di Giorgio Gomel. Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.
La patologia dell’antisemitismo persiste, ricorre con pervicacia 80 anni dopo lo sterminio nazista. Riesuma vecchi stereotipi quali il potere finanziario e politico esercitato dagli ebrei, il fantasma mistificatorio di un complotto mondiale da essi ordito.
Nel 2017 Manuel Valls, allora Primo ministro di Francia, pubblicò un J’accuse circa la confluenza di una tradizione antisemita della Destra estrema e di un’ideologia islamista sedimentatasi in quartieri delle città abitati da figli di immigrati musulmani, dove è forte la predicazione all’odio di imam integralisti.
Un’ideologia che importa, come sottoprodotto sul suolo europeo, il conflitto israelo-palestinese e lo deforma in una contrapposizione malata fra arabi ed ebrei, rifacendosi da un lato a vecchi temi dell’antiebraismo europeo, quali il complotto mondiale, il dominio politico ed economico degli ebrei e dall’altro esaltando il separatismo comunitario contro i valori della laicità e della democrazia.
Anche in Italia, come registra l’Osservatorio sull’antisemitismo della Fondazione Cdec, è in atto da tempo un incrudirsi di sentimenti e atti diretti contro individui e istituzioni ebraiche. La bestia antisemita è multiforme: quella di origine religioso-cristiana, quella razzista o etno-nazionalista nelle sue varianti moderne; infine vi è quella legata all’esistenza di uno Stato degli ebrei-Israele.
Nei due anni di guerra a Gaza questa è diventata massiccia, inquinando vasti strati della società. Nelle manifestazioni organizzate nelle università o nelle strade delle città d’Europa e degli Stati Uniti domina una virulenza contro Israele che spesso degenera in palese antiebraismo, come se gli ebrei del mondo fossero unanimemente concordi, o peggio complici, delle decisioni e delle azioni dei governi di Israele. È una virulenza gravida di posizioni manichee e grossolane distorsioni della storia – lo scrittore e politico socialdemocratico tedesco August Bebel definì alla fine dell’Ottocento questo tipo di ideologia il “Socialismo degli imbecilli”.
Sebbene siano gli ebrei a soffrire direttamente dell’antisemitismo e della sua lunga, dolorosa e orribile storia, esso rappresenta un sintomo acuto del malessere di una società, del degrado di forme di convivenza civile nonché del rispetto delle minoranze. Minoranze, come quella ebraica, per le quali una società aperta e plurale, in cui le molteplici identità, culture, comunità sono riconosciute come legittime e rispettate, è una condizione vitale di esistenza.
Vi è uno slittamento logico, lessicale, e filosofico, come spesso accade nello schematismo che domina il dibattito sul conflitto fra Israele e Hamas, nel vieto stereotipo di vittime e carnefici. Traduce una concezione essenzialista della storia umana per cui gli israeliani di oggi, tutti indistintamente, un popolo “malato” nella sua interezza collettiva, siano i figli, i nipoti, gli eredi degli ebrei di 80 anni fa, tramutati oggi in carnefici.
È una falsità evidente, come dimostra il dibattito sofferto che divide la società israeliana circa il conflitto in atto e le violenze inferte ai civili gazawi, nonché lo strumento facile di un meccanismo autoassolutorio per l’Europa colpevole per secoli dell’antigiudaismo cristiano e del razzismo antisemita. Un meccanismo che abbiamo visto operare distintamente intorno alla Giornata della memoria negli ultimi due anni, una memoria artatamente rimossa, ma che ricorre vistosamente in articoli, sondaggi d’opinione, manifestazioni pubbliche.
In quei contesti la parola “Sionismo” si è tramutato un’ingiuria e l’antisionismo conclamato è troppo spesso una copertura o difesa dalle accuse di antisemitismo. Una manifesta distorsione della storia.
Il Sionismo nacque alla fine dell’Ottocento con l’intento di rimuovere l’eccezionalità della condizione ebraica, quella di un popolo disperso e perseguitato, assicurando agli ebrei un luogo di rifugio e la normalità dello “Stato-Nazione”. Uno Stato ebraico non garantisce di per sé, come dimostra la cronaca funesta di questi anni, la sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione di quella condizione di precarietà: il diritto di Israele a una legittima esistenza è ancora oggi in dubbio.
Non soltanto nella barbarie omicida di Hamas, ma anche in coloro che inneggiano a una Palestina libera e integra “dal fiume al mare”, negando così il diritto degli ebrei all’autodeterminazione e il principio di spartizione di quella terra contesa in “due Stati per due popoli”.
Ph. Hakon Grimstad, via Unsplash
Giorgio Gomel
Economista, è membro dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), del Comitato direttivo di Jcall-Italia e dell’organizzazione Alliance for Middle East Peace.
