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Clima ingiusto: come il welfare può ridurre disuguaglianze e rischi ambientali

di Vittorio Cogliati Dezza

di Vittorio Cogliati Dezza. Già presidente nazionale di Legambiente, coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

Intervista di Claudio Paravati (Direttore Confronti)

La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo: vulnerabili e poveri ne subiscono gli effetti più gravi. In Clima ingiusto. Il welfare per un patto eco-sociale (Donzelli, 2025), Cogliati-Dezza e Carrosio propongono un welfare energetico-climatico per combinare giustizia sociale e ambientale. Politiche strutturali, multilivello e locali possono trasformare la transizione ecologica in opportunità per tutte e tutti.

L’intervista a Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015 e oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, prende spunto dal libro Clima ingiusto. Il welfare per un patto eco-sociale (Donzelli, 2025), scritto insieme a Giovanni Carrosio. Il volume analizza come la crisi climatica amplifichi le disuguaglianze sociali e mette in guardia dagli effetti regressivi di politiche energetiche e di decarbonizzazione mal progettate. Gli autori propongono un nuovo paradigma di welfare, eco-sociale, che integra la protezione ambientale con la coesione sociale, affrontando le interdipendenze tra territori, ecosistemi, servizi e persone. Nelle sue risposte, Cogliati-Dezza approfondisce i concetti chiave del libro, dalla giustizia ambientale come “universalismo asimmetrico” alle proposte per un welfare climatico che renda l’energia e le risorse un diritto accessibile a tutte e tutti.

 Nel testo si parla di “giustizia ambientale” e “giustizia sociale”. In che maniera sono interconnesse? 

Il ponte che ne fa due facce della stessa medaglia è l’incredibile aumento delle disuguaglianze provocate dalla vittoria del liberismo, che ha fatto arretrare le politiche pubbliche a vantaggio di sempre nuovi spazi per il mercato (è avvenuto con l’energia, con la sanità e oggi, tramite le assicurazioni, si sta cercando di fare la stessa operazione nelle politiche di “riparazione” dei danni provocati dall’emergenza climatica). Il risultato, come sappiamo, sta nell’aumento esponenziale della concentrazione della ricchezza (e del potere) a un estremo della scala sociale e, all’estremo opposto, nel progressivo e mai interrotto accrescimento di poveri e vulnerabili, sia nei Paesi ricchi che nei Paesi poveri. Gli effetti di questo processo si stanno scatenando anche nella possibilità e capacità di reagire ai cambiamenti climatici, che, se per un verso colpiscono tutti, è anche vero che non colpiscono tutti nello stesso modo. Situazione che è aggravata dal fatto che troppo spesso le politiche di decarbonizzazione e di adattamento provocano impatti sociali a danno dei vulnerabili e dei poveri, escludendoli di fatto dal sentirsi parte attiva e che può godere dei vantaggi della transizione ecologica. Perché, se le misure adottate sono disegnate senza considerare le disuguaglianze del punto di partenza di ciascuno e ciascuna nell’accesso alle informazioni, alle risorse finanziarie, alle nuove tecnologie energetiche, ecc., provocano esclusione, perché come già diceva don Milani: «Fare parti uguali tra disuguali, aumenta le disuguaglianze».

Nel libro, quindi, cerchiamo di argomentare che si configura una dimensione di “universalismo asimmetrico” e di conseguenza giustizia ambientale e sociale sono “costrette a marciare insieme”.

Se non può esserci giustizia sociale senza giustizia ambientale e viceversa, l’attuale crisi climatica può essere l’occasione per immaginare nuove politiche del lavoro, dell’abitare, della salute e dell’educazione?

Assolutamente sì, a tre condizioni: 1) che ci siano politiche pubbliche, capaci di governare gli appetiti del mercato e di contrastare in forma preventiva e strutturale i nuovi rischi; 2) che siano attente ai luoghi e alle persone nei luoghi, e per far questo serve che UE e Stato dettino gli obiettivi vincolanti, le coordinate fondamentali per la realizzazione, ma serve anche una rivalutazione del ruolo delle amministrazioni locali e della loro collaborazione con le associazioni, piccole e grandi, della società civile; 3) che siano ispirate al principio della “discriminazione positiva” ovvero misure disegnate a partire dai bisogni e dalle aspettative degli ultimi e dei vulnerabili. Ma per avere buone politiche pubbliche serve una “buona società civile” attiva nelle sue strutture associative (che non si esauriscono nei confini del Terzo Settore), capaci di farsi carico della funzione pubblica che può svolgere nella cornice dell’interesse generale.

