di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore
Aldo Tortorella, scomparso a quasi 100 anni, è stato tra gli ultimi custodi della tradizione del comunismo italiano, intrecciando impegno politico, rigore culturale e una vita spesa per la giustizia sociale. Dalla Resistenza alla direzione de l’Unità, fino alle battaglie contro le derive autoritarie contemporanee, ha rappresentato un punto fermo per più generazioni. Sognatore concreto, ha attraversato un secolo rimanendo fedele al dialogo, alla libertà e alla forza delle idee.
Mi è difficile ricordare Aldo Tortorella, che il prossimo 10 luglio avrebbe compiuto cento anni e invece, ahinoi, si è fermato a quasi 99, andandosene nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 2025 al termine di una vita esemplare. L’indomani, su il manifesto, Alberto Leiss e Vincenzo Vita, ricordandone l’innata passione per la libertà, lo hanno salutato come uno degli ultimi “sacerdoti del tempio”, tra i pochissimi eredi rimasti della cultura del Comunismo italiano, interprete di un mondo che non esiste più ma continua a vivere non solo nell’immaginario collettivo di chi non si rassegna al mondo così com’è ma nella nostalgia di chi ha conosciuto, almeno in parte, quella storia.
DALLA RESISTENZA A L’UNITÀ
Classe 1926 (nato nello stesso anno delle Tesi di Lione presentate da Gramsci durante l’importantissimo congresso del Partito comunista d’Italia (Pcd’I) svoltosi in clandestinità in Francia, quando il Fascismo aveva ormai preso piede nel nostro Paese), aderì alla Resistenza non ancora maggiorenne, riuscendo a fuggire dall’ospedale Niguarda di Milano, dov’era stato ricoverato in stato d’arresto per la sua attività di partigiano, grazie a un provvidenziale travestimento da infermiera.
Mi torna in mente un pranzo al termine di una riunione dell’Associazione per il rinnovamento della Sinistra (Ars). Eravamo da Morgana, un ristorante romano non lontano da piazza San Giovanni, e il discorso si spostò all’improvviso sul calcio: Aldo tifava Sampdoria perché a Genova, come detto, era stato partigiano, e lo era rimasto per tutta la vita.
Laureato in Filosofia con Antonio Banfi, giornalista, già direttore del dorso genovese de l’Unità, divenne direttore del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e lo rimase fino al 1975, quando l’Unità era il secondo giornale italiano, e sulle sue colonne ebbe il privilegio di poter raccontare la grande avanzata comunista che avrebbe condotto allo storico 34,4 per cento alle Politiche del 20 giugno 1976. Sarebbe ingeneroso, tuttavia, ridurre Tortorella alla sola dimensione politica. Perché l’aspetto intellettuale, come peraltro testimonia la sua lunga esperienza da responsabile Cultura del Partito comunista italiano (Pci), era addirittura preponderante, in una fase storica nella quale tutti i principali esponenti dei vari partiti ritenevano questo aspetto assai più importante dei pur prestigiosi incarichi che avevano nelle rispettive compagini e in ambito istituzionale.
LA SVOLTA CULTURALE DEL PAESE
Se pensiamo a Tortorella, ci viene in mente il convegno dell’Eliseo (15 gennaio 1977), quando Berlinguer pronunciò il celebre discorso sull’austerità, intuendo la svolta mondiale in atto e mettendo le mani avanti rispetto alla deriva che sarebbe poi stata rappresentata dal thatcherismo in Gran Bretagna, dall’edonismo reaganiano in America e dal craxismo prima e dal berlusconismo poi in Italia. Sia Berlinguer che Tortorella avevano intuito di essere al cospetto di una rivoluzione culturale regressiva che avrebbe segnato per sempre la vita del Paese, modificandone il corpo e la mente, stravolgendone i costumi e condizionandone, inevitabilmente, anche le scelte politiche. E lo dissero, sia pur a modo loro, con quel garbo di cui oggi purtroppo si è smarrito il seme. Berlinguer lo denunciò nella celebre intervista rilasciata a Scalfari il 28 luglio del 1981, Tortorella continuò a scriverlo ovunque ne avesse la possibilità, corredando l’analisi con riferimenti storici e aneddoti che da soli valevano una lezione. Del resto, Aldo ha sempre sofferto per la mancata carriera accademica: uno dei suoi più grandi crucci era non aver potuto seguire le orme del suo maestro Banfi, da qui anche il suo essere restio a scrivere libri. Nonostante questo, ci ha regalato una prosa di altissimo livello, firmando editoriali che resteranno per sempre nella storia del giornalismo. A tal proposito, vogliamo ricordare l’ultimo, dedicato a Trump e Musk e intitolato I due dittatori (lo ha pubblicato su Critica Marxista poco prima di morire). Ne citiamo un passaggio: «Anche a molti potenziali elettori del partito democratico appartenenti alle classi sociali subalterne non ha fatto alcuna impressione dare il proprio consenso a una persona che ha chiesto il voto non contro il tentativo di colpo di Stato, ma sostenendolo e minacciando di rifarlo se fosse stato sconfitto, e che ha adoperato un linguaggio da potenziale dittatore. Al contrario, è proprio questo che è piaciuto, come hanno spiegato molti osservatori. Vi è qui la testimonianza della crisi ormai non più occultabile della liberaldemocrazia o, meglio, è la prova che l’uso fattone da quella parte del capitale fin qui egemone, ivi compresa la globalizzazione capitalistica, ha arricchito parecchio i già ricchi ma ha deluso moltissimi delle classi subalterne, compresi tanti che hanno scelto l’astensione e tanti altri che non hanno votato il potenziale dittatore non perché siano appagati dallo stato delle cose, ma solo perché temono il peggio. E questa crisi spinge non la persona di Trump (che in inglese vuol dire “la matta”, il jolly del gioco delle carte), ma un vasto settore del capitale, ora visibilmente incarnato da Musk, a sposare il populismo per tornare a sistemi autoritari che confermino il loro dominio sui subalterni».
Non a caso, come mi ha raccontato Vincenzo Vita, che gli è stato accanto in ospedale fino all’ultimo, anche nei giorni conclusivi della sua esistenza, Aldo non faceva altro che scagliarsi contro Trump, ribellandosi a tutto ciò che incarnava e riflettendo su quella che reputava una sconfitta generazionale, lui che a diciott’anni aveva partecipato alla Resistenza e si vedeva costretto ad andarsene lasciando il mondo sotto il pericolo di una nuova, feroce dittatura.
UN SOGNATORE CONCRETO
È stato molte cose, Aldo Tortorella, ma più che mai è stato un sognatore concreto, un idealista pratico, un lottatore indomito che ha sacrificato tutta la vita alla causa di una società più giusta, riuscendo in parte anche a costruirla. E quando si è trattato di compiere scelte dolorose, come quella di allontanarsi dai Democratici di Sinistra (Ds) in seguito alla scelta del governo D’Alema di bombardare Belgrado, lo ha fatto con il garbo e la signorilità che gli erano propri: un addio in punta di piedi, senza proclami e senza mai rinunciare alla virtù del dialogo. Da quell’addio, grazie al sostegno di Beppe Chiarante, nacque l’Ars, il cui scopo primario era riannodare i fili che negli anni Novanta, in seguito alla svolta della Bolognina, si erano spezzati. In nome di un’idea romantica e forse ormai superata del comunismo italiano, che in Tortorella tuttavia recuperava una straordinaria attualità.
Personalmente, l’ho conosciuto quando ormai aveva quasi novant’anni e ne ho potuto apprezzare non solo la vitalità ma anche l’infinita passione per i giovani. Una sera, al termine di una riunione, quasi ci bacchettò: offrendoci un aperitivo, ci ricordò che “compagni” deriva da “cum panis” e che non si può stare insieme se non si riscopre il gusto della convivialità. E noi lo ascoltavamo, incantati, come se un libro di storia si fosse aperto sotto i nostri occhi e ci stesse raccontando, con rara lucidità, episodi avvenuti quasi ottant’anni prima. Se n’è andato così, raccontando e condividendo, senza mai perdere il gusto dell’ironia. Ci manca.
Ph. Aldo Tortorella via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalista e scrittore
