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Voci dal Sudan – Darfur e Kordofan: tra assedi, sfollati e il consolidamento delle Rapid Support Forces

di Central Darfur Health Media

di Central Darfur Health Media (Cdhm)

Voci dal Sudan è a cura di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.

Confronti con Voci dal Sudan inaugura una collaborazione con il Central Darfur Health Media (Cdhm), una redazione composta da giornalisti e attivisti, per raccontare in profondità la nuova fase del conflitto in Darfur e Kordofan. La serie offre aggiornamenti diretti dal territorio, analisi sullo sfollamento, sulla crisi umanitaria e sull’evoluzione militare, documentando le conseguenze della guerra sulla popolazione civile. Un progetto pensato per fare giornalismo coniugando testimonianze locali e raccolte di dati.

ANTEFATTO

La caduta di El Fasher, il 26 ottobre 2025, ha segnato una svolta drammatica nella guerra civile sudanese. Dopo un assedio durato un anno e mezzo, le Rapid Support Forces (Rsf), forza paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, hanno conquistato la capitale del Darfur settentrionale, costringendo alla ritirata la 6ª Divisione di fanteria delle Forze armate sudanesi (Saf). Analisi satellitari e briefing riservati a parlamentari britannici (riportate da The Guardian) parlano di almeno 60mila morti nelle settimane successive alla presa della città da parte delle Rsf. Fino a 150mila persone risultano disperse, non censite tra gli sfollati. Secondo osservatori indipendenti come lo Yale Humanitarian Research Lab, la città, che prima della guerra contava circa 1,5 milioni di abitanti, appare oggi svuotata: mercati deserti, bestiame scomparso, fosse comuni e aree di incenerimento.

La conquista di El Fasher ha determinato il controllo da parte delle Rsf sull’intero Darfur e ha accelerato l’estensione del conflitto verso il Kordofan. Forti della nuova posizione di forza, le milizie hanno intensificato le operazioni nel Kordofan occidentale e centrale, arrivando a conquistare Babanusa il 1° dicembre 2025, nonostante avessero nominalmente aderito alla richiesta di tregua umanitaria di tre mesi proposta dal quartetto di Paesi denominato Quad (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto)  nelle settimane precedenti. I combattimenti si sono estesi anche al Kordofan meridionale, con scontri ripetuti attorno a città strategiche come Dalang e El-Obeid, provocando nuovi e massicci sfollamenti. La posta in gioco è alta: il Kordofan è una regione chiave per le risorse agricole, zootecniche ed energetiche del Paese.

Il conflitto, scoppiato a metà aprile del 2023, oppone due attori principali. Da un lato le Saf, esercito regolare guidato da Abdel Fattah al-Burhan – generale delle forze di terra e capo di Stato de facto dopo il golpe del 2021, dall’altro le milizie di Dagalo sostenute dai mercenari della Wagner, che prima della guerra contava fino a 200mila effettivi ed è oggi sostenuto, tra gli altri, da Arabia Saudita, Egitto e Russia. Dall’altro le Rsf di Hemedti, nate nel 2013 dalla trasformazione delle milizie Janjaweed – “i demoni a cavallo”, responsabili di massacri nel Darfur degli anni Duemila –, che nel 2023 disponevano di circa 100mila combattenti e beneficiano di appoggi esterni, in particolare di Emirati Arabi Uniti,  e reti economiche legate anche al traffico dell’oro. Secondo Amnesty International – nonostante l’embargo Onu sulle armi (Risoluzione 1556) in vigore dal 2004 formalmente limitato al Darfur e poi esteso ai gruppi non governativi (Risoluzione 1591) – entrambe le parti in conflitto continuano a utilizzare armi e mezzi di recente produzione provenienti da Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

A oltre due anni e mezzo dall’inizio della guerra, il Sudan appare ormai de facto frammentato. Le Saf controllano gran parte del Nord edell’Est del Paese incluse Khartoum e Port Sudan e una consistente parte del Centro; le Rsf dominano il Darfur, ampie porzioni del Kordofan occidentale e aree di confine strategiche; altre forze armate, come il Sudan People’s Liberation Movement-North (Splm-N), alleato delle Rsf, che opera nelle Montagne Nuba (Kordofan meridionale), esercitano il controllo su territori autonomi. Una frammentazione che rende sempre più concreto il rischio di una partizione di fatto del Paese.