Nel libro abbiamo fatto la scelta non di disegnare un bellissimo “dover essere”, un po’ “illuministico”. Non pretendiamo di dare lezioni e di dettare indicazioni per le diverse politiche settoriali. Ma dall’analisi dei nuovi rischi sociali e ambientali determinati dalla crisi climatica, in primis, e complessivamente dalle varie emergenze ambientali (inquinamento, biodiversità), ricaviamo alcune linee metodologiche e concettuali che dovrebbero ispirare le politiche pubbliche e, soprattutto, proponiamo che ci si concentri sul rilancio del welfare state.

La costruzione di un welfare energetico e climatico può andare di pari passo con un welfare sociale nell’ottica di una politica che ridefinisce le priorità collettive? Come si intreccia con la questione abitativa e la rigenerazione socio-ecologica dei quartieri?

Io non direi, ed è questo il filo conduttore del nostro libro, che debba andare di pari passo, se con questo intendiamo due percorsi paralleli. Direi che il welfare sociale oggi si trova di fronte a una grande sfida, a un vero e proprio cambiamento di paradigma: deve introiettare i nuovi rischi sociali e ambientali provocati dalle drammatiche sinergie che l’aumento delle disuguaglianze e l’accelerazione violenta della crisi climatica stanno già oggi facendo pagare ai vulnerabili e ai poveri. È necessario superare i confini. Il welfare nel Novecento nasce soprattutto con funzione riparativa, di fronte a impatti e rischi già in atto nel lavoro, nella sanità, nella casa (forse solo l’istruzione ha rappresentato un intervento pubblico preventivo per garantire a tutte e tutti la possibilità e la capacità di accedere a percorsi di emancipazione personale e collettiva). Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di un nuovo paradigma del welfare, se vuole essere funzionale a contrastare gli impatti della crisi energetica e climatica. Ovvero l’intervento pubblico deve essere strutturale, preventivo, intersettoriale e multilivello, capace di cogliere le molteplici interdipendenze. È cambiata la natura dei rischi sociali, o meglio alle emergenze e ai rischi novecenteschi se ne sono aggiunti di nuovi, strutturalmente diversi, che richiedono politiche sistemiche. 

La questione abitativa e la rigenerazione socio-ecologica dei quartieri ne sono l’esempio più evidente. Noi abitiamo un territorio, non solo una casa. La vivibilità del mio appartamento dipende non solo da fattori endogeni (tenuta termica, efficienza degli elettrodomestici, composizione della famiglia/famiglie: numerose o anziani soli, monoparentali, disoccupati, stranieri), ma anche da fattori esogeni: collocazione in quartieri con verde o meno, esposizione a rischio idro-geologico, accesso a strutture energetiche rinnovabili, condizioni climatiche, ma anche qualità delle relazioni di prossimità, accesso ai servizi pubblici, alla mobilità sostenibile. Non si tratta di stabilire grandi piani di riqualificazione ma di sviluppare politiche attente ai luoghi e alle persone nei luoghi, affrontando la complessità delle interdipendenze con atteggiamento sartoriale, per cucire il vestito adatto a quella situazione, e questo si può fare solo se si istituiscono strutture pubbliche, anche in collaborazione, come ho già detto, con l’associazionismo locale, capaci di parlare con le persone e di coglierne bisogni e aspettative. Non esistono soluzioni preconfezionate buone per tutte le persone e per tutti i luoghi, ma è indispensabile la doppia velocità: una cornice nazionale e un’articolazione locale da costruire insieme ai beneficiari di quelle politiche. 

 

I protagonisti delle storie presenti nel libro versano in una condizione di grave povertà energetica e sono specchio delle politiche attuali che marginalizzano l’accesso all’energia. In che modo possono essere ripensate per garantire una vita dignitosa per tutti?

Se il problema è la povertà energetica, ci sono due risposte possibili. La prima è il bonus sociale con soglie di reddito, che possono variare se i prezzi dell’energia esplodono, e che sostanzialmente interviene solo sulla morosità. È la strada imboccata dai vari governi degli ultimi 15 anni, e confermata in occasione dell’esplosione dei prezzi dell’energia per effetto del rimbalzo economico post-Covid19 e della guerra Russia-Ucraina.

