Home Geopolitica Repubblica democratica del Congo. La pace sulla carta e la guerra alle porte

Repubblica democratica del Congo. La pace sulla carta e la guerra alle porte

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

L’accordo di pace tra Repubblica democratica del Congo e Rwanda, celebrato a Washington dall’amministrazione Trump, si rivela fragile e largamente disatteso sul terreno. Mentre i combattimenti dell’M23 proseguono nel Kivu del Sud e del Nord, la società civile e le Chiese congolesi denunciano una pace imposta dall’esterno, funzionale agli interessi minerari più che alla sicurezza della popolazione.

Quello tra Repubblica democratica del Congo (Rdc) e Rwanda, siglato a Washington lo scorso 4 dicembre, è un ennesimo caso paradigmatico di quegli accordi di pace tanto sbandierati da Donald Trump, che, dietro alla facciata, nascondono ben pochi risultati. L’episodio probabilmente più emblematico di quanto fosse argilloso il “deal” washingtoniano, è quanto avvenuto a Uvira, la seconda città più rilevante del Kivu del Sud dopo la capitale Bukavu, il 10 dicembre scorso.

UVIRA SOTTO ASSEDIO

Mentre nella capitale degli Stati Uniti ancora tintinnavano i calici per la firma apposta dai due presidenti Felix Tshisekedi (Rdc) e Paul Kagame (Rwanda) sull’intesa che tra i primissimi punti prevedeva il ritiro delle truppe rwandesi e filo-rwandesi dal suolo congolese, proprio la principale milizia al soldo di Kigali, l’M23, marciava indisturbata sulla città del Kivu del Sud, al confine con il Burundi. La reazione di grande irritazione mostrata dall’amministrazione Usa che ha portato il Segretario di Stato americano Marco Rubio ad accusare il Rwanda di una «chiara violazione degli accordi di Washington», ha condotto, il 16 dicembre, all’annuncio del ritiro delle truppe M23 dall’importante centro del Kivu meridionale. Ma, stando alle testimonianze raccolte da Africa News, alla data del 29 dicembre, ancora molti effettivi del gruppo armato, in borghese o in uniforme della polizia, continuavano a presidiare la città senza particolari problemi. Negli ultimi giorni dell’anno appena trascorso, inoltre, Kinshasa ha formalmente accusato l’M23 di essersi riposizionato sulle colline appena fuori Uvira. «I due terzi circa della popolazione – spiega a Confronti padre Magnaguagno, un missionario saveriano in servizio a Bukavu nel Kivu del Sud – sono fuggiti da Uvira. Alcuni sono rifugiati interni, altri sono scappati in Burundi. Al momento i profughi fuggiti da queste aree verso il Burundi sono oltre 135mila e il problema è che anche se volessero entrare, non possono perché i confini sono ermeticamente chiusi. La situazione nei campi profughi burundesi è drammatica, ne muoiono una trentina al giorno, soprattutto bambini, perché manca tutto, non c’è cibo, non c’è acqua. Qui c’è grandissima tensione, sentiamo bombardamenti ogni giorno, la gente ha molta paura e tutta l’area si è svuotata, scappano in tantissimi. In queste zone si incrociano milizie di varie appartenenze, ci sono perfino truppe che da qui provano a rovesciare il governo del Burundi». La popolazione fuggita in Burundi ha preferito sconfinare perché terrorizzata dall’avanzata dell’M23 e dagli scontri tra questa milizia e le truppe dell’esercito regolare congolese e dei suoi alleati, nella speranza di trovare un po’ di pace e condizioni minimale di sussistenza. Purtroppo, però, le migliaia di congolesi finiti nei campi profughi devono fare i conti con una situazione generalmente drammatica dovuta a scarsità di risorse ed estrema precarietà. All’inizio dell’anno, secondo quanto riferito dall’Organizzazione dei cittadini per la pace e la coesistenza comunitaria (Cpcc), sono morte oltre cento persone per mancanza di alloggio, assistenza sanitaria e cibo. Qualcuno è stato anche aggredito e ucciso da banditi locali.

In tutta l’area orientale del grande Paese africano, poi, esattamente all’opposto di quanto si afferma a Washington dove si insiste a ostentare orgoglio per il successo di una trattativa e la successiva cessazione delle ostilità, continuano a fronteggiarsi i ribelli dell’M23 e le forze governative appoggiate dai miliziani della Wazalendo (letteralmente “i patrioti” in Swaili), la coalizione di gruppi armati irregolari e milizie civili attive nella Rdc, alleate con le Forze armate della Rdc (Fardc) per combattere il gruppo ribelle M23 e le forze ruandesi nel Kivu orientale. Secondo quanto riporta Africa Rivista, sono oltre 1.500 i civili morti tra l’inizio di dicembre e i primi giorni del 2026 a causa dei combattimenti intensificatisi in particolare nella provincia del Sud Kivu. Il governo di Kinshasa ha emanato nella prima settimana di gennaio un comunicato ufficiale che sottolinea come le città principali, teatro degli scontri, sarebbero Fizi, Mwenga e quell’ Uvira da cui l’M23 si sarebbe dovuta ritirare settimane prima. 

L’assicurazione, quindi, di un immediato «ritiro unilaterale dalla città di Uvira, come richiesto dalla mediazione statunitense e come gesto di buona volontà per offrire le massime possibilità di condurre a soluzioni durature nell’ambito del processo di pace» fornita dai leader dell’M23 a Rubio, apparsa sulla piattaforma social X il 16 dicembre, suona come una presa in giro a opera di una banda di miliziani alla superpotenza americana. A metà gennaio del 2026, in ogni caso, Uvira non risultava affatto libera dalla presenza dei miliziani manovrati dal Rwanda. La presa di questo centro ha un enorme valore strategico per essere ceduta facilmente una volta conquistata. Uvira, con il suo porto lacustre, è il fulcro dei principali corridoi terrestri e acquatici che collegano il Kivu del Sud al Burundi, alla Tanzania e alla zona meridionale del Congo. Chi ne prende il controllo guadagna un grande potere sul commercio, sui movimenti delle truppe e sulle linee di rifornimento.

L’AVANZATA DELL’M23

Lo sconfinamento sistematico dell’
M23 in territorio congolese ha registrato un’impressionante accelerazione negli ultimi 12 mesi. A partire da gennaio del 2025 le truppe ribelli hanno conquistato uno dopo l’altro territori di grandissima importanza politica e strategica in tutto l’Est del Paese. Nei primi giorni dell’anno sono entrati a Goma, la capitale del Kivu del Nord. A febbraio hanno conquistato Bukavu la capitale del Kivu del Sud e in entrambe le regioni hanno gradualmente aumentato la sfera di azione. L’invasione di terre di altrui competenza statuale, in particolare nelle aree orientali del Congo, è una strategia che l’M23 attua da molto tempo. Ma fino al 2024 la famigerata milizia si era perlopiù dedicata alla conquista di centri minori, anche se di enorme importanza strategica per i giacimenti minerari che ospitano. Dal 2025 in poi, il gruppo armato ha decisamente alzato il tiro. In una successione impressionante ha conquistato le due città più importanti di tutta l’area e poi ha capillarmente sedimentato il proprio potere allargandolo a fