di Andrea Mercurio. Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani
A trent’anni dagli Accordi di Dayton, la Bosnia-Erzegovina vive ancora dentro una struttura istituzionale che fa fatica a garantire una pace stabile. Le divisioni etniche, rese sistema dal Trattato, hanno prodotto stagnazione politica e un’ascesa dei nazionalismi. Intanto, la fuga di giovani e professionisti svuota un Paese intrappolato in una “provvisorietà permanente”.
«Dayton è stato un ottimo accordo per finire una guerra, un pessimo accordo per costruire la pace». Questa, forse la definizione più puntuale data agli Accordi di Dayton (Dpa), è tratta da una frase del 2005 dell’ex Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina (Ohr) Paddy Ashdown. È infatti innegabile che aver ristabilito la pace nella regione, dopo 4 anni di sanguinoso conflitto, sia stato il grande successo ottenuto da quegli Accordi. La data decisiva fu quella del 21 novembre 1995, il luogo la base aerea di Wright-Patterson in Ohio, nei pressi di Dayton. Contestualmente alla pace si sancì anche la nascita dello Stato bosniaco, una nazione unica, federale, composta da due entità e un’unità amministrativa autonoma, il Distretto di Brcko. Le due entità sono la Federazione di Bosnia-Erzegovina (BiH), che copre il 51% del territorio e rappresenta le etnie bosgnacca (bosniaci di religione musulmana) e croata e la Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska – Rs), che copre il 49% del territorio e rappresenta la popolazione serbo-bosniaca (cristiana ortodossa).
TRE SETTIMANE PER FERMARE LA GUERRA
Le trattative di pace durarono circa tre settimane con la delegazione statunitense a mediare tra le posizioni dei tre “signori della guerra”, ovvero gli stessi leader che, per assicurarsi un futuro politico dopo la dissoluzione della Jugoslavia e il crollo dei regimi comunisti, 4 anni prima quel conflitto lo avevano fatto esplodere.
Si tratta del presidente serbo Slobodan Milošević, a Dayton in rappresentanza dei serbo-bosniaci, di Franjo Tuđman, presidente croato e di Alija Izetbegović, presidente della BiH e rappresentante dei bosgnacchi. Assente, perché già condannato per crimini contro l’umanità, Radovan Karadžić
, fondatore e primo presidente della Srpska.
Azem Kurtić, giornalista bosniaco e collaboratore di Balkan Insight, sull’esito del Dpa ci spiega: «Dal lato statunitense si è trattato di un successo, probabilmente l’accordo di pace meglio riuscito tra quelli mediati dagli Usa. Ha fermato un conflitto che ha provocato circa 100mila vittime e circa due milioni di sfollati».
Per ottenere quella pace però sono state rese istituzionali le divisioni e i conflitti etnici che durante la guerra si erano esacerbate fino alla violenza più estrema. Un sistema che ha prodotto una situazione di stagnazione politica, economica e sociale di cui principali beneficiari sono stati proprio i partiti nazionalisti e i loro leader, gli eredi diretti dei tre presidenti firmatari a Dayton.
Come ci spiega Kurt Bassuener, ricercatore universitario e cofondatore del Democratization Policy Council: «Dayton è stato un contratto tra coloro che avevano le armi e, di conseguenza, un sistema di salvaguardia per i signori della guerra. Da tempo Dayton è diventato un freno al progresso verso una democrazia funzionante». Un punto di vista condiviso anche da Kurtić: «Ha creato la nostra vita di oggi in Bosnia, una divisione del potere su base etnica con le differenze tra le persone ancora più visibili».
LA BOSNIA DI OGGI
Per provare ad analizzare il Dpa, soprattutto per la sua funzione di peacebuilding, è necessario descrivere brevemente l’attuale funzionamento istituzionale della Bosnia-Erzegovina. Si tratta di uno dei pochi Stati al mondo governati da una presidenza tripartita (tre presidenti eletti dalla propria etnia di riferimento che si alternano ogni 8 mesi nel ruolo di “Presidente dei presidenti”), dove esistono 13 Parlamenti, di cui due bicamerali, per una popolazione di poco più di 3 milioni di persone.
Questi ultimi dettagli raccontano come a Dayton sia nato un sistema istituzionale estremamente complesso che prevede i tre popoli divisi in ogni aspetto della vita, da quando i bambini vanno in classi separate per studiare programmi diversi, a quando gli adulti possono votare solo per i candidati della propria etnia di riferimento. Come specifica anche Kurtić «nel Paese ci sono 13 ministeri dell’istruzione, una situazione davvero complicata».
Anche alcuni dei diplomatici che parteciparono alle trattative di pace hanno ritenuto quel Trattato un passaggio importante per raggiungere la pace, ma non per costruire il definitivo assetto politico della Bosnia. Jim O’Brien, per esempio, membro del team diplomatico statunitense, rivelò allo stesso Ashdown di aver pensato a Dayton come ad uno strumento vivo e modificabile e non come un qualcosa di intangibile.
Per quanto riguarda le riforme da attuare, in questi trent’anni la Bosnia ha attraversato – secondo Bassuener – due fasi principali. Nel primo decennio post-Dayton sono stati possibili dei progressi perché vi era una pressione internazionale mirante a centralizzare i poteri del governo e di conseguenza a ridurre quelli delle entità e dei cantoni. Poi, anche a causa dei cambiamenti della scena internazionale, la pressione esterna è svanita e le élite politiche locali si sono ricostituite.
Il momento di passaggio tra la prima e la seconda fase, in cui questo processo sembra essersi interrotto, è identificabile nel 2006 con il fallimento dei cosiddetti “pacchetti di aprile”, un insieme di emendamenti costituzionali sostenute dagli Stati Uniti che avevano lo scopo di rafforzare gli organi statali della Bosnia-Erzegovina, ma a cui mancò l’approvazione parlamentare.
Ne abbiamo parlato con Alfredo Sasso, ricercatore specializzato in storia contemporanea e collaboratore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso: «Con il fallimento dei “pacchetti di aprile” è cambiata la politica bosniaca ed è iniziata l’ascesa di Dodik». Su questo punto Sasso apre poi una riflessione: «Non è del tutto vero che lo Stato bosniaco sia identico a quello del dicembre ’95. Qualcosa è stato fatto, ma purtroppo è rimasto un percorso non concluso, almeno per ora».
Il Milorad Dodik citato da Sasso ha ricoperto, dal 2006 ad oggi, quasi ininterrottamente, o il ruolo di componente serbo della Presidenza tripartita o una carica governativa nella Republika Srpska. «All’inizio era il beniamino della comunità internazionale. Lo sostenevano come alternativa al potere dell’Sds (Partito democratico serbo)» precisa il ricercatore. Poi, raggiunto il potere, Dodik ha mostrato la sua vera natura di politico nazionalista, con uno stile comunicativo fatto di annunci – spesso non seguiti da fatti – e attacchi mediatici contro le altre etnie, soprattutto quella bosgnacca.
Lo scorso novembre, per esempio, Dodik ha definito i bosgnacchi non un popolo, ma soltanto «serbi convertiti con la forza alla religione musulmana». Frasi che non hanno riscontri storici, ma che servono a mantenere un clima di tensione e contrapposizione etnica.
L’ALTO RAPPRESENTANTE E I DISSIDI CON DODIK
Oltre che i bosgnacchi Dodik ha spesso criticato anche l’Alto rappresentante per la BiH, ruolo ricoperto dal 1° agosto 2021 da Christian Schmidt. Si tratta di una delle istituzioni più controverse tra quelle previste dagli Accordi di Dayton, nominato dal Consiglio per l’attuazione della pace, in cui sono presenti i paesi garanti degli Accordi, esso ha il compito di garantire il rispetto del Trattato. Come sottolinea Sasso il ruolo dell’Ohr è uno di quegli elementi che fanno parte della cosiddetta “provvisorietà permanente”: organi che dovevano essere provvisori, ma invece dopo 30 anni sono ancora lì, anzi nel tempo hanno cumulato maggiori poteri. Una delle modifiche apportate al Dpa, infatti, riguarda proprio i compiti dell’Ohr a cui, nel 1997, vennero conferiti i cosiddetti “Poteri di Bonn”. Grazie a questi l’Alto Rappresentante può imporre leggi a ogni organo statale, rimuovere funzionari eletti o nominati e bloccare decisioni considerate incompatibili con Dayton.
Tali modifiche dell’Accordo sono tra i principali motivi di dissidio con Dodik che ritiene tali poteri sproporzionati e non rispettosi del Trattato originale. Critica che Sasso spiega così: «Nella crisi degli ultimi anni è interessante la posizione ufficiale, di Dodik e del suo partito. Non chiedono più la secessione e nemmeno di tornare al 1992, ma di ripristinare l’Accordo originale, quello del 1995. Annullare quindi tutta quella fase di riforme parziali durata fino al 2006». Questo, secondo Bassuener, starebbe dietro al tentativo di Dodik di ridurre i poteri dell’Ohr e riconfigurare l’assetto postbellico del paese in una direzione ancora più marcatamente etnica. Kurtić, che in Bosnia vive, sull’Ohr aggiunge un punto di vista diverso: «Nelle condizioni politiche attuali non credo che si possa andare avanti senza l’Alto rappresentante. Però finché una sola persona ha il potere di effettuare ogni cambiamento desiderato non si può parlare di democrazia. Non è illegale, ma non è nemmeno democratico».
BELGRADO, BRUXELLES E WASHINGTON
Sono inoltre da tenere in conto, per valutare al meglio la vita politica della BiH, la situazione internazionale e i rapporti diplomatici del paese con Unione Europea, Stati Uniti, Russia e anche con le vicine Serbia e Croazia, tutti attori internazionali che hanno voce in capitolo sugli Accordi di Dayton (i due Paesi balcanici sono tra i firmatari).
La Serbia del presidente Aleksandar Vučić, soprattutto dopo il 2022, ha radicalizzato le proprie posizioni filorusse e, pur continuando a giostrare su due tavoli, conta sui politici serbo-bosniaci, per mantenere il proprio ruolo in BiH. La Croazia, invece sfrutta la sua posizione di forza in quanto membro UE.
Anche la Bosnia dal 2022 è ufficialmente candidata per l’adesione all’UE. Per il passo decisivo però sono necessarie riforme su cui i partiti politici non trovano un accordo. Secondo Sasso la situazione è più complessa perché ai principali leader bosniaci conviene restare in questa sorta di limbo, senza cambiamenti che possano scalfire il controllo esercitato sulle istituzioni e sul potere.
L’Europa è il centro di attrazione naturale per la Bosnia ma, secondo Bassuener, a Bruxelles mancano abitudine e capacità per assumersi la responsabilità di un ruolo piombato sull’Ue nel momento in cui gli Stati Uniti hanno fatto un deciso passo indietro, ancor più marcato nel nuovo mandato della presidenza Trump.
Non è quindi del tutto vero che dal 1995 ad oggi non sia cambiato niente, ma è certo che si tratti di un processo molto lento e difficile. Per raggiungere una riconciliazione fra i tre popoli sarebbe necessario partire dall’ammettere le proprie colpe, cominciando col riconoscere il genocidio di Srebrenica come tale e, dall’altra parte, riconoscendo le vittime serbe e croate perché, come ci spiega Kurtić: «Le persone sono piene di emozioni e terribili ricordi e trent’anni, per chi ha sofferto, non sembrano essere mai trascorsi».
Questa situazione di stallo avvantaggia dunque soprattutto i politici locali che usano la crisi in atto per suscitare malcontento e rabbia. A 30 anni da Dayton però, l’emigrazione, soprattutto dei più giovani, è diventata ormai endemica. Una reazione popolare che negli ultimi 20 anni ha fatto fuggire dal Paese circa 900mila persone. I dati si aggravano se si risale a prima della guerra. Una tendenza che rischia di togliere definitivamente un futuro ad un paese che non riesce ancora a fare i conti col proprio passato.
Ph. The Central Intelligence Agency, Public domain, via Wikimedia Commons
Andrea Mercurio
Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani
