di Jacopo Lorenzini. Storico. Ricercatore all’Università di Bologna
Intervista a cura di Fulvio Ferrario. Professore di Teologia sistematica presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma.
Nel suo ultimo libro I colonnelli della Repubblica (Laterza, 2024), lo storico Jacopo Lorenzini ricostruisce l’evoluzione dell’esercito italiano tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, quando una Repubblica ancora giovane si è confrontata con l’ombra del golpe e le tensioni della Guerra fredda.
Ne I colonnelli della Repubblica (Laterza, 2024), Jacopo Lorenzini esplora un periodo cruciale della storia italiana: la difficile trasformazione dell’esercito dopo il crollo del Fascismo e la nascita della Repubblica. Attraverso documenti inediti, il libro racconta come il corpo ufficiali sia passato da una struttura monarchica e nazionalista a un’istituzione repubblicana, senza però risolvere del tutto le tensioni interne tra lealtà costituzionale e pulsioni eversive. Jacopo Lorenzini, ricercatore all’Università di Bologna, si occupa di Storia delle istituzioni militari in ottica globale. Tra le sue pubblicazioni, ricordiamo Uomini e generali. L’élite militare nell’Italia liberale (1882-1915) (FrancoAngeli, 2017) e L’elmo di Scipio. Storie del Risorgimento in uniforme (Salerno Editrice, 2020, Premio Friuli Storia 2021).
Nel suo libro lei distingue, all’interno del corpo ufficiali tra gli anni Cinquanta e i primi Settanta, due tendenze: entrambe conservatrici e anticomuniste, ma una legata all’esperienza della Resistenza e fedele alle istituzioni, l’altra più incline a tentazioni autoritarie. In che modo queste due anime hanno convissuto e si sono contrapposte?
Si tratta di una differenza fondamentale, che fin qui non era stata abbastanza approfondita. Credo che abbia a che fare anzitutto con la percezione esatta di quanto la sconfitta militare del 1940-43 sia stata un punto di non ritorno, un evento radicalmente squalificante del regime fascista che aveva voluto l’entrata in guerra, e che poi aveva facilitato la subalternità all’alleato tedesco, ma anche della monarchia che non aveva fatto nulla per opporvisi. Ecco, questa percezione ce l’hanno specialmente quegli ufficiali che, dopo l’8 settembre del 1943, hanno combattuto a vario titolo nel quadro della Resistenza e che, malgrado le direttive riduzioniste del maresciallo Giovanni Messe (secondo le quali andavano combattuti soltanto gli occupanti tedeschi), hanno toccato con mano la barbarie fascista della Repubblica sociale italiana (Rsi) e hanno partecipato attivamente alla guerra civile. Discorso del tutto diverso per chi invece al momento dell’armistizio si trovava al Sud o nei campi di prigionia alleati. Per costoro l’esperienza della guerra è molto più convenzionale, e soprattutto l’immagine dei partiti politici antifascisti rimane grossomodo quella, esclusivamente negativa, che era stata dipinta dalla propaganda del regime. Questo non significa assolutamente che gli ufficiali-partigiani fossero automaticamente simpatetici con gli obiettivi politici dei partiti antifascisti. Tuttavia, a differenza dei colleghi rimasti estranei alla Resistenza, capiscono la radicale novità politica rappresentata dall’esperienza dei Comitati di liberazione nazionale (Cln), e l’efficienza anche militare dimostrata da alcune delle formazioni partigiane, specialmente da quelle comuniste. Se ufficiali-partigiani e ufficiali privi di quell’esperienza risultano spesso e volentieri egualmente conservatori, insomma, i primi sembrano maturare politicamente molto più dei secondi, e soprattutto non rimangono estranei ai rapporti di reciproca stima che si forgiano in seno ai Cln nel corso della lotta partigiana. Detto ciò questa non è che una delle tante linee di faglia che attraversano l’istituzione militare italiana del secondo Dopoguerra, e sarebbe semplicistico rappresentare il corpo ufficiali degli anni Cinquanta e Sessanta come diviso tra ex ufficiali-partigiani leali alle istituzioni repubblicane, ed ex soldati del duce intenti a progettarne la caduta. Le aree ideologiche e i gruppi di pressione che si confrontano all’interno del corpo ufficiali sono ben più fluidi, e rispondono in maniera dinamica alle sollecitazioni che provengono dall’esterno dell’istituzione militare: dallo scenario politico nazionale, ma anche da quello internazionale. Per questo credo che indagare l’esercito del primo ventennio repubblicano attraverso la lente dell’evoluzione delle teorie e delle pratiche della guerra non ortodossa, un campo praticato indistintamente dagli appartenenti a tutte le scuole di pensiero, si sia rivelato un approccio particolarmente proficuo. È nelle prassi concrete, o nella loro immaginazione, che spesso si rivelano con più chiarezza le visioni del mondo e le inclinazioni ideologiche.
Ma l’Italia, tra gli anni Sessanta e i primi anni Settanta, ha realmente rischiato il colpo di Stato militare?
Quando ho iniziato a scrivere il libro, avevo deciso programmaticamente di arrestarmi un attimo prima della bomba di Piazza Fontana, e per un motivo ben preciso: perché più che addentrarmi nel “mistero italiano” della strategia della tensione, che ormai è tale solo per chi non conosce le sentenze e i lavori storiografici che ne hanno ampiamente circostanziato le responsabilità, volevo capire come le bombe fossero state “pensabili”, quale fosse stato l’humus culturale sul quale una parte dei ceti dirigenti politici e militari italiani avessero potuto innestare le proprie tendenze eversive. Ma poi mi sono reso conto che era opportuno non arrestarsi sulla soglia del periodo più problematico della storia repubblicana.
Detto questo, anche sulla scorta di chi più di me ha approfondito la questione del golpismo – e faccio riferimento soprattutto allo storico del terrorismo Francesco Maria Biscione – un “partito del golpe”, trasversale alla politica e alle forze armate, è esistito certamente fino ai primi anni Settanta. Ma come scriveva il giornalista e polemologo Edgardo Beltrametti, un esercito che tenta un golpe e fallisce è un esercito finito. E come chiosava il generale Giovanni De Lorenzo: «Ma con chi e per chi fare il colpo di Stato? […] Non esiste un tentativo di pronunciamento autoritario senza forze, senza sostegno od obiettivi politici». In altre parole, se in Italia non c’è stato un golpe militare è perché il “partito del golpe” è sempre stato minoritario, e soprattutto privo di una massa critica che rendesse verosimile o auspicabile il suo successo, sia in ambito politico che militare. Altra questione l’uso strumentale che del “fantasma del golpe” è stato fatto sia all’epoca che successivamente, di volta in volta per moderare le ali progressive dei partiti di governo, per mantenere la marginalizzazione del Partito comunista italiano (Pci), per forzare determinati passaggi della storia nazionale. Ma questa è una storia che riguarda il personale politico e le élites dirigenti dell’Italia repubblicana, molto più che il mondo militare.
Leggendo la pubblicistica e la galassia di siti del settore, si ricava l’impressione che il militare, i militari e gli esperti di cose militari siano strutturalmente di Destra. È così?
Da un lato penso che nel caso italiano sia stato inevitabile: tra l’eredità del passato monarchico e autoritario, la precoce collocazione atlantica che trasforma in blocco i partiti socialisti in altrettanti “nemici interni”, e i contenuti valoriali del mestiere militare per come si è sviluppato in età moderna e contemporanea, sono molti i fattori che hanno determinato una caratterizzazione conservatrice del corpo ufficiali repubblicano. Ma conservatore non significa automaticamente fascista, e nemmeno neofascista. Ci sono state fasi nelle quali alcuni ufficiali hanno guardato con interesse al Pci, specie quando quest’ultimo si è dimostrato più affidabile dal punto di vista istituzionale rispetto a certi settori dell’area di governo. Certamente l’abolizione della leva, al cui mantenimento dopo il 1945 Palmiro Togliatti era non a caso strenuamente favorevole, ha reso il mondo militare più autoreferenziale che in passato, e l’autoreferenzialità favorisce sempre un certo grado di radicalizzazione dei valori di riferimento. Detto questo, molti ufficiali guardano con fastidio a quei colleghi che, lusingati dalla Destra, scendono in politica solo per dimostrarsi quantomeno inadeguati. E se ci fossero altri interlocutori seri, sono abbastanza convinto che farebbero volentieri a meno anche di quei sedicenti esperti di geopolitica, ai quali da qualche anno a questa parte non pare vero di poter giocare ai generali su YouTube.