In questo contesto si consuma una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. I massacri di civili sono stati documentati in più regioni e, in alcuni casi, hanno assunto una chiara dimensione etnica: Human Rights Watch ha denunciato la persecuzione sistematica della comunità Masalit, un’etnia non araba Nilo-sahariana nel Darfur occidentale composta da circa 500-800mila persone. Oggi oltre 9,5 milioni di persone sono sfollate interne e più di 4 milioni hanno cercato rifugio nei Paesi vicini. L’accesso agli aiuti resta fortemente limitato da insicurezza e restrizioni imposte dalle parti in conflitto. In molte aree, la sopravvivenza quotidiana dipende quasi esclusivamente da reti locali di attivisti, medici, volontari e giornalisti che, in condizioni estreme, continuano a garantire assistenza, informazione e protezione alle comunità più vulnerabili.

Darfur e Kordofan: tra assedi, sfollati e il consolidamento delle Rapid Support Forces

La caduta di El Fasher segna un nuovo capitolo della guerra in Darfur. Migliaia di sfollati cercano rifugio a Tawila (Darfur centrale) e nelle aree circostanti, mentre la violenza continua in città e nel resto della regione. Le Rapid Support Forces (Rsf), forza paramilitare guidata da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, consolidano il controllo, mentre la crisi umanitaria si aggrava.

Lo sfollamento dalla città di El Fasher prosegue a seguito della sua conquista da parte delle Rapid Support Forces (Rsf). Un corrispondente del Central Darfur Health Media (Cdhm) a Tawila segnala che persone in fuga dall’area di Korma – situata tra El Fasher e Tawila – continuano ad arrivare a intervalli irregolari.  Korma funge da snodo per chi fugge dal Darfur settentrionale verso aree più sicure, in particolare Tawila, sotto il controllo di Abdul Wahid al-Nur, leader ribelle di etnia Fur della fazione Sudan Liberation Movement al Nur (Slm/a-al Nur), che dall’esilio a Parigi e Juba (Sud Sudan) promuove un Sudan laico, federale e democratico; Tawila ospita oggi la più grande popolazione di sfollati interni del Paese.

IN FUGA VERSO TAWILA

Organizzazioni per i diritti umani e gruppi umanitari denunciano che molti dei profughi di El Fasher non hanno raggiunto alcuna zona sicura. Per questo, il flusso verso Tawila continua oltre un mese e mezzo dopo la caduta della città. Secondo il nostro corrispondente, le iniziative locali e le Emergency Response Rooms (Err, sono la più grande Ong locale sparsa in ogni angolo del paese a un soffio dal Nobel nel 2024 si è aggiudicata il Right Livelihood Award nel 2025, ndr) cercano ancora, con enormi difficoltà, di fornire assistenza tramite unità mobili. Le mense collettive gestite dalle Err rischiano di chiudere. Pocheorganizzazioni internazionali operano nel distretto, tra queste il World Food Programme (Wfp).

Gli sfollati soffrono gravi carenze di acqua, materiali per la costruzione di rifugi e accesso alle cure sanitarie. Molti sono feriti a causa dei combattimenti protrattisi in città per oltre un anno e mezzo. Nel frattempo, Abdul Wahid al-Nur ha compiuto un tour in Europa – Germania, Italia, Belgio e Francia – per informare la comunità internazionale sulla situazione umanitaria nelle aree sotto il suo controllo e nel Sudan in generale.

All’interno di El Fasher, l’accesso all’informazione resta estremamente limitato per le restrizioni imposte dalle Rsf. Si stima che tra 70mila e 100mila civili non abbiano potuto lasciare la città, che è di fatto isolata. Le informazioni disponibili indicano un significativo aumento dei casi di colera. Le Rsf hanno diffuso immagini sull’arrivo di aiuti alimentari, non verificabili in condizioni attuali, mentre il Wfp ha annunciato un ridimensionamento della distribuzione a partire da gennaio per carenza di fondi, con impatti sulle aree colpite dalla fame come El Fasher e Tawila.

Sebbene non vi siano combattimenti attivi dopo la consolidazione del controllo delle Rsf, la violenza contro i civili continua. Le Rsf detengono decine di persone e per liberarle chiedono riscatti: si susseguono notizie di esecuzioni di priigionieri le cui famiglie non sono in grado di pagare il riscatto. Attacchi e rapimenti di civili proseguono in tutto il Darfur, con uccisioni quasi quotidiane di contadini a Zalingei (capitale dello stato del Darfur centrale), Kabkabiya (nello Stato del Darfur del Nord) e Nyala. In quest’ultima, designata capitale dalle Rsf, rapimenti a scopo d estorsione e saccheggi di mercati continuano.

VIOLENZA E CONTROLLO MILITARE

Sul piano militare, le Rsf controllano quasi tutto il Darfur, eccetto alcune località nel Nord-Ovest  che sono rimaste sotto il controllo delle Saf e della Darfur Joint Forces, una coalizione di ex gruppi ribelli  affiliati al Justice and Equality Movement di Jibril Ibrahim e alla fazione del Sudan Liberation Movement guidata da Minni Arko Minnawi: entrambe, dopo aver firmato l’Accordo di Pace di Juba firmato il 3 ottobre 2020, si sono alleate con le Saf contro le Rsf

Gli scontri militari al momento sono caratterizzati per lo più da attacchi tra droni di Saf e Rsf. Le Rsf, nel frattempo, continuano il reclutamento e l’addestramento a Nyala, Ed Daein ed El Geneina, ricevendo rifornimenti militari attraverso la Libia e il Ciad.

KORDOFAN SOTTO ASSEDIO
La situazione nel Kordofan è sempre più complessa, con operazioni militari in intensificazione tra le roccaforti Saf a Est e Nord e le Rsf a Ovest. Diverse città subiscono assedi simili a quello di El Fasher, rendendo l’accesso umanitario estremamente difficile.

La crisi umanitaria nel Kordofan è peggiorata dall’inizio della guerra ad aprile 2023: l’agricoltura si è fermata e le catene di approvvigionamento a Kadugli, Dalang e nelle Montagne Nuba sono state interrotte. A giugno 2024 l’Integrated Food Security Phase Classification (Ipc) ha segnalato una sicurezza alimentare estremamente critica  ma fonti locali riferiscono che la situazione potrebbe addirittura peggiorare fino a un possibile default entro febbraio 2026 per esaurimento scorte e riduzione dei finanziamenti Onu. L’attivista Atto Amer, del Sud Kordofan, ha denunciato: «La situazione nel Sud Kordofan è catastrofica. I civili sono intrappolati tra le Rsf e lo Splm-N guidato da al-Hilu. Nessun cibo né forniture mediche raggiungono la popolazione». Le Emergency Response Rooms che un tempo supportavano le famiglie in tutta la zona hanno cessato le attività dopo l’accerchiamento di Kadugli e Dalang.

El Obeid è diventata la meta principale per gli sfollati interni provenienti da tutto il Kordofan, arrivando ad ospitare circa 800mila persone fuggite da Kadugli, Dilling e Babanusa. Queste città hanno subìto durissimi assedi che hanno messo gran parte della popolazione a rischio di vita e interrotto attività economiche e catene di approvvigionamento.

La capacità di risposta umanitaria, oltre che dagli assedi imposti dalle Rsf, è messa a dura prova dall’atteggiamento delle Saf che, ad esempio, hanno arrestato numerosi volontari delle Err e impedito ai civili di lasciare alcuni centri assediati per recarsi in zone più sicure.

Il Kordofan, un regione di circa 482mila km², con un Nord semi-desertico e Sud montuoso vede la prevalenza militare delle Saf a El Obeid Rahad e Umm Rawaba, e l’influenza delle Rsf su Muglad, Al-Nuhud e Babanusa. Il Sud Kordofan rimane una roccaforte del Sudan People’s Liberation Movement-North (Splm-N) di Abdelaziz al-Hilu. 

Il 1° dicembre scorso le Rsf hanno conquistato Babanusa, dopo quasi due anni di assedio. La caduta della città ha segnato un punto di svolta nel Kordofan. Le Rsf hanno impiegato tattiche simili a quelle adottate a El Fasher, tra cui assedi prolungati e ampio uso di droni suicidi Fpv (First Person View, “vista in prima persona”, velivoli senza pilota radiocomandati). La strategia delle Rsf è passata dal combattimento su più fronti alla conquista sistematica delle città controllate dalle SAF, una dopo l’altra: prima El Fasher, poi Babanusa, infine Heglig. Una settimana dopo la conquista di Babanusa, le Rsf hanno preso il controllo di Heglig, area chiave per la produzione petrolifera al confine con il Sud Sudan. 

Heglig riveste un’importanza strategica per Sudan e Sud Sudan grazie alla raffineria e al ruolo di punto di transito per il petrolio sudsudanese diretto a Port Sudan tramite la raffineria di Jaili. 

Ph. Campo rifugiati in Darfur © Ahmed 222222, CC0, via Wikimedia Commons

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