di Francesca Vidal. Giornalista e ricercatrice
José Antonio Kast vince le elezioni presidenziali cilene con il 58,1%, conquistando il sostegno del Paese ma non dei cileni all’estero, dove Jeanette Jara prevale in Europa, Canada e Australia. La sua campagna ha fatto leva sulla sicurezza e sull’immigrazione, capitalizzando paure e malcontento. Tra la memoria della dittatura e la diaspora cilena, la Sinistra rimane forte tra gli esuli ma non basta a invertire la tendenza nazionale.
Il Cile ha scelto José Antonio Kast come Presidente. L’ex candidato assumerà l’incarico l’11 marzo e resterà alla Moneda, il palazzo del Governo, fino al 2030. Si tratta di un risultato storico perché queste elezioni hanno rappresentato la più marcata polarizzazione della storia del Paese: da una parte una candidata comunista, Jeanette Jara, con il 41,8% dei consensi; dall’altra la Destra dura e ultraconservatrice di Kast con il 58,1%. La partita conclusiva ha calcato con forza bordi di una spaccatura ideologica che sembra tornare indietro di 50 anni a quando il colpo di stato ha cambiato per sempre la storia del Paese.
UNA SINISTRA FORTE LONTANO DA SANTIAGO
La vittoria di Kast non è stata omogenea. Se i risultati nazionali hanno visto la Destra vincere con 20 punti di vantaggio, il voto dei cileni all’estero ha dimostrato un orientamento diverso. Jara ha vinto in quasi tutti i Paesi europei, in Canada e in Australia. In Spagna, dove vive la principale comunità cilena, la Sinistra ha ottenuto più del 60%. Anche in Italia il partito comunista ha portato a casa quasi il 57% dei consensi, nonostante la bassa affluenza, che ha di poco superato il 30%. I cileni all’estero con diritto a voto sono 160 mila, di questi, hanno votato appena 43 mila persone, meno di un terzo. Il motivo è principalmente logistico, la circoscrizione di Roma, ad esempio, comprende tutto il Sud Italia incluso le isole e Malta. Si tratta di un viaggio lungo e dispendioso per la maggior parte della comunità.
Il giorno del ballottaggio, però, l’aula sembra piena. Il Consolato di Roma è in fermento per l’attesa, mentre fuori il freddo di Viale Liegi sembra aver congelato la bandiera del Cile. Alle urne c’è un via vai di persone. Giornalisti, militanti, politici, ragazzi e ragazze, uomini e donne. La maggior parte sono esuli e figli esuli, scappati dal Paese durante la dittatura e ormai radicati in Italia. I presenti stringono la carta d’identità tra le dita, alcuni tamburellano con la penna, altri camminano per i corridoi. Il clima teso è quasi famigliare, le persone si conoscono, sanno la storia dell’altro, si scambiano sguardi di paura e speranza nell’attesa.
Quella dei cileni in Italia è una comunità particolarmente unita, soprattutto quella fetta di popolazione arrivata negli anni Settanta. Gli esuli giunti durante la dittatura condividono l’esperienza della lotta per la sopravvivenza grazie a quella che Nanni Moretti definisce “una bella storia di solidarietà italiana”. Dopo il golpe di Pinochet, infatti, 200mila cileni sono stati costretti all’esilio, di questi, circa mille sono arrivate in Italia grazie all’Ambasciata di Santiago, l’unica rimasta aperta nel Paese. Testimoni raccontano di avere scavalcato il muro di cinta per entrare in Ambasciata, evitando i controlli delle pattuglie di polizia in una Santiago, ormai, sotto il controllo militare. «Nel novembre del 1974 una persona di fiducia mi ha aiutato ad entrare nell’Ambasciata d’Italia. Mi sono nascosta nel bagagliaio della macchina. Il cuoco ci aprì il cancello di nascosto. L’Ambasciata ha aiutato molti cileni. Io all’epoca facevo parte del Mir, Movimento Sinistra rivoluzionaria, e per questo ero un soggetto a rischio», racconta Patricia Loreto Mayorga, giornalista e scrittrice cilena. «Dentro l’Ambasciata eravamo circa 250 persone. Dormivamo tutti insieme. Era una situazione surreale. C’era una divisione di dormitori per partiti. La gente del Mir dormiva con la gente del Mir, i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti e così via. Ho aspettato quattro mesi prima di ottenere il lasciapassare per uscire dal Consolato. C’erano state delle complicazioni dopo il ritrovamento del corpo di Lumi Videla gettato dentro il recinto dell’ambasciata dalla Dina (la polizia cilena). Da lì abbiamo preso un volo di linea per l’Italia», conclude.