Al contrario, i settori che si definiscono “progressisti” tendono a liquidare il tema demonizzando in linea di principio il militare e i relativi costi. È inevitabile o si tratta di una scorciatoia?
Anche qui, certamente c’è una serie di ragioni, concrete e di principio, che spingono le varie anime culturali e politiche del “progressismo” lontano dal mondo militare. Tuttavia considerare quest’ultimo come strutturalmente di Destra, non fa che rafforzare l’abbraccio (che spesso si rivela disastroso per tutti, come nel 1922-45) tra forze armate e Destra politica. Storicamente parlando, le istituzioni militari sono attori che interagiscono con le controparti che si dimostrano disposte a riconoscerne le specificità. Alcuni esponenti del Pci sensibili alle tematiche militari – come Arrigo Boldrini, comandante partigiano, membro della Consulta nazionale, dell’Assemblea costituente e che da parlamentare ha ricoperto il ruolo di vicepresidente della Camera dei deputati e vicepresidente della Commissione Difesa nonché quello di presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) dal 1947 al 2006 – erano ben più rispettati nelle forze armate rispetto a certi ministri della Difesa politicamente collocati a Destra. Personalmente, auspico che una maggiore apertura al dialogo possa quantomeno problematizzare questa identificazione tra Destra e militare. Certo occorrerebbe che le donne e gli uomini di Sinistra si interrogassero più seriamente sulla questione militare, se non altro per segnare una distanza rispetto alle facilonerie demagogiche che spesso e volentieri si sentono arrivare da Destra.
È possibile, a suo parere, una politica della Difesa realista e al tempo stesso “progressista”?
Se un buon numero di ufficiali ex-zaristi ha servito nell’Armata Rossa bolscevica dopo il 1917, e se i responsabili politici di quest’ultima ne hanno apprezzato le qualità professionali al punto da nominarli ai vertici di quella che era sostanzialmente un’istituzione rivoluzionaria, credo sia possibile praticamente tutto. Battute a parte, le politiche di Difesa o sono realiste o hanno conseguenze disastrose, per tutti. Tuttavia, non sta scritto da nessuna parte che la politica di difesa più realista sia un riarmo smodato, o al contrario una neutralizzazione assoluta. Bisogna intendersi su che caratteristiche possa avere una politica di difesa “progressista”, ma certamente credo sia possibile immaginarne una in linea di principio. È già avvenuto in passato, del resto: basti pensare a quei casi nei quali le forze armate sono state anche straordinari vettori di trasformazione politica e di emancipazione sociale. Ma il presupposto per qualsiasi politica del genere è una maggiore conoscenza e comprensione reciproca tra mondo militare e società civile.
Sembra che l’Europa non possa più contare sull’ombrello americano. È realistico pensare a una Difesa europea? E quali dovrebbero esserne i pilastri?
Esattamente quelli che avrebbero potuto darle vita negli anni Cinquanta, quando già si discuteva di istituire una Comunità europea di Difesa: integrazione istituzionale e coesione politica. Due cose che non sembrano alle viste nell’Europa di oggi, profondamente divisa tra indirizzi nazionali spesso incompatibili, e posizionamenti internazionali ancor più antitetici. Alcuni Paesi, come il nostro peraltro, sembrano del tutto incapaci di immaginare uno scenario nel quale gli Stati Uniti “buttino a mare” l’Europa – il che risulta piuttosto preoccupante, a proposito di realismo. Devo dire che sono di gran lunga più ottimista sulla possibilità di dialogo tra forze armate e cultura di Sinistra, che sulla capacità di questa Europa di darsi uno strumento militare comune – e ho detto tutto.
Jacopo Lorenzini
Storico. Ricercatore all’Università di Bologna
