di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore
Il presidente Paul Biya, 92 anni e da oltre quattro decenni al potere, si è dichiarato vincitore delle elezioni del 12 ottobre nonostante accuse diffuse di brogli, intimidazioni e violenze. L’opposizione contesta un processo elettorale opaco e segnato da arresti di massa, repressione e media oscurati. Il Camerun resta sospeso tra ingovernabilità, crisi anglofona, terrorismo jihadista e una società civile sempre più esasperata.
Lo scorso luglio, all’annuncio della sua ennesima candidatura alle elezioni presidenziali di ottobre, corredato di «Il meglio deve ancora venire», moltissimi dei suoi concittadini, una parte significativa della società civile, dei partiti, della Chiesa e osservatori internazionali, sono rimasti allibiti e hanno pensato a una fake news. Invece Paul Biya, il presidente 92enne del Camerun, in carica da oltre 43 anni, faceva sul serio. Nonostante una reggenza di stile monarchico-dittatoriale, gli enormi dubbi sulle sue condizioni di salute (per interi periodi è scomparso dalle scene per presunti problemi sanitari senza però mai dare notizia di quali fossero né di come procedessero), le accuse di autoritarismo e la feroci critiche sollevate dalla nuova partecipazione alla tornata elettorale, il padre padrone del Camerun ha formalizzato la sua candidatura. E, alle elezioni del 12 ottobre, ha vinto. O quanto meno si è dichiarato vincitore.
ACCUSE DI BROGLI E VIOLENZE
Biya, a capo del Raggruppamento Democratico del Popolo Camerunese, secondo i risultati ufficiali resi noti il 27 ottobre dal Consiglio costituzionale, ha ottenuto il 54% dei voti. Il candidato dell’opposizione Issa Tchiroma Bakary, invece, del Fronte di Salvezza Nazionale del Camerun, che si era dichiarato vincitore il 12 ottobre e aveva denunciato brogli elettorali, risulta secondo con il 35% dei voti.
Il voto, già preceduto da polemiche roventi anche a causa dell’esclusione e l’arresto del principale candidato delle opposizioni, Maurice Kamto del Movimento Rinascita Camerunese (nettamente in testa nei sondaggi), come era immaginabile, si è trasformato in un’occasione di gravi scontri in tutto il Paese continuano a caratterizzare la vita sociale a oltre due mesi dalle urne.
Non essendo mai stata istituita una commissione indipendente non è stato possibile una verifica accurata dei risultati. Il processo elettorale è stato pesantemente influenzato dal controllo del governo sulle istituzioni preposte all’esame delle procedure e, soprattutto, dell’esito del voto. Come riportano molti organi internazionali, il regime ha utilizzato ogni mezzo per limitare la trasparenza e ha introdotto misure evidentemente atte a limitare il campo di azione delle opposizioni quali l’arresto del leader storico e di attivisti prima del 12 ottobre, un accesso mediatico ridotto, intimidazioni verbali e fisiche fino a ritardare la pubblicazione dei risultati al fine di – come molti sospettano – “ritoccarli”.
Una manovra a tenaglia che non ha dato respiro alle opposizioni e, elemento piuttosto sconcertante, non ha tenuto in minimo conto le più che giustificate raccomandazioni rivolte al presidente, nazionali e internazionali, a farsi da parte.
IL CAPO DI STATO PIÙ VECCHIO DEL MONDO
A 92 anni, Paul Biya diventa così il Capo di Stato più vecchio del mondo e dimostra di essere incollato a quello scranno presidenziale indissolubilmente. «È inutile sperare che uno come Paul Biya si faccia da parte attraverso un processo elettorale – spiega a Confronti Fratel Singfred Sinior M’sene, preside della Facoltà di Giornalismo e comunicazione dell’Istituto universitario cattolico della diocesi di Buea – perché un dittatore non può essere rimosso dal potere tramite le urne. Può essere cacciato solo con la forza, e lo si vede chiaramente da una serie di dati sul processo elettorale davvero allarmanti. Se ne potrebbero citare molti, ad esempio, hanno conteggiato migliaia e migliaia di voti da luoghi in cui la popolazione non arriva a mille abitanti. La situazione attuale può essere definita di calma apparente, ma resta molto tesa. Le forze governative hanno continuato ad arrestare, detenere, torturare, intimidire e minacciare coloro che sono membri del partito di Issa Chiroma Bakari, o coloro che mostrano simpatia per lui. Lo hanno fatto sistematicamente, silenziosamente ma in modo capillare».
Issa Tchiroma Bakari, subentrato a Kamto, è stato ministro in alcune fasi dell’ultra quarantennale presidenza di Biya ma negli ultimi anni ha nettamente preso le distanza da lui. Nonostante proclami, cerimonie di insediamento e nomine di ministri che Biya ha inanellato nei giorni seguenti come se il suo Paese non fosse messo a ferro e fuoco, Bakari ha continuato per settimane a sostenere di essere il vero vincitore delle urne e i suoi sostenitori hanno inscenato manifestazioni imponenti a cui le forze armate del Camerun hanno risposto con l’uso diffuso della forza, arresti di massa di dimostranti e di altri cittadini. Il bilancio alla fine di ottobre era di una trentina di morti, un numero significativo di arresti e violenze diffuse. Fin da subito si sono moltiplicate accuse di gravi abusi perpetrati in molte aree del Paese. Human Rights Watch, ad esempio, denunciava che «la violenta repressione dei manifestanti e dei cittadini comuni in tutto il Camerun mette a nudo un crescente clima di repressione che getta un’ombra oscura sulle elezioni. Le autorità dovrebbero immediatamente frenare, indagare e perseguire le forze di sicurezza responsabili, e tutti i leader politici dovrebbero invitare i propri sostenitori a rifiutare la violenza». Un team di oltre un centinaio di avvocati costituitosi per fornire assistenza legale gratuita alle persone arrestate durante e dopo le proteste, ha dichiarato a Human Rights Watch che le forze di sicurezza avrebbero fermato fino a 2mila persone, tra cui diversi minori.
BAKARI IN FUGA MENTRE DILAGA LA REPRESSIONE
Nel frattempo, Bakari, minacciato di arresto per aver incitato a violente manifestazioni post-elettorali, è fuggito in Gambia. Da Banjul ha ripetutamente promesso di opporsi al governo di Biya fino a quando la sua “vittoria” alle elezioni non sarà riconosciuta.
«Il suo trasferimento in Gambia – riprende M’sene – non è affatto un segno di resa. Issa Chiroma Bakari ha lavorato per questo governo per oltre 20 anni, conosce molto bene i meccanismi interni. Se fosse rimasto sarebbe stato sicuramente arrestato e chissà che fine avrebbe fatto (nel frattempo, Anicet Ekane, il fondatore e leader del partito di opposizione Manidem, arrestato il 24 ottobre, è morto in stato di detenzione. Soffriva di problemi respiratori, la famiglia chiedeva da tempo che fosse ricoverato). Bakari, nonostante sia in esilio in Gambia, ha nominato un portavoce che si trova nel Paese, un’avvocata pragmatica, una giurista internazionale, Alice Nkom, che ha continuato a parlare in suo nome. E i camerunensi stanno aspettando consapevoli che lui sta elaborando strategie per tornare e rimettere questo governo al suo posto».
Il Camerun non è nuovo a gravi tensioni post elettorali dai risvolti drammatici. Nella tornata presidenziale del 2018 il leader dell’opposizione Maurice Kamto, esattamente come Bakery oggi, si dichiarò vincitore delle elezioni prima che venissero pubblicati i dati ufficiali. Kamto fu arrestato con accuse pesantissime di tradimento della patria e sedizione, e imponenti manifestazioni riempirono le strade del Paese. La repressione, anche in quel caso, fu durissima e ha lasciato segni indelebili. Anche all’epoca, come è normale che fosse, aveva suscitato critiche la nuova ricandidatura di Paul Biya. Ed era “solo” al suo 36° anno di presidenza continuativa.
LA CHIESA CATTOLICA CONTRO IL “DINOSAURO”
Tra le componenti della società che maggiormente si sono opposte alla ricandidatura del “dinosauro”, come viene chiamato nei circoli nazionali e internazionali, c’è la Chiesa cattolica, autorevolissima realtà che gode di un grandissimo rispetto sia sul piano spirituale che politico (I cristiani costituiscono circa oltre il 65% dei fedeli in Camerun, e i cattolici rappresentano circa il 38%). Già a gennaio, quando cominciò a circolare la voce che Biya si sarebbe ripresentato, dopo mesi di assenza dalla scena politica per malattia e alla soglia dei 92 anni (il compleanno cade a febbraio), alcuni vescovi presero pubblicamente posizione contro la possibile ricandidatura. Il primo fu monsignor Samuel Kleda, arcivescovo di Douala, la seconda città del Paese, che a senza mezzi termini denunciò l’assenza di democrazia nel Paese e, a proposito delle elezioni, disse che sarebbero state «sicuramente manipolate».
Monsignor Paul Lontsie-Keune, invece, vescovo della diocesi di Bafoussam, dopo aver chiamato tutti i fedeli a impegnarsi in politica e mobilitarsi in vista delle elezioni, li ha invitati a «votare contro il regime di Paul Biya». Per rendere ancora più esplicito il messaggio, il prelato, come riporta Africa Rivista, ha insistito sul fatto che le scelte elettorali del 2025 non avrebbero dovuto essere guidate da compiacenza o connivenza, ma dal desiderio di costruire un futuro migliore per il Camerun. Monsignor Emmanuel Abbo, vescovo di Nagoundere, ha tuonato contro il governo che ha paragonato a un “rullo compressore” che schiaccia ogni forma di dissenso. Particolarmente colorita, poi, la posizione di monsignor Barthelemy Yaouda Hourgo, vescovo di Yagoua, nell’Estremo Nord, al confine con il Ciad, infestato dalle penetrazioni dei gruppi jihadisti di Boko Haram e dell’Islamic State West Africa Province (Iswap). In un’omelia al vetriolo ha insistito sulle numerose sofferenze dei camerunesi stretti tra povertà, terrorismo e crisi separatista nelle regioni anglofone, e ha concluso dichiarando che la situazione non sarebbe potuta essere peggiore di quella in cui versa il Camerun «persino se dovesse essere il diavolo a prendere il potere».
All’indomani del voto, in una dichiarazione rilasciata dalla Conferenza episcopale il 20 ottobre (quando ancora non erano stati pubblicati i risultati), i vescovi cattolici hanno espresso la necessità di pace e stabilità ma hanno anche aggiunto di sperare che il risultato ufficiale rifletta la volontà dell’elettorato e che «nessuna autorità coinvolta in questo processo modifichi in alcun modo il risultato».
«Ma dopo la pubblicazione dei risultati – aggiunge M’sene – non ha fatto sentire la sua voce più di tanto. Se la Chiesa in Camerun avesse parlato con una sola voce, avrebbe contribuito molto a promuovere la democrazia in questo Paese. Devo ammettere che molte persone sono deluse dalla Chiesa in questo Paese e si aspettavano che parlasse più duramente».
Il momento del Camerun, quindi, è molto delicato. Si ritrova per l’ennesima volta a essere guidato da un presidente che si fa evidente beffa di ogni principio di alternanza democratica e che utilizza metodi autoritari per auto-legittimarsi. Ha una classe politica dirigente, quindi, che continua a raccogliersi attorno a un regime gerontocratico e autoritario. Allo stesso tempo, il Paese, si trova a dover affrontare problemi molto gravi quali crisi economica, penetrazione capillare jihadista al Nord e la spinosa questione delle regioni anglofone dove continuano richieste di indipendenza perpetrate a suon di rapimenti, uccisioni, attentati ed esodi biblici di civili terrorizzati (ci sono circa 64mila i rifugiati camerunesi provenienti dalla crisi anglofona in Nigeria mentre sarebbero oltre 800mila gli sfollati interni) a cui risponde l’esercito con repressioni estremamente violente. L’opposizione continua a essere determinata e le motivazioni a essere solide e accolte da fette sempre più significative di popolazione. Il rischio di precipitare nel caos totale è alto.
Ph. Simbanematick, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Luca attanasio
Giornalista e scrittore
