di Paolo Naso. Politologo, Centro Studi Confronti.
Frettolosamente archiviata la fastosa celebrazione della fine della guerra tra Hamas e l’Idf, ci ritroviamo di fronte allo scenario di una pace figlia di una guerra asimmetrica ma specularmente immorale, costruita senza giustizia. Una pace imposta con le armi e per questo fragile, che però ha fermato, almeno per ora, i bombardamenti sulla popolazione civile di Gaza e ha concesso sia ai palestinesi che agli israeliani un tempo umano di cordoglio, sollievo e, forse, di speranza. Insomma, possiamo minimizzare la portata dell’accordo firmato a Sharm El Sheikh, dichiarare il nostro scetticismo e la nostra critica radicale ai modi in cui la pace è stata imposta da Donald Trump, ma niente potrà essere peggio del terrorismo del 7 ottobre, dei bombardamenti sui civili.
Comunque lo interpretiamo, il 13 ottobre segna un punto di svolta che dobbiamo assumere e dal quale dobbiamo “ripartire”. Proviamo a dire, schematicamente, che cosa ha significato o potrebbe significare. L’hanno chiamata pace ma pace non è. La pace “vera” si immagina nel tempo lungo, perché dovrebbe essere pensata e costruita per durare. Non è così perché gli accordi alla base di questa tregua – chiamiamola per quello che prevedibilmente sarà – nulla dicono sul futuro dei palestinesi e del loro Stato. Ne è chiaro il mandato che sarà affidato a questa inedita autorità internazionale presieduta da Tony Blair, se non che prenderà ordini diretti da Washington e, per il tramite della Casa Bianca, dal governo di Israele.
Questa autorità nulla potrà in Cisgiordania, lasciando libero Netanyahu di costruire o tollerare nuovi insediamenti e quindi di procedere nell’erosione dei territori che gli Accordi di Oslo del 1993 – oggi semplice carta straccia – riconoscevano all’erigendo Stato palestinese. Quanto all’azzeramento di Hamas, obiettivo conclamato dell’operazione militare israeliana, è un obiettivo palesemente mancato e le orripilanti esecuzioni trasmesse via social sono il preludio di uno scenario che ci è difficile chiamare “pace”.
Una pace senza i palestinesi. Gli accordi non menzionano l’Autorità nazionale palestinese che, almeno secondo il diritto internazionale, continua a rappresentare il popolo palestinese. Qual è il senso politico di questa esclusione? Se l’esclusione di Hamas corrisponde a una logica militare e politica, negare un ruolo all’Anp significa misconoscere qualsiasi rappresentanza palestinese dal tavolo negoziale.
Questa sembra l’intenzione israeliana, avvalorata e ratificata dagli Usa. Anche la mancata scarcerazione di un leader autorevole come Marwan Barghouti – in carcere dal 2002, da anni accreditato come la “carta nascosta” che Israele avrebbe giocato quando finalmente avesse accettato di sedere a un tavolo negoziale – è indicativa della precisa intenzione di non negoziare con i palestinesi ma di metterli di fronte a fatti compiuti. Prendere o lasciare, con una pistola puntata alla tempia.
La fine del diritto internazionale. Lo Stato di Israele è nato nel quadro di un processo internazionale presieduto dalle Nazioni Unite a cui si deve il ben noto piano di partizione del territorio del 1947: nasce lì, con la Risoluzione 181 approvata dall’Assemblea generale il principio dei “due popoli, due Stati”, da allora ribadito attraverso oltre un centinaio di risoluzioni che però non hanno mai trovato piena applicazione. Fino all’ultima, approvata il 12 settembre scorso con 142 a favore, 10 contrari – tra i quali ovviamente Usa e Israele – e 12 astensioni.
Escludere l’Onu dal processo negoziale significa azzerare la giurisprudenza internazionale sul destino di uno Stato palestinese e, di fatto, inaugurare un nuovo ordine monocratico, imperniato sugli Usa e i suoi interessi particolari. È la fine del multilateralismo, e cioè di quello schema diplomatico che, almeno sul piano della teoria geopolitica, puntava su una governance plurale e coordinata delle crisi internazionali affidando all’Onu il compito di garantire e far rispettare gli accordi raggiunti.
Finita l’era dei “caschi blu”, ritornano in auge la big stick diplomacy [diplomazia del bastone pesante] e la “politica delle cannoniere” cara a Theodore Roosevelt.
Case o Resort? Entrando nella logica disperante per cui una tregua è meglio della guerra e dei bombardamenti indiscriminati, resta però la domanda sulla ricostruzione della Striscia di Gaza e delle sue infrastrutture. La Gaza Riviera di cui parlava Trump ad agosto, quando ancora migliaia di civili palestinesi stentavano a nutrirsi e a bere, è stata un semplice boutade, sia pure volgare e immorale di fronte alla tragedia in atto, o corrisponde a un preciso piano?
Alla tragedia della distruzione di case, di campi e di quelle poche infrastrutture che rendevano possibile la vita a Gaza, oggi rischia di aggiungersi la beffa di una ricostruzione a beneficio di “palazzinari globali”. Tanti gli interrogativi, troppe le paure e i sospetti sul destino di questa “pace che non è pace”. Israeliani e palestinesi sembrano pronti a tenersela stretta e a difenderla – e noi con loro – ma chi vuole una vera pace deve riconoscere che quella di Sharm El Sheikh è scritta sulla sabbia.
Ph. Lauren Hurley, OGL 3
Paolo Naso
Politologo, Centro Studi Confronti.
