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Quale governo per la pace?

di Raul Caruso

di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

Il crollo del sistema multilaterale, acuito dalla politica isolazionista di Trump, riapre il dibattito sul futuro della governance globale: un Consiglio di Sicurezza fondato su organizzazioni regionali, anziché su Stati, potrebbe garantire maggiore stabilità e rappresentatività al sistema internazionale.

Negli anni scorsi, tra alcuni studiosi della pace vigeva la convinzione che un governo mondiale sarebbe stato foriero di pacificazione tra gli Stati-Nazione e, pertanto, tale prospettiva avrebbe dovuto essere posta quale obiettivo della cooperazione e dell’integrazione internazionale.

Oggi, invece, ci troviamo agli antipodi di uno scenario simile, poiché il sistema liberale e multilaterale è crollato sotto i colpi decisi di Donald Trump, che nel suo discorso all’Onu alla fine di settembre ha negato qualsivoglia ruolo alle istituzioni internazionali nel perseguimento e nel mantenimento della pace. In realtà, la posizione del presidente americano, nella sua durezza, ci pone nuovamente di fronte all’interrogativo definitivo: se la prospettiva di un governo mondiale sia, in ogni caso, da desiderare o da perseguire.

Ammettendo infatti che un governo mondiale sia auspicabile, esso comporterebbe costi esorbitanti per la sua realizzazione e resterebbe, al contempo, intrinsecamente fragile, qualora uno dei suoi principali rappresentanti decidesse di staccare la spina. In altre parole, Trump ha dimostrato che eliminare la cooperazione e il dialogo, per poi distruggerne le istituzioni, è più facile di quanto si immagini, a patto di essere un attore chiave nel sistema mondiale.

Alla luce di ciò, è ancora possibile – quantomeno in astratto – considerare un’organizzazione mondiale come necessaria per la produzione della pace? Un’organizzazione come l’Onu è stata funzionale al sistema bipolare della Guerra fredda, ma essa oggi risulta inadeguata e superata.

Da anni si discute di un suo rinnovamento, con particolare attenzione all’allargamento del Consiglio di Sicurezza a nuovi attori rilevanti, come ad esempio alcune potenze emergenti nel panorama globale. In realtà, accogliere altri Paesi potrebbe non bastare a conferire all’organizzazione una funzione maggiormente pacificatrice, né a renderla meno fragile.

Pur allargando il Consiglio di Sicurezza, i protagonisti più influenti tra gli Stati-Nazione avrebbero comunque la possibilità di far “saltare il banco”, così come nel disegno di Trump. Probabilmente, l’organizzazione potrebbe diventare più rappresentativa e stabile se i protagonisti non fossero gli Stati-Nazione, bensì organizzazioni regionali, come ad esempio l’Ue o la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Se nel Consiglio di Sicurezza sedessero le grandi regioni del mondo e non gli Stati, infatti, ci troveremmo davanti a una struttura multilivello nella quale alcuni conflitti dovrebbero essere risolti prima a livello regionale, per portare a livello globale soltanto quei conflitti che risultino dannosi per l’intero sistema mondiale.

Alcuni vantaggi di un’idea di questo tipo sarebbero evidenti: in primo luogo i diversi costi per il mantenimento della pace sarebbero redistribuiti tra le diverse formazioni regionali rendendo l’organizzazione mondiale meno costosa; in secondo luogo l’organizzazione su base regionale renderebbe più oneroso qualsivoglia conflitto poiché la cooperazione e l’interdipendenza economiche su base regionale sarebbero agevolate rendendo i ritorni della guerra meno appetibili in confronto a queste. In terzo luogo, in particolare i Paesi in via di sviluppo dovrebbero fare meno riferimento al patronage di potenze mondiali come è stato durante la Guerra fredda e come i recenti comportamenti di Trump in Medio Oriente hanno dimostrato.

In breve, favorire formazioni regionali quali pilastri di organizzazioni globale non è forse la ricetta sicura per la produzione e poi il mantenimento della pace mondiale, ma sicuramente può essere una via da percorrere se non si vuole rimanere “ostaggio” di scelte e decisioni di pochi grandi attori a livello mondiale.

Ph. Jon Tyson, via Unsplash

Immagine di Raul Caruso

Raul Caruso

Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.

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