LA CICATRICI DELLA DITTATURA
Oggi essere parte della Sinistra cilena significa fare i conti con le ferite di un passato storico che non ha mai smesso di bruciare. La storia del Cile è cambiata radicalmente dopo la morte del Presidente Salvador Allende barricato dentro il palazzo della Moneda l’11 settembre 1973. Gli anni della dittatura portano con sé più di 40.175 vittime di detenzione, esecuzione e sparizioni forzate; 500 mila esuli; studenti, intellettuali e militanti di Sinistra perseguitati, torturati e uccisi. Gli anni della dittatura sono stati stupri; sono 2000 corpi mai restituiti alle famiglie, sono le dita spezzate del chitarrista di Victor Jara; sono i libri bruciati, musica vietata; è lo Stadio di Santiago trasformato in centro di tortura. La dittatura ha proibito con la forza ogni forma di libertà di pensiero, di espressione, di movimento e di protesta, ha fatto quello che fanno tutte le dittature: distruggere. Il Partito Comunista Cileno, oggi capeggiato da Jeanette Jara, era nato nei primi del Novecento in seno all’Internazionale Comunista.
Negli anni Cinquanta era entrato in colazione dell’Unidad Popular di Allende. Dopo il golpe il partito, insieme agli altri partiti di opposizione, venne dichiarato illegale e centinaia di militanti furono perseguitati e uccisi. Nell’attualità, con più di 47 mila iscritti, è il partito politico con il maggior numero di membri. «Io sono arrivato a Roma come rifugiato nel 1977, mi occupavo di preparare dei dossier sulle violazioni dei diritti umani in Cile per le Nazioni Unite», racconta Javier Ossandon, portavoce del partito Frente Amplio di Roma e difensore dei diritti umani. È rappresentante di lista ai seggi elettorali per Jara. «In quegli anni in Europa si era diffuso l’eurocomunismo, guidato dal Pci di Berlinguer e dai segretari dei partiti comunisti di Francia e Spagna. Gli esuli venivano in Italia per salvarsi la vita. Furono accolti e fatti integrare socialmente, economicamente e culturalmente, anche grazie a questa organizzazione coordinata. L’Italia faceva da ponte con il resto degli stati. Noi siamo molto riconoscenti per quello che hanno fatto per noi», conclude.
Nella sala dei seggi, un uomo ha allestito un tavolo di prodotti tipici cileni, si chiama Esteban, è un cileno che vive da anni a Roma: «L’11 settembre era un martedì mattina. Mio padre chiuse le tapparelle di casa e fece buttare a terra me e i miei due fratelli. Abitavamo nel quartiere di Providencia, molto vicino alla casa di Salvador Allende. Quella mattina, la sua abitazione venne bombardata. Sentivo gli elicotteri e le esplosioni sopra di me. Mio padre mi strinse forte la mano. Aveva vissuto quell’esperienza 30 anni prima», ricorda Esteban, «era un italiano immigrato in Cile nel 1943 per scappare dalla seconda guerra mondiale», prosegue «aveva appena 14 anni quando ha attraversato il Pacifico in nave. Ha lasciato un diario dove scrive così: l’11 settembre 1973, steso a terra con i miei tre figli, ho ascoltato di nuovo il rumore degli aerei e il frastuono delle bombe. Solo che questa volta erano cileni che attaccavano altri cileni», conclude. Poi indica le empanadas: «queste sono per gli elettori, ma solo per chi sceglie bene» si ferma sorridendo.
LA CAMPAGNA DI KAST
Alle ore 18 inizia il conteggio dei seggi. Jara vince a Roma con il 57,34% dei voti. Ma il peso della comunità non basta, ovviamente, a controbilanciare. José Antonio Kast è il Presidente eletto. «In Cile c’è un problema legato al narcotraffico che si è amplificato negli ultimi anni» spiega Javier Ossandon, «la gente ha paura della criminalità e la campagna di Kast ha fatto leva sulla sfera emotiva della paura. Kast fa parte di quella Destra dei Chicago Boys di cui fa parte anche Trump, ha fatto una campagna centrista, ma il suo elettorato è composto da fanatici della Destra estrema. C’è il rischio di un regresso democratico. In Cile l’alternanza tra Centrosinistra e Centrodestra è rimasta costante fino alle elezioni di Gabriel Boric, leader della Sinistra progressista e figlio delle Estallido social [le manifestazioni iniziate il 7 ottobre 2019 (e durate fino al 2022) contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana e, in generale, contro il carovita e la corruzione]. La sua presidenza ha spezzato l’alternanza classica e adesso staremo a vedere».
José Antonio Kast, leader del Partito repubblicano, è ribattezzato el Trump chileno. Le sue affermazioni sulla dittatura di Pinochet hanno fatto discutere: «se il Generale fosse ancora vivo avrei votato per lui», ha dichiarato in un’intervista. È figlio di immigrati tedeschi arrivati in Cile negli anni Cinquanta. Il padre, Michael Kast, era un ufficiale nazista. Il fratello era nella lista dei ministri di Pinochet. Kast rinnega qualsiasi legame con il Nazismo. Avvocato e padre di nove figli, Kast è legato al movimento religioso Schoenstatt, promuove valori cattolici, si oppone all’aborto, al matrimonio egualitario e alle adozioni da parte di coppie omosessuali. Ha manifestato vicinanza alla Destra di Trump negli Usa, di Milei in Argentina, di Bukele in El Salvador e a Orbán in Ungheria. La sua politica si basa su: crescita economica, sicurezza, migrazione e guerra al narcotraffico. Subito dopo i risultati elettorali ha presidiato un discorso in piazza a Santiago tra fuochi d’artificio, musica e applausi del pubblico. «Nulla accade nella vita senza la volontà di Dio. Siamo un Paese accogliente, ma chi non rispetta la legge deve sapere che non sarà accolto in Cile. I migranti irregolari devono andarsene, non possiamo usare per voi le finanze destinate alla scuola, alla sanità, alla spesa pubblica. Dobbiamo essere fermi contro la criminalità, contro l’impunità e contro il disordine».
La lotta per promuovere la legalità è stata centrale durante la campagna elettorale. Già prima della vittoria aveva lanciato un countdown ai 300 mila “irregolari” presenti in Cile, invitandoli a lasciare il Paese volontariamente per non essere deportati dopo la sua elezione. Da allora centinaia di persone sono fuggite verso il Perù. Una delle iniziative più discusse è il Plan Escudo Fronterizo, un’iniziativa volta a costruire una barriera nel confine nord del Paese: «lungo la frontiera comanda il crimine, noi faremo trincee, muri, torri, radar e sorveglianza permanente», ha dichiarato Kast. Tra i primi messaggi di congratulazioni quello della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «Italia e Cile sono nazioni amiche e sono certa che le nostre relazioni bilaterali diventeranno ancora più forti, a partire da temi come la cooperazione economica e il contrasto all’immigrazione irregolare». Inoltre, la tensione legata alle migrazioni continua a crescere a causa della pressione di Trump sul Venezuela.
Il rovesciamento del Governo Maduro potrebbe cambiare il panorama per milioni di migranti venezuelani e allargare la lista delle destre latinoamericane. Il continente sta virando verso governi sempre più conservatori, nazionalisti. La preoccupazione è per i diritti civili, sociali e umani, oltre che per la democrazia. In questo contesto le ultime parole di Allende risuonano come un monito 52 anni dopo la sua morte. «Mi rivolgo ai giovani, a coloro che hanno cantato e hanno portato la loro allegria e il loro spirito di lotta; mi rivolgo a coloro che saranno perseguitati perché nel nostro Paese il fascismo già è stato presente molte volte davanti al silenzio di chi aveva l’obbligo di procedere. Li giudicherà la storia. Viva Chile».
Ph. Kast in campagna elettorale © Equipo Kast, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Francesca Vidal
Giornalista e ricercatrice
