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Siria un anno dopo. Liberazione, attese e speranze

di Asmae Dachan

di Asmae Dachan. Giornalista e scrittrice

Dopo la caduta della dinastia al-Assad, la Siria affronta una complessa fase di transizione politica e sociale. Il Paese rimane frammentato, con milizie locali e minoranze che lottano per autonomia e sicurezza. E il bisogno di giustizia e verità è più urgente che mai.

Quello che si è appena concluso è senza dubbio l’anno più importante nella storia della Siria moderna. Il primo dalla fine della dinastia degli al-Assad, che per mezzo secolo ha dominato col pugno di ferro, represso, torturato, costretto all’esilio e umiliato milioni di persone. Si è chiuso un capitolo doloroso, che lascia aperte molte ferite e una moltitudine di domande e questioni, non ultima quella sul destino delle 300mila persone scomparse forzatamente, di cui circa la metà nei quattordici anni di guerra. Forse, la verità sulla loro sorte potrà essere trovata, se verranno avviate le dovute indagini forensi, nelle numerose fosse comuni disseminate da Nord a Sud, che continuano a essere scoperte nelle città e nelle campagne. Le famiglie di questi presenti-assenti hanno perso ogni speranza quando i loro cari non sono figurati tra i prigionieri liberati dalle carceri e la loro angoscia è diventata insopportabile. Sui social media in molti hanno affermato di sentirsi lacerati, di provare felicità per la sconfitta di al-Assad, ma di non riuscire e nonpotere gioire perché si sentono condannati eternamente all’incertezza, a non sapere, ad attendere non si sa bene cosa. Il bisogno di verità e giustizia per queste famiglie è urgente tanto quanto quello della sicurezza, del lavoro, della pace.

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VINCITORI E VINTI

Si dice che la Storia la scrivano i vincitori e così sta avvenendo in Siria, anche se questa parola, associata a eventi bellici, risulta quantomeno inopportuna. I “vincitori” non sono, come ci si auspicava, i giovani pacifici che nel 2011 hanno dato vita alle manifestazioni anti-governative, ma il gruppo armato di Hayat Tahrir al-Sham (Organizzazione per la liberazione del Levante – Hts), annoverato fino a pochi mesi fa tra le sigle terroristiche. Sono loro ad aver condotto l’ultima offensiva militare, che, dopo la partenza dei soldati russi e iraniani e degli Hezbollah libanesi, ha portato alla rapida sconfitta dell’esercito lealista, indebolito e demotivato dopo oltre quattordici anni di guerra.

Ahmad al-Shara, conosciuto col suo nome di battaglia Al Jolani (“colui che viene dalle Alture del Golan”), capo dell’Hts, è il nuovo presidente siriano, passato dall’avere una taglia sulla testa di 10 milioni di dollari per essere un pericoloso terrorista, ad essere prima definito “pragmatico” dalle cancellerie internazionali e poi “leader forte” e “uno dei più convinti sostenitori della pace” come ha affermato Donald Trump, nel corso della storica visita del leader siriano a Washington lo scorso 10 novembre. Acrobazie semantiche, trasformismo e opportunismo politico. È davvero difficile osservare e cercare di interpretare tutto questo, impossibile accettarlo a cuor leggero. Oltre 1 milione di siriani sono morti per mano del regime, 13 milioni costretti all’esilio o allo sfollamento durante la guerra e gli anni del terrorismo, migliaia uccisi sotto tortura senza che abbiano mai imbracciato un’arma e usato violenza. Significa forse che chi ha creduto e crede nel cambiamento dal basso, pacifico, laico e democratico, si è illuso ed è morto invano?

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TECNOLOGIA E AUTORITARISMO

In concomitanza con l’anniversario è stato reso noto il cosiddetto Damascus Dossier, un nuovo documento, una sorta di parte seconda del già noto Caesar archive che non è solo un archivio di immagini di prigionieri torturati e affamati fino alla morte, ma è soprattutto un atto di accusa contro un sistema che ha trasformato le prigioni in luoghi di sterminio. Si comprende, quindi, perché una delle maggiori urgenze che ha oggi il popolo siriano sia quella della giustizia, la conditio sine qua non per sperare di poter parlare davvero di pace e liberazione. Negli stessi giorni sono stati diffusi i risultati di un’inchiesta condotta dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project – Occrp, che rivela come l’operatore di telecomunicazioni siriano Syriatel, di Rami Makhlouf, cugino di Bashar al-Assad, abbia fornito al regime strumenti per sorvegliare i cittadini, intercettare comunicazioni e monitorare oppositori politici.

Il Damascus Dossier conferma l’esistenza di un apparato di controllo tecnologico pervasivo, con pesanti ricadute su diritti e libertà, e mostra come la tecnologia possa diventare uno strumento centrale dell’autoritarismo, soprattutto nei contesti di conflitto. Per giornalisti e attivisti significa maggiore esposizione al rischio, mentre per la comunità internazionale è un richiamo alle responsabilità delle aziende, anche occidentali, coinvolte. Per i siriani, però, queste rivelazioni non sono una novità: il trattamento “sensazionalistico” delle inchieste riapre ferite mai rimarginate e si scontra con un lungo e difficile percorso di verità e giustizia in un Paese che esce da decenni di negazione dei diritti.