La seconda è assumere la complessità e variabilità dei fenomeni e fare proposte di infrastrutturazione sociale del quartiere, presidi/centri sociali/portierati sociali, promossi e gestiti grazie alla collaborazione tra amministrazioni locali e associazionismo, che siano capaci di leggere le diversità nei bisogni e svolgere una fondamentale funzione di accompagnamento delle persone in difficoltà nella soluzione dei loro problemi. La povertà energetica è la punta di un iceberg, sotto la superficie, individuata dai criteri con cui viene assegnato il bonus sociale (livelli di Isee), esiste una massa di persone, in condizioni di vulnerabilità energetica e di vera e propria povertà energetica nascosta, esposte al rischio di cadere in povertà energetica al primo variare dei prezzi in bolletta, che non hanno strumenti per prevenire e/o risollevarsi. Le cause del fenomeno si intrecciano e moltiplicano: costo dell’energia, reddito insufficiente, ma anche case termicamente inadatte, variabilità della composizione familiare (con una forte attenzione alla condizione degli anziani), elettrodomestici antiquati, abitudini energivore, difficoltà di accesso alle informazioni e alle possibili misure pubbliche, infrastrutture energetiche inadeguate, indisponibilità di capitale per fare investimenti. Di tutto ciò occorre tener conto, avere strumenti per leggerlo e trovare alleanze per risolverlo. Ma le soluzioni vanno cercate soprattutto nel patrimonio di ricchezza comune di un quartiere (servizi, strutture sociali, relazioni di prossimità). Un esempio: di fronte alle ondate di calore non ha molto senso fornire a tutti i vulnerabili un condizionatore per la propria casa (con aumento imprevedibile delle emissioni ed effetti moltiplicatori sulle stesse cause della crisi climatica), meglio predisporre “rifugi climatici”, ovvero centri sociali rinfrescati, luoghi di relazioni e attività comunitarie, dove anziani e fragili possono incontrare servizi e persone che li supportano.

Come transita il bene energia dalla logica del mercato a quella del welfare?

Non è certo un passaggio né spontaneo né automatico. Né mi sembra al momento ipotizzabile il ritorno alla proprietà pubblica della produzione e distribuzione di energia. Ma politiche di contenimento e di regolamentazione, in funzione dell’interesse generale, sono già oggi possibili. Un passo concreto, ad esempio, starebbe nello scorporare nel prezzo dell’energia il costo del gas da quello delle rinnovabili, stabilmente più basso, facilitando a livello individuale e comunitario l’accesso alle rinnovabili per gli ultimi e i vulnerabili. Accompagnando il processo con un nuovo slancio di rinnovabili diffuse nel territorio. Se ben sviluppate, le rinnovabili rappresentano davvero un’occasione di sviluppo di un sistema energetico “democratico”.
Questa però è solo la premessa, poi, è necessario abbracciare il nuovo paradigma del welfare, per il quale servono certamente risorse pubbliche (fiscalità), ma servono anche gli “occhiali giusti” per interpretare il problema, serve uscire dalla logica dei compartimenti stagni di ogni servizio, di ogni specializzazione, serve uscire da una pubblica amministrazione “a canne d’organo”. Tanto che nel libro, un po’ scherzando un po’ no, affermiamo che la soluzione comincerà a essere praticabile quando si costituiranno assessorati all’eco-sociale.

Quali sono le azioni da intraprendere per mettere in pratica questo cambio di rotta?

La risposta che abbiamo cercato di mettere a fuoco è nella costruzione di un nuovo welfare, che introietti i nuovi rischi sociali determinati dalla crisi climatica. Occorre dare credito alla scienza quando disegna scenari allarmanti ed essere consapevoli che oggi ogni rallentamento nelle politiche di contrasto alla crisi climatica può avere effetti drammatici anche a livello sociale. E, soprattutto, coinvolgere, sia con misure nazionali e indirizzi europei, sia con politiche disegnate sui luoghi, quelle fasce sociali, quelle persone che oggi si sentono escluse dalla transizione ecologica. Per farlo occorre rovesciare quella narrazione che fa della transizione ecologica l’ennesimo privilegio per “quelli della Ztl” con atti concreti e misure che migliorino sia le condizioni attuali di vita nei quartieri più disagiati, sia l’accesso all’energia, come vero e proprio diritto di cittadinanza, sia la capacità di resilienza e la sicurezza di vita per chi si sente insicuro e ai margini. Questi punti sono, secondo noi, i paletti intorno a cui costruire questo cambio di rotta, con misure e politiche pubbliche rinnovate, fondate sulle connessioni tra giustizia ambientale e giustizia sociale.

Ph. Markus Spiske, via Unsplash

Immagine di Vittorio Cogliati Dezza

Vittorio Cogliati Dezza

Già presidente nazionale di Legambiente, coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

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