di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
Dove sta andando la convivenza democratica e il sistema di regole, doveri e diritti sperimentato per decenni? È importante riflettere sulla crisi delle democrazie, sempre più esposte a derive autoritarie che nascono dall’interno e si legittimano anche attraverso l’apatia civile. La perdita di partecipazione, l’erosione dei diritti e l’indebolimento dello spirito democratico sono come segnali di una trasformazione profonda del presente.
«Che cosa hai “sentito” quando hai appreso la notizia delle bombe Usa su Caracas e del sequestro del dittatore Maduro, sorpreso e prelevato insieme alla moglie, in piena notte, nella loro stanza da letto?». È la domanda che un’amica ha posto ai presenti, durante la pausa conviviale di un seminario sui rapporti tra filosofia e psicologia. Non quali analisi razionali la notizia ha innescato, ma quale è stato il “sentimento” prevalente, la reazione impulsiva spontanea, la sfumatura emozionale immediata. Sgomento? Angoscia? Paura? Rabbia? Nausea? Indifferenza? Diversi di noi hanno faticato a circoscrivere esattamente la propria tonalità emotiva, e le risposte si sono infine concentrate sugli elementi “freddi” della reazione: il ragionamento, il pensiero critico, il commento etico-politico del fatto.
Mi sono chiesto: forse è in corso una forma inconsapevole di anestesia, di confusione emotiva o di paralisi della sensibilità? Ci stiamo abituando allo strapotere del “capo”, al bullismo politico, alle nuove forme di colonialismo e imperialismo, alla logica della sopraffazione e della repressione, all’aperta e quasi esibita violazione dei diritti e delle regole (interne e internazionali) che credevamo patrimonio acquisito e inamovibile?
Forse, in questa “apatia” che si allarga a macchia d’olio (a-pathos, mancanza di sofferenza, di passioni e intensità emotiva), si gioca qualcosa che ha a che fare con la saturazione indotta dalla logica della guerra e della violenza, dalla spettacolarizzazione della morte e dell’uccisione di migliaia di persone, senza alcuno scrupolo etico, giuridico e politico?
Forse, non siamo più capaci di mantenere desta e alta dentro di noi la pulsione a indignarci, a reagire, l’attitudine a rivoltarci davanti a quella che Callicle (nel Gorgia di Platone) definiva la “naturale” logica del più forte, destinata a prevalere sul più debole nonostante le leggi e i limiti del diritto, e anzi piegando quelle al proprio tornaconto?
Stiamo davvero cedendo a una semplificante e spietata logica darwinistica applicata alle relazioni umane e alla politica, verso un realismo arrendevole e assolutista – di hobbesiana memoria – che accetta come inevitabile la supremazia del sovrano sui sudditi, che esclude il “Leviatano” dalla sottoposizione alla legge, come se fosse sciolto (ab-solutus) dalla legalità e dal dovere di rendere conto delle proprie azioni? Autocrati che emergono come funghi in ogni parte del globo, più o meno democraticamente eletti, capi-popolo non più soggetti alla legge e al diritto, portatori di un “ordine nuovo” eversivo, iper-populista e demagogico, che reprime, perseguita, incarcera, tortura e uccide impunemente migranti, critici, oppositori, cittadini che protestano per le strade.
Forse che, inconfessatamente, anche durante la lunga parentesi democratica del dopoguerra, abbiamo sempre pensato che la democrazia fosse un’eccezione, un’anomalia provvisoria della politica, una bolla utopica gonfiatasi sull’onda della fine delle esperienze totalitarie, destinata a disintegrarsi in un invisibile sbuffo d’aria, lasciando il campo a forme inedite e quasi “distopiche” di autocrazia politica, tecnologica e finanziaria, a leadership forti solo della propria arroganza?
DEMOCRAZIE SOTTO STRESS
A prescindere dalla nostra più o meno acuta sensibilità emotiva, i fatti del presente a cui assistiamo attoniti stanno inaugurando una fase politica inedita, che vede la rinascita prepotente di forze politiche apertamente ispirate ai miti politici e ai simboli dell’estrema destra. Proprio nel cuore dell’Occidente liberale, illuminista e post-totalitario, si assiste d’altro canto alla caduta a picco della partecipazione democratica e all’asservimento volontario (sebbene suggellato da legittime elezioni) delle masse e dei popoli alla volontà, al capriccio, al dispotismo capriccioso di un capo e dei suoi portavoce e ministri.
Scriveva profeticamente il filosofo, politico e giurista francese Étienne de La Boétie, nel lontano 1554: «È cosa davvero sorprendente, eppure tanto comune da doversene rattristare piuttosto che stupire, vedere migliaia d’uomini asserviti miseramente, con il collo sotto il giogo, non già costretti da una forza più grande, ma in qualche modo, come sembra, incantati e affascinati dal solo nome di uno, di cui non dovrebbero né temere la potenza, poiché egli è solo, né amare le qualità, poiché nei riguardi di tutti loro è disumano e feroce» (Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2020, p. 5).
Le democrazie sono sotto stress, un fenomeno singolare e repentino che anche le nostre nominazioni fanno fatica a dire esaustivamente, arrancando dietro a neologismi, ossimori e definizioni improvvisate: “democrazia illiberale”, “democratura”, “presidenzialismo”, “monarchia repubblicana”, “torsione autocratica”, “sovranismo”, “populismo”. Formule che, mentre tentano di intercettare fenomeni in atto, mettono in piena luce la vulnerabilità e il rischio delle “vecchie” democrazie liberali, attraversate da un’inesorabile erosione di diritti e libertà acquisite, da una radicale messa in discussione della legalità e del diritto internazionale, di quella distinzione dei poteri che Beccaria aveva posto a fondamento dello Stato di diritto.
Non si tratta affatto di “colpi di stato”, di cambiamenti eversivi violenti del regime politico, ma (e questo è l’aspetto più inquietante) di un movimento endogeno in cui la democrazia minaccia se stessa: una sorta di malattia autoimmunitaria della politica (Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi 2021), in cui le società democratiche distruggono il proprio sistema di salvaguardia dalle infezioni autoritarie, demoliscono uno ad uno i baluardi irrinunciabili del funzionamento democratico, eretti in decenni di lotte, di riforme, di passaggi politici.
Uno svuotamento delle democrazie che parte dunque dall’interno e passa attraverso vari processi e meccanismi, tutti connessi tra loro e che avvengono quasi invisibilmente e legalmente, senza strappi o attraverso minuscole, inapparenti ma decisive forzature della legalità: dalla delegittimazione dei corpi intermedi, all’indebolimento dei sindacati e dell’associazionismo, all’attenuazione dei diritti costituzionali e delle libertà individuali, alla messa fuori gioco di forme di mediazione deliberativa e partecipativa, alla rinascita di forme violente di razzismo e discriminazione, alla personalizzazione “bonapartistica” del potere attraverso logiche salvifiche e carismatiche, che scavalcano la discussione e la lenta decisionalità parlamentare a favore del pensiero unico, del protagonismo del capo e della centralità delle logiche plebiscitarie, promosse in nome di una sbandierata, piena sovranità del popolo.
Siamo davvero sull’orlo di un precipizio, al limite di un’esperienza che non ha più avvenire, che non trova più fili e nodi per continuare a tessere il reticolo difficile e fragile della democrazia? Non siamo più disposti (se mai lo siamo davvero stati) a giocarci insieme nella fragilità di questa avventura, a tentare ancora di costruire un ordito fatto di tanti e differenti desideri e interessi da intrecciare, in un patchwork policromatico e polifonico, sempre mobile e in fieri? È davvero moribondo l’ideale democratico, la democrazia intesa non come procedura tecnica di amministrazione politica, ma come “sinfonia” sempre da eseguire, come diceva la filosofa Maria Zambrano, come una “syn-poiesis” (l’esito generativo di una produzione comune) a cui ciascuno/a è chiamato/a a dare il proprio timbro e il proprio ritmo?
Che ne è oggi dello “spirito” democratico che aleggiava da decenni sull’Occidente e sull’Europa, quel «soffio dell’uomo che supera infinitamente l’uomo» (Jean-Luc Nancy, Verità della democrazia, Cronopio, 2009), quell’apertura di possibilità che fa della democrazia non un’opera compiuta ma un’aspirazione incessante, una visione sempre “a-venire” che resta «indefinitamente perfettibile, e dunque sempre insufficiente e futura» (Jacques Derrida, Politiche dell’amicizia, Cortina, 1995)? Dove sono finiti il gusto e il piacere “antichi” (radicati nella tradizione politica delle póleis greche) di esporsi sulla scena pubblica, di prendere la parola, di sperimentare la libertà come partecipazione, come Hannah Arendt e Giorgio Gaber, con mezzi e linguaggi diversi, avevano auspicato?
IL VENTO DELL’INQUIETUDINE
Non ci sono, per adesso, risposte a questi interrogativi. È questo il motivo del nostro rimanere attoniti e apparentemente senza emozioni definite, in una sfocatura del sentire e del pensare. Siamo nello spaesamento, non ci sentiamo più a casa in questo mondo alterato e in mutamento, non riusciamo a intravedere uscite, soglie, possibilità. La risposta, forse, “sta soffiando nel vento”, come dice una canzone d’altri tempi di Bob Dylan. Per questo, porsi e porre insieme domande sui processi che stanno accadendo sotto i nostri occhi, non smettere di fare della messa in questione uno strumento inquieto e non rassegnato di critica e di ricerca di possibilità diverse, è un modo (non l’unico, certo) per restare desti, vigili, sensibili, sebbene privi di un orientamento pragmatico certo. Un modo per rimanere in contatto con quel vento che soffia da qualche parte, anche se non ne avvertiamo il movimento, il respiro.
Interrogativi per “resistere” nelle incertezze del presente, per evitare quello che la filosofa e psicoanalista slovena Alenka Zupančič chiama il “disconoscimento”: la credenza illusoria di sapere, conoscere e padroneggiare i problemi (da quello ecologico-climatico a quello politico), coltivando in realtà un atteggiamento di sostanziale rassegnazione, escludendo ogni possibile cambiamento, negando la gravità di ciò che accade, rifiutando talvolta l’esistenza stessa dei problemi, avvolgendosi in una spirale di realismo cinico e di nichilismo, che finisce per rendere normale e pacifica l’eccezione e per accettare come inevitabile la crisi permanente della vita e della politica. Si tratta – secondo la lettura lacaniana che l’autrice adotta – di una nuova forma di godimento perverso dell’individuo passivo contemporaneo, una pulsione oscura e arcaica che finisce per fare dello status quo e della “dittatura del presente” l’unico mondo possibile in cui ci tocca vivere. Un mondo asfittico, che reclama aria, vento, soffio, l’inquietudine che non smette di domandare e pretendere altro.
Ph. Pierre Bamin via Unsplash
Salvatore Piromalli
Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale
