di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore
Di lei Bill Clinton, conferendole la Medal of Freedom, disse: «Mettendosi a sedere, lei si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America». Aveva novantadue anni Rosa Parks quando ci disse addio, il 24 ottobre 2005, e la sua immagine da mezzo secolo era indissolubilmente legata a una scelta che ha cambiato la storia degli Stati Uniti e, forse, quella dell’umanità. Perché se amiamo ancora l’America, nonostante i suoi difetti, i suoi limiti, le sue contraddizioni e i suoi molteplici aspetti negativi, è anche grazie a questa mite donna dell’Alabama che il 1° dicembre 1955, su un autobus di Montgomery, violò la legge che imponeva ai neri di lasciare i posti davanti ai bianchi sui mezzi pubblici e rimase al suo posto, dando vita a quello che sarebbe stato ribattezzato Bus boycott, una delle più grandi mobilitazioni mai viste contro la segregazione razziale e il portato disumano che la caratterizzava.
IL GESTO CHE CAMBIÒ L’AMERICA
Alabama, 1955. In quell’America distante anni luce dai lustrini e dalle paillettes di Hollywood e della rutilante New York, in quell’America retrograda e ancora legata all’antica tradizione dei linciaggi, una donna ebbe il coraggio di osare l’inosabile, restando seduta al suo posto perché era stanca, perché riteneva ingiusto doversi alzare e perché era giunto il momento di sollevare la testa e ribellarsi. Venne arrestata, ma da quel momento in poi, come detto, nulla sarebbe stato più come prima. Se Obama è diventato presidente, lo deve a Rosa Parks: ne è cosciente e non ha mai mancato di far presente di essere figlio di una storia che nasce ben prima di lui. Per quanto innovatore, infatti, almeno lui ha ben presente la complessità del prima. Sa che non ci sarebbe stato Luther King né Malcom X né la marcia del 1965 da Selma a Montgomery, nulla di nulla, se Rosa Parks non avesse deciso di opporsi allo scempio di una legislazione che non concedeva scampo ai coloured. Gli studenti di Little Rock in Arkansas nel 1957, i due ragazzi neri cui il governatore Wallace (Alabama) voleva impedire di entrare all’università, e per i quali Kennedy arrivò a mobilitare l’esercito, Mohammad Ali che si rifiuta di andare a combattere in Vietnam perché «nessun vietcong mi ha mai chiamato “negro”», il memorabile discorso del reverendo King al Lincoln Memorial di Washington e l’epopea di Wilma Rudolph: ribadisco, se ancora guardiamo all’America con affetto, malgrado l’orribile presente che stiamo vivendo, è perché sappiamo che è stata tutto questo e ci auguriamo che possa tornare a esserlo. E se tutto questo è stato possibile, il merito è di Rosa Parks, il cui autobus oggi è esposto in un prestigioso museo con una targhetta che segnala il posto cui era seduta. L’immagine di Obama che va a sedersi proprio lì rimarrà iconica: il simbolo di una presidenza complessivamente deludente ma nella quale, almeno sul tema dei diritti civili, nessuno può accusarlo di non averci provato.
L’EREDITÀ TRADITA
Non sappiamo cosa direbbe Rosa Parks dell’America di oggi, quale impressione avrebbe del trumpismo e del muskismo che la pervadono ormai in ogni fibra, fino a scavare un solco culturale, generazionale e addirittura etnico e a sfibrare una nazione che è stata spesso in guerra con se stessa ma oggi è davvero irriconoscibile.
Non sappiamo cosa ne penserebbero il reverendo King, Malcom X e la già menzionata Rosa Parks di quest’America in preda alla psicosi, nella quale Musk ha annunciato di voler dar vita a un partito tutto suo, l’America Party, in grado di imporsi come terza forza in opposizione a democratici e repubblicani, non si capisce ancora con quale programma, quale progetto politico e, soprattutto, quali finalità. Possiamo immaginarlo, forse, ma non dirlo espressamente: sia perché si tratta di epoche completamente diverse sia perché questa stagione del mondo non ha nulla a che spartire con nessuna delle precedenti, essendo caratterizzata da un livello di violenza, incomprensione e malvagità per cui l’unico paragone possibile sono gli anni tragici del Ku Klux Klan e del suprematismo bianco. Siamo tornati, insomma, indietro di un secolo, e il trumpismo da questo punto di vista costituisce un’aggravante, oltre che un punto di rottura dal quale sarà difficile tornare indietro. Nel momento in cui si affronta il tema dell’immigrazione per mezzo di lager, deportazioni e selfie compiaciuti di fronte a esseri umani costretti in gabbia, nel momento in cui si rompe ogni rapporto con i partner tradizionali, nel momento in cui si strizza l’occhio all’autocrazia, si traccia il sostanziale elogio di Putin e ci si pone a capo di un’impossibile “Internazionale nera” all’insegna del sovranismo, da cui deriva la contraddizione in termini del proposito, quando avviene tutto questo, difatti, un Paese è finito. E l’America trumpiana dà proprio l’impressione di essere giunta al capolinea. Cosa ne sarà di noi in futuro è arduo immaginarlo, come è arduo immaginare un domani in un pianeta sconvolto dai conflitti, devastato dalla crisi climatica e ambientale, prigioniero di roghi e catastrofi sempre più devastanti e fiaccato dal sovrappopolamento di alcune zone e dalla crisi demografica dell’Occidente, oltretutto in preda a un attacco senza precedenti nei confronti dei diritti umani, cioè prossimo al crepuscolo e alla perdita di quei “valori” di cui ci riempiamo tanto la bocca.
Pensiamo che oggi servirebbe una nuova Rosa Parks, una nuova mobilitazione collettiva, un nuovo sciopero di trecentottadue giorni che costringa il potere a scendere a più miti consigli, una nuova ondata di marce pacifiche e battaglie quotidiane per l’affermazione di un altro modello sociale ed economico. Pensiamo che servirebbe una massiccia politicizzazione delle nuove generazioni, perché dichiarare che non esiste un “pianeta B” e manifestare contro il collasso della nostra casa comune va benissimo ma senza un impegno politico attivo non basta. E pensiamo, infine, che serva con urgenza un nuovo linguaggio perché ormai siamo ostaggio dei concetti più deteriori del capitalismo arrembante, vicino a quel “tecnofeudalesimo” di cui parla Yanis Varoufakis in un suo eccellente saggio (Tecnofeudalesimo: Cosa ha ucciso il capitalismo. La Nave di Teseo, 2023) .
Rosa Parks, pur essendo una persona comune il cui gesto andò ben oltre le sue aspettative, era infatti una combattente, una persona dotata di una profonda coscienza politica e civile e un simbolo di quella società viva e partecipe che non si arrende alla barbarie. Attualmente, personalità di questo calibro mancano. E quel che è peggio è che quando pure ci sono, manca la capacità di organizzarle, metterle in contatto e renderle protagoniste di un processo di emancipazione ormai irrinunciabile.
Settant’anni da quel giorno a Montgomery, vent’anni dalla sua scomparsa e un’America sempre più divisa in un mondo sempre più disumano, incapace di costruire una prospettiva diversa, di guardarsi negli occhi e di immaginare, specie in Occidente, qualcosa che non sia il proprio declino. Per la prima volta, sembra essere venuto meno il desiderio di lottare, di crederci, di sognare. Il che, per un Paese che ha fatto della narrazione la propria cifra distintiva, potrebbe rappresentare l’epilogo. Un tristissimo epilogo.
Ph. Rosa Parks © Kingkongphoto & www.celebrity-photos.com from Laurel Maryland, USA, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalista e scrittore
