di Paolo Naso. Politologo, Centro Studi Confronti.
A ruggire, questa volta, è stato il popolo e non il tycoon. L’elezione a sindaco di New York di un immigrato della buona borghesia cosmopolita, socialista e di fede islamica, ha scosso il sistema politico americano e ha dimostrato la vitalità di un’altra America, probabilmente minoritaria, ma decisamente diversa da quella che si identifica nel Maga – Make America Great Again – e nel suo celebrato leader.
Negli stessi giorni, la vittoria democratica nelle elezioni per il governatore di due Stati importanti – uno dei quali, la Virginia, sottratto al controllo repubblicano – conferma che qualcosa si muove nel profondo di un’America che un anno fa ha incoronato Trump ma che ora teme la monarchia “di fatto” che egli vorrebbe istituire: un sovrano messianico, osannato e temuto che opera al di là delle regole e del diritto che “ripara” l’ordine mondiale. In sintesi, un moderno Captain America che protegge l’America dai suoi nemici interni ed esterni.
I segnali arrivati a novembre sono ancora troppo fragili per predire una prossima crisi del trumpismo ma, se non altro, ci dicono che una porzione del popolo americano ha altri modelli e altri riferimenti. Se il Partito democratico saprà rinnovarsi e andare oltre la palude delle vecchie consorterie e di quel moderatismo che gli è costato il consenso dei ceti medi e popolari, se saprà trovare i leader giusti, la partita della midterm elections che si celebreranno tra meno di un anno potrà avere un esito meno scontato di quanto temevamo un anno fa.
In questo quadro, è ovvio che Mamdani diventi un simbolo: per età, origine etnica, creatività comunicativa, religione e atteggiamento pubblico, rappresenta una nuova America democratica, che poco ha a che fare con ciò che il Partito democratico è stato negli ultimi anni: una forza confusa, divisa tra opzioni diverse e non compatibili, ossessionata dal politicamente corretto ma incapace di costruire radicamento sociale, sotto il controllo di clan dinastici che non hanno capito la forza attrattiva della promessa trumpiana.
Sull’onda dell’elezione di Mamdani, è stata annunciata a Roma la costituzione di MuRo27, un “partito islamico” che si candida alle prossime elezioni politiche. Lo guida un italiano convertito, ingegnere, già impegnato in avventure politiche ma sotto altre bandiere. Non è la prima volta che viene annunciato un “partito islamico” e in Europa ci sono vari precedenti: in Francia, ad esempio, è attiva l’Unione dei democratici musulmani francesi (Dmf ) e in Germania opera il Big, Alleanza per l’innovazione e la giustizia. Partiti dichiaratamente islamici esistono anche in Olanda, Belgio e Regno Unito.
Nelle loro piattaforme, i partiti islamici indicano gli obiettivi del contrasto all’islamofobia, del diritto a scuole confessionali e del riconoscimento delle tradizioni e delle festività religiose. Tutti si allineano in una prospettiva antiimperialista e anticolonialista, rifuggendo però da toni fondamentalisti e radicali. Salvo qualche successo locale determinato da fattori specifici e contingenti, il consenso elettorale di queste formazioni è prossimo allo zero.
Mettendo insieme la “capra” di Mamdani e i “cavoli” di MuRo27, i giornali della Destra più veementemente islamofobica hanno denunciato un “disegno globale per la conquista dell’Occidente”che parte da New York e arriverà a Centocelle e Quarto Oggiaro. Titoli e inchiostro sprecati.
Il fenomeno Mamdani è figlio di un processo sociale e politico sempre più evidente: è ovvio, infatti, che la società interculturale generi e proietti nello spazio pubblico personaggi come il nuovo sindaco di New York. Era logico e prevedibile che accadesse.
I partiti della mezzaluna, invece, non sono espressione della fisiologia di una società democratica e pluralista, ma indicano una sua patologia. Sono una piccola bandiera ideologica, che nei casi peggiori è mossa da ambizioni individuali e settarie; in quelli migliori dal fallimento dei processi di integrazione e da un bisogno di visibilità che si potrebbe esprimere in ben altri canali. E se così fosse, come tutti dovremmo auspicare, farebbe bene alla democrazia e ancor meglio alla laicità.
Ph. Bingjiefu He, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Paolo Naso
Politologo, Centro Studi Confronti.
