Home CulturaL’uomo e gli altri viventi. Anna Maria Ortese contro lo “sciovinismo umanocentrico”

L’uomo e gli altri viventi. Anna Maria Ortese contro lo “sciovinismo umanocentrico”

di Salvatore Piromalli

di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale

Estendere lo sguardo e la sensibilità, venerare la Terra e tutti i suoi abitanti, anziché spadroneggiare. È questo il monito di Anna Maria Ortese: uno “strampalato francescanesimo”, una “ecologia affettiva” sensibile alla sofferenza di ogni vivente, con cui la scrittrice ci invita a interrogarci sulla presunta supremazia di Homo sapiens e sulla possibilità di riscattare una postura etica che ci faccia sentire parte della physis, insieme e accanto agli altri viventi.

Come è potuto accadere che l’uomo sia diventato il sovrano più infelice del mondo, distanziato dagli altri viventi, terribilmente solo nella sua presunta sovranità, «degradato – come scrive Anna Maria Ortese – da creatura a padrone», una destituzione e uno svilimento, più che un’investitura? Come è stato possibile che la responsabilità affidata agli umani nei confronti della creazione e degli altri viventi (secondo il racconto biblico), sia potuta degenerare in mero dominio, in appropriazione e tracotanza, nell’affermazione di una supremazia che sconfina nello “sciovinismo umanocentrico”?

Questi interrogativi sono alla base della riflessione amara, talvolta severa ma sempre illuminata e aperta all’avvenire, che Ortese porta avanti in alcuni scritti raccolti da Adelphi in due libri, Corpo celeste (1997) e Piccole Persone (2016): meditazioni che si affacciano su un’altra visione del mondo e del posto dell’uomo nel mondo, con «una tensione che abbraccia tutto il vivente» e che si nutre «dell’immenso stupore di essere al mondo», della rinnovata consapevolezza umana di un «senso di appartenenza a una realtà più vasta e inconoscibile, che rende ragione del suo esserci e del suo sentirsi integrata nella grande comunità della terra» (Monica Farnetti, Leggere Ortese, Carocci 2025, pp. 27-28).

La cosmologia e l’etica ortesiana prendono le mosse da una forma di stupore e meraviglia per tutto ciò che è, un sentimento di ammirazione e venerazione verso le cose e i viventi, poiché «il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose, del mondo e fuori, sono materia celeste, e la loro natura, e il loro senso – tranne una folgorante dolcezza – sono insondabili» (Corpo celeste, p. 61). 

UN AMORE RADICALE

Il sentimento che attraversa da cima a fondo l’opera di Anna Maria Ortese è un amore radicale, non gerarchico e non antropocentrico, per ogni forma di vita. Non sentimentalismo, ma postura etica e filosofica, una “compassione cosmica” che tiene insieme in una comunanza fondamentale pietre e viventi, astri e lucciole, nella convinzione che tutta la physis condivida una medesima condizione di vulnerabilità e una stessa vibrazione esistenziale. 

Quello di Ortese – sostiene Farnetti in una lectio magistralis del 2023 – è uno «strampalato francescanesimo» che espande l’amore alla sua dimensione più inclusiva, una forma di àgape dilagante e onnicomprensivo che riconosce e riscopre la profonda relazionalità di tutte le cose, viventi e non viventi. Un amore concavo che tesse reticoli di fraternità con gli altri esseri, secondo quella “vocazione francescana” che emerge dalla scrittura di Ortese in più occasioni (Farnetti, p. 28). Un amore antitetico al possesso, che si fa umile atto conoscitivo di approssimazione all’altro da sé, che fa spazio alle più diverse forme di alterità umana, animale, vegetale, minerale, inventandone altre di inedite e impensate, in una letteratura generativa, espressiva e visionaria che porta alla luce «una seconda irreale realtà» (Ortese, Il porto di Toledo, Adelphi 1998, p. 112), creature al limite tra umano e non umano che popolano i romanzi di Ortese, decentrandoci dalla nostra centralità umana. 

L’esempio più calzante è la famosa trilogia costituita da L’Iguana, Il cardillo addolorato e Alonso e i visionari (tutti editi da Adelphi), dove l’umano è chiamato a relazionarsi con specie creaturali inedite, che ne mettono in discussione la presunta sovranità. Il compianto Goffredo Fofi, in occasione della presentazione del primo volume delle opere di Ortese nel 2003, ebbe a definire questi romanzi una trilogia non solo “fantastica”, ma «teorica, profetica, politica, filosofica», per rimarcare la valenza non solo letteraria dell’immaginazione visionaria della scrittrice.

LE PICCOLE PERSONE

Un posto privilegiato, in questo atteggiamento di compassione universale e di “ecologia affettiva”, spetta agli animali. Già il titolo del libro Le Piccole Persone dà un’idea della posizione radicale della Ortese: «Ritengo gli Animali Piccole Persone, fratelli “diversi” dell’uomo, creature con una faccia, occhi belli e buoni, umili e fieri e scintillanti che esprimono un pensiero, e una sensibilità chiusa, ma dello stesso valore della sensibilità e del pensiero umano, soltanto lo esprimono al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi… Le Piccole Persone sono pure e buone. Non sono avide. Non conoscono né l’accumulo né lo sperpero… Ritengo gli animali appartenenti, a causa della loro faccia e del loro palese “sentire” e capire, appartenenti alla famiglia stessa da cui venne, terribilmente armato di raziocinio, l’uomo: la vita» (pp. 114-115).

La scrittrice sta dicendo che non è solo l’uomo ad avere un “volto”, inteso come epifania di un’alterità degna di riguardo e di attenzione; anche i “fratelli” animali hanno una “faccia” e uno sguardo «muto e mite» che implora la nostra considerazione, al di là dell’interesse egocentrico che muove l’uomo verso l’animale. L’animale, insomma, ci guarda e ci ri-guarda, interpella il nostro impulso cupo e distruttivo, lo mette in questione. La singolarità animale ha un volto e uno sguardo che si rapporta al mondo e all’umano, uno sguardo che «ci attraversa e ci supera» e attesta che non siamo spettatori assoluti, che «il mondo in cui viviamo è guardato da altri esseri» che, nel loro mutismo pensoso, vedono e hanno “il potere di alzare gli occhi”, come scrive Jean-Christophe Bailly in un libro poetico e meraviglioso, Il versante animale (Contrasto, 2021).

Le riflessioni anticipatrici di Ortese insistono sulla soggettività altra, la dignità e la sofferenza animale, un dolore innocente che non può essere rimosso e negato, poiché ne va del destino della nostra umanità, poiché «l’uomo senza compassione è nulla, è un fenomeno fisico che potrebbe cessare di essere… Nulla ha valore, in tutta la vita dell’uomo sulla terra, nemmeno l’immensa arte e le religioni – nulla, se non questo sentire compassione e desiderio di soccorrere un altro – chiunque altro, chiunque sia vivo o dolente» (Le Piccole Persone, p. 123).

Occorre allora un allenamento estetico (est-etico) alla sensibilità, alla meraviglia, all’ammirazione, alla venerazione: uscire dalla cecità e dall’indifferenza e ritrovare lo stupore e la sorpresa «riguardo alla assoluta inspiegabilità e novità di ogni più piccola cosa», poiché «la cosa più importante di tutte, la cosa terribile o smisuratamente gioiosa, sfugge alla vista di moltitudini» (ivi, pp. 16-19). 

Venerare la vita e riconoscerne la sua “profonda vulnerabilità”, ammirando «il mondo e tutte le forme delle cose: quelle che sono fuori dal mondo, che non vediamo, ma gli strumenti e il pensiero ci dicono reali, e quelle che appaiono, sostano e poi scompaiono – in una grandiosa fantasmagoria che si divide in stagioni e si distribuisce in tempi ordinati – sul pianeta in cui viviamo» (ivi, p. 102). 

Riconoscere che tutto ciò che è al mondo (compreso l’uomo) soggiace a una sola e unica legge, che l’uomo non può più continuare a infrangere. Bisogna sentire la legge del Tutto, e provarne gioia.

Ph. Anna Maria Ortese via Wikimedia Commons

Immagine di Salvatore Piromalli

Salvatore Piromalli

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