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IL PREZZO DELLE MINORANZE

Oltre a dover fronteggiare la questione delle responsabilità e delle colpe del passato, nella nuova Siria bisogna fare i conti anche con i nuovi crimini che si sono consumati nel corso di quest’anno, che secondo il Syrian Network for Human Rights hanno provocato oltre 3mila vittime. Ad aver pagato il prezzo più alto è stata la comunità alawita – un gruppo sciita ismailita con radici in Siria, Turchia e Libano, noto per credenze esoteriche e venerazione di ’Ali –, la stessa a cui appartiene la dinastia degli al-Assad, con oltre mille vittimenel cosiddetto “massacro della costa”, che si è consumato a marzo. Tra gli alawiti ci sono ancora sacche di resistenza, fedeli del vecchio regime che si scontrano con le nuove forze armate legate al governo centrale, ma questi rappresentano una piccola parte della popolazione. La maggioranza, donne, bambini e anziani, sono civili inermi, famiglie che pagano ostilità, vendette esecrabili e violenze per il fatto stesso di essere alawiti. Una realtà inaccettabile per i siriani che hanno fatto dello slogan «Al shaab al sury wahed», («il popolo siriano è uno, unico»), che vogliono uguaglianza, unità e dignità per tutti e si trovano di fronte a una pericolosa deriva settaria, contro la quale, secondo attivisti e giuristi, il governo di Ahmad al- Shara sta facendo nulla o troppo poco. Anche la comunità drusa e quella beduina nel Sud, coinvolte in particolare a luglio in un’ondata di violenze, in un territorio che Israele sta bombardando e invadendo da mesi, hanno subìto ingenti perdite dovute agli scontri interni e con l’esercito di Damasco.

Parte della comunità drusa – una minoranza monoteista con radici nell’Islam sciita ismailita e dottrina sincretica –, che si trova divisa geograficamente tra le Alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 e annesse nel 1981, e la Siria meridionale, auspica una nuova annessione e vedrebbe di buon grado l’egemonia israeliana sul suo territorio. Ciò però non incontra il sentimento di altri drusi che si sentono pienamente siriani e vorrebbero rimanere sotto l’influenza di Damasco, rivendicando spazi di autonomia e indipendenza, e chiedendo il riconoscimento della propria cultura e delle proprie tradizioni come parte del patrimonio siriano e il rispetto della libertà di culto.Anche nel Nord-Est, nell’area sotto l’influenza delle milizie curde, protette dagli Stati Uniti, non si rinuncia all’idea di un’autonomia, sebbene siano aperti i canali di dialogo tra le autorità curde e il governo di Ahmad al-Shara. Le tensioni nell’area restano forti, anche per il ruolo della Turchia, che per anni ha sostenuto l’opposizione siriana e non vede di buon grado la governance curda nell’area.

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UN PAESE FRAMMENTATO

Da questi elementi appare evidente che oggi non è possibile parlare di Siria al singolare e che il rischio di una frammentazione del Paese non è affatto remoto. Ne sono state un esempio le prime elezioni, che si sono tenute il 5 marzo scorso. Il nuovo presidente ad interim Ahmad al- Shara ha istituito una commissione centrale per organizzare il voto. Si è trattato di elezioni indirette, attraverso collegi elettorali selezionati da comitati locali, non da voto popolare a suffragio universale. Circa 6mila membri di collegi elettorali locali hanno designato 122 dei 210 seggi previsti nell’Assemblea del popolo. Ahmad al-Shara ha nominato un terzo dei membri. Restano vacanti 21 seggi, a causa dell’impossibilità di votare in dodici distretti. Sono infatti state escluse dalla consultazione le città di Sweida, a maggioranza drusa, le aree curde di Hasakah e Raqqa e le città costiere, a maggioranza alawita. Secondo analisi di Al Jazeera e di siti arabi indipendenti, il voto ha un valore più simbolico che sostanziale.

La composizione del nuovo parlamento continua a sollevare interrogativi sulla sua reale legittimità: la scarsa inclusività e il carattere indiretto della selezione dei deputati, presentatisi come indipendenti in assenza di una legge sui partiti, ne fanno per molti osservatori un passaggio fragile in una transizione ancora incerta, più utile a consolidare equilibri locali che a costruire una rappresentanza nazionale. Colpiscono in particolare la minima presenza delle donne, ferme al 4%, e dei cristiani, con soli due eletti, mentre assume un valore simbolico l’elezione di un membro della comunità ebraica di Aleppo. Anche la nuova Costituzione temporanea, promulgata il 14 marzo e destinata a restare in vigore fino al 2030, presenta luci e ombre: tra le criticità emergono la concentrazione del potere, il ruolo centrale attribuito alla legge islamica e l’esclusione delle minoranze; tra gli elementi positivi vengono invece indicati il carattere transitorio del testo, la separazione dei poteri e alcune tutele dei diritti delle donne.

Il Paese appare oggi profondamente disomogeneo, attraversato da luci e ombre. Accanto a città come Damasco e a quartieri di Aleppo e Homs rimasti in gran parte intatti, dove sono iniziati lavori di ricostruzione, vaste aree restano un’enorme distesa di macerie: abitazioni, infrastrutture vitali, luoghi di culto, siti archeologici e fabbriche non sono stati risparmiati, con un ospedale e una scuola su tre distrutti. Gli aeroporti di Aleppo e della capitale sono tornati operativi e, grazie a una diplomazia improvvisamente più efficace, la Siria sta lentamente uscendo dall’isolamento internazionale. Secondo l’Onu circa un milione di siriani è rientrato dalla diaspora o dalle aree di sfollamento, ma molte famiglie resteranno lontane: chi ha costruito altrove una vita diversa, chi non ha più una casa o legami, chi teme la fragilità dell’equilibrio su cui oggi si regge la “Terra dei gelsomini”.

Ph. Asmae Dachan

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