di Clara Geraci. Giurista, esperta di diritti umani e Diritto internazionale umanitario.
Lo Yemen non fa più notizia, ma brucia ancora tra le fiamme alte della guerra che ha solo imparato a farsi più silenziosa. A oltre dieci anni dall’inizio di un conflitto che è un complesso intreccio di lotte intestine, violenza tribale e jihadista, rivalità regionali e interessi internazionali, tra le macerie e i corpi dilaniati dalle bombe e dalla fame, il Paese è inghiottito in uno dei più gravi disastri umanitari di questo secolo. E le prospettive di una vera pace sembrano farsi sempre più lontane.
LO YEMEN CONTESO
Nel mezzo di una guerra civile internazionalizzata, insorti, lealisti del Consiglio di leadership presidenziale (Plc) – l’esecutivo che nel 2022, su impulso saudita, è subentrato al presidente dimissionario Abd Rabbuh Mansour Hadi alla guida del governo internazionalmente riconosciuto – e secessionisti del Sud ancora si contendono lo Yemen frammentato in un mosaico di interessi e poteri politici e armati che continuano a ridefinire allineamenti e alleanze al di qua e al di là dei confini nazionali, in un clima di fortissima instabilità che tiene il Paese sospeso sull’orlo del caos.
Sono in stallo, annegati nel pantano delle più ampie tensioni regionali, i negoziati mediati dall’Oman, sotto l’egida delle Nazioni Unite, tra l’Arabia Saudita, che sostiene il governo yemenita, e il gruppo sciita Ansar Allah (i “Partigiani di Dio”) – più conosciuto come Houthi, dal cognome del politico e leader religioso che ha iniziato il movimento negli anni Novanta –, che con il supporto dell’Iran controlla la capitale Sana’a e tutto il territorio nordoccidentale, compresa una parte della costa del Mar Rosso, ormai dal 2015.
Gli Emirati Arabi Uniti, un tempo pilastro insieme a Riad della coalizione araba pro-governativa e oggi sempre più vicini a Tel Aviv, consolidano la propria influenza nel Sud del Paese, e lungo le coste del Mar Arabico e del Golfo di Aden – zona cruciale per la tutela delle rotte commerciali e logistiche del Mar Rosso – appoggiando le forze separatiste impegnate in una competizione parallela con le forze governative che mina la coesione del blocco anti-Houthi.
Nel 2020, Abu Dhabi ha infatti ufficialmente completato il suo graduale ritiro militare dallo Yemen – nell’ambito di una strategia di riposizionamento regionale, in larga parte incentrata sul riavvicinamento tra Israele e un gruppo di Paesi arabi (Emirati, Bahrein e Marocco) avviato con gli Accordi di Abramo e orientato a rafforzare la cooperazione in materia di sicurezza, il controllo degli snodi strategici e lo sviluppo di infrastrutture militari congiunte in funzione di contenimento dell’Iran. Da allora, la sua presenza sul territorio si traduce in un crescente sostegno al fronte sudista, che agisce de facto come proxy emiratino nel Paese – principalmente il Consiglio di transizione meridionale (Stc), guidato da Aidarus al-Zubaidi (che è al contempo vicepresidente del Plc), il quale dichiara apertamente la volontà di fare del Sud uno Stato indipendente e di aderire agli Accordi di Abramo.
Anche al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), nata nel 2009 dalla fusione delle branche yemenita e saudita dell’organizzazione terroristica, pur spodestata da molte delle sue roccaforti, mantiene una presenza significativa nelle remote aree montuose di alcune province del Centro-Sud yemenita. E, abile come sempre ad approfittare del caos, resta radicata nel conflitto.
Una tregua mediata Onu nel 2022, benché formalmente scaduta nell’ottobre di quell’anno, ancora tiene sotto controllo le ostilità su larga scala tra Arabia Saudita e Houthi, in un contesto di relativa de-escalation sostenuto anche dalla normalizzazione iraniano-saudita promossa dalla Cina nel 2023. E pure nel conflitto tra il governo yemenita centrale e Stc si è consolidata una situazione di fragile stasi strategica, legata all’Accordo di Riad del 2019, alle successive intese di “cessate il fuoco” e alla nascita del Plc, che integra ai vertici la leadership di Stc. Ma sulle prime linee le armi non tacciono.
Il Civilian Impact Monitoring Project – meccanismo di monitoraggio umanitario promosso dalle Nazioni Unite – segnala almeno 1.200 civili, tra cui oltre 200 bambini, rimasti uccisi o feriti per causa diretta della violenza armata solo nel 2024. Vittime per la gran parte dei residuati bellici esplosivi che infestano il terreno yemenita e dei bombardamenti che dal 2023 hanno ripreso a ferire il Paese nel quadro dello scontro con Israele e della campagna militare degli Houthi sulle rotte commerciali del Mar Rosso, che ha finito per coinvolgere una volta di troppo le potenze occidentali.
E non possiamo certo dire che sia andata meglio quest’anno. Un “cessate il fuoco” tra Stati Uniti e Houthi, facilitato da Muscat, è stato annunciato, con l’obiettivo dichiarato di garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso, il 6 maggio scorso. Nei 53 giorni precedenti, però, 339 attacchi aerei statunitensi hanno falciato 685 civili, tra morti e feriti, in quello che gli analisti dello Yemen Data Project – il più accreditato archivio dati indipendente sul conflitto yemenita – identificano come «il periodo di bombardamenti più intenso e mortale in Yemen dai tempi più recenti della guerra aerea guidata dall’Arabia Saudita». Il bilancio delle vittime civili del raid sferrato ad aprile contro il porto di Ras Issa a Hodeidah, sulla costa del Mar Rosso, corridoio vitale per il 70% delle importazioni commerciali e l’80% degli aiuti umanitari in Yemen (ma anche terminal di carburante indispensabile al rifornimento delle aree controllate dagli Houthi), è tra i peggiori mai registrati in un decennio di monitoraggi: da indagare come crimine di guerra, tanto quanto gli attacchi degli Houthi contro le navi cargo nel Mar Rosso o quelli israeliani contro i porti e gli aeroporti yemeniti, secondo l’organizzazione indipendente Human Rights Watch.
ARMI, FAME E MALATTIE
Rimane un insanguinato campo di battaglia lo Yemen, zuppo degli abusi e delle atrocità di cui tutte le parti non smettono di macchiarsi. E così sprofonda nel tracollo delle infrastrutture e della quotidianità. Era ancora fine 2021 quando le Nazioni Unite stimavano che quasi il 60% delle almeno 377 mila vite perdute nel conflitto erano state stroncate, nel silenzio, dagli stenti e dalla mancanza di cure. Oggi, ai sopravvissuti non è rimasto niente. Acqua pulita, cibo, medicine, carburante, un tetto sulla testa, protezione, giustizia: i bisogni umanitari sono enormi. È la guerra che uccide anche quando non spara e non bombarda, fuori dalle mappe dei media e della diplomazia.
Mentre il Fondo Onu per l’infanzia (Unicef) denuncia che la metà dei bambini yemeniti sotto i cinque anni già soffre di malnutrizione cronica, complessivamente sono ormai oltre 18 milioni gli affamati dello Yemen: parliamo di una tra le incidenze più alte al mondo in rapporto alla popolazione totale, dietro solo a Gaza e al Sud Sudan, stando al più aggiornato Global Report on Food Crises – la principale indagine sulla fame acuta coordinata dall’Agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), il Programma alimentare mondiale (Wfp) e i partner internazionali. E le previsioni per il prossimo futuro, tra i tagli ai finanziamenti, le epidemie che dilagano, il collasso dei servizi di base e il declino economico, sono assai più cupe, se possibile: se non si interverrà per tempo e con decisione, «le aree più vulnerabili sprofonderanno nella carestia», è l’allarme della comunità umanitaria davanti al Piano di risposta umanitaria Onu per lo Yemen che ancora a settembre era finanziato per appena il 18%, il livello più basso dell’ultimo decennio.
Il colera infuria tra i 15 milioni e più di persone che non hanno accesso ad acqua pulita e potabile e ad alcun servizio igienico-sanitario adeguato in tutto il Paese; 19,7 milioni necessitano di assistenza sanitaria mentre i pochi ospedali ancora in piedi, retti da operatori esausti e non pagati da mesi, mancano di elettricità, di acqua, di forniture mediche di base.
Il 40% delle strutture sanitarie è solo parzialmente operativo o del tutto fuori uso nel Paese che registra il più alto tasso di mortalità materna del Medio Oriente e un’emergenza profonda nella salute anche mentale di donne e ragazze, colpite in misura sproporzionata e devastante dalla guerra. L’Agenzia Onu per la salute sessuale e riproduttiva (Unfpa) conta 9,6 milioni di donne yemenite in urgente bisogno di cure salvavita e almeno 1,3 milioni di madri denutrite. Oltre 6 milioni vivono sotto la costante minaccia della violenza sessuale e di genere, un’intera generazione di ragazze è intrappolata in matrimoni precoci o infantili, e il futuro di circa un milione e mezzo di bambine non si scrive più tra i banchi di scuola. Insieme ai loro figli, le donne costituiscono l’80% dei 4,8 milioni di sfollati interni dello Yemen e sono loro a sopportare il peso di essere troppo spesso l’unica fonte di sostentamento per le famiglie schiacciate dalla povertà e dalla morte.
UN LABORATORIO DELL’ORRORE
Tra il 2015 e il 2022, l’offensiva aerea capeggiata dai sauditi, portata avanti con il supporto logistico e d’intelligence anche degli Stati Uniti e del Regno Unito, ha colpito lo Yemen più di 25mila volte nelle stime dello Yemen Data Project: significa dieci bombardamenti al giorno, ogni giorno, per sette anni. E questo senza tenere in conto le incursioni terrestri, gli attacchi di artiglieria e quelli missilistici, gli attentati terroristici, e tutte le altre azioni di violenza armata condotte dai numerosi gruppi attivi sul territorio. Scuole, ospedali, mercati, infrastrutture idriche e alimentari, moschee, siti sportivi e culturali, campi profughi e ogni sorta di altro possibile obiettivo civile è finito nel mirino di operazioni quantomeno sproporzionate e indiscriminate. Niente e nessuno è stato risparmiato.
Ma quello è solo il più visibile dei crimini di guerra e contro l’umanità che lo Yemen ha conosciuto, nell’eco spenta del resto del mondo: sono migliaia, e tutte impunite, le gravi violazioni – dagli stupri usati come tattica di terrore e controllo, alle sparizioni forzate – documentate dalle indagini delle più autorevoli organizzazioni yemenite e internazionali e delle Nazioni Unite, e tutte raccontano quanto nessuno degli attori coinvolti, sul fronte e sulle retrovie, abbia le mani pulite in questo conflitto che ha fatto dello Yemen un laboratorio di distruzione per sangue e miseria. E non è ancora finita.
Il Nord degli Houthi è ingabbiato in uno Stato di polizia, dove i bambini arruolati come soldati sono sempre di più (soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 migliaia di giovanissimi sono stati arruolati sfruttando la propaganda jihadista anti-israeliana e incentivi economici e alimentari), le libertà delle donne sono cancellate, una campagna di arresti arbitrari perseguita il personale umanitario e la società civile, le esecuzioni extragiudiziali non si fermano, l’accesso umanitario viene ostacolato. Più o meno allo stesso modo è governato il Sud, in particolare quello gestito dalle forze filo-emiratine, che si distingue soprattutto per il brutale trattamento riservato ai detenuti, tra scomparse e torture. La guerra economica persiste, nonostante la povertà strangoli l’80% della popolazione yemenita, nonostante a milioni a questo punto dipendano dall’assistenza umanitaria per sopravvivere. E le bombe sono tornate a squarciare i cieli yemeniti, nell’escalation delle ostilità tra Ansar Allah e Israele, sullo sfondo di ciò che si compie a Gaza, che ha riacceso i fronti più instabili del Medio Oriente.
Le tregue fin qui reggono, dicevamo. Ma per quanto ancora? Attorno al conflitto irrisolto dello Yemen si intrecciano tutte le faglie del Medio Oriente, e le sue scosse riverberano assai oltre i confini del banco di prova su cui Riad e Teheran misurano le proprie capacità di proiezione e giocano la propria partita d’influenza sulla regione, insieme a Israele, agli Emirati, all’Occidente. E, al tempo stesso, le più vaste dinamiche regionali – comprese quelle introdotte dagli Accordi di Abramo, che, allineando strategicamente Eau e Israele, aggiungono ulteriori livelli di complessità e frammentazione nel teatro yemenita – rischiano di far saltare i fragili equilibri interni che in qualche modo hanno finora tenuto a galla il Paese: su un crinale tanto scivoloso, un raid aereo, una nave colpita, un’alleanza che si sposta, una milizia che si ricompatta sulle linee di frattura, un solo errore di calcolo può bastare a incendiare lo Yemen intero, dove una pace sostenibile, che possa dare respiro al suo popolo, resta un miraggio.
Lo Yemen corre sul filo del rasoio, ogni giorno più vicino al punto di rottura. Ma resta condannato ai margini dello sguardo internazionale, osservato quasi esclusivamente attraverso la lente delle preoccupazioni strategiche delle grandi potenze che muovono le proprie pedine su un Paese ormai allo stremo. Lo Yemen è un piccolo frammento di mondo in guerra, come ce ne sono tanti, che muore nell’ombra, senza telecamere, senza clamore, senza indignazione.
Ph. Bombardamento su Sana’a’ (Yemen) © Fahd Sadi, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons
Clara Geraci
Giurista, esperta di diritti umani e Diritto internazionale umanitario
