emfa, 2024), che chiarisce in modo netto come i servizi pubblici non possano dipendere dai governi. Mentre in Italia è tuttora in vigore la legge del 2015 (n.220) sulla Rai, che fortissimamente volle il governo Renzi, imperniata sull’affidamento della governance a un amministratore delegato scelto dall’Esecutivo.
L’Italia è stata inoltre criticata aspramente da documenti dell’Ue, a cominciare dall’annuale Rapporto sullo Stato di diritto che ha evidenziato che il nostro Paese deve affrontare ancora sfide significative, soprattutto riguardo libertà dei media, lotta alla corruzione e bilanciamento dei poteri istituzionali, cui si aggiungono omologhe prese di posizione di organismi indipendenti come The Media Freedom Rapid Response (Mfrr), che ha denunciato gravi criticità nella libertà di stampa in Italia, constatando aumenti di violazioni contro giornalisti e interferenze politiche. Incombe, poi, lo scivolamento al 49° posto nella consueta classifica sulla libertà di informazione di Reporters sans frontières.
Nel frattempo, è iniziato presso la competente Commissione del Senato l’iter su una nuova legge, ma nel frattempo la Commissione parlamentare di vigilanza è bloccata dall’ostruzionismo della maggioranza. Come si vede, l’allarme è rosso.
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Vincenzo Vita
Giornalista, già Senatore della Repubblica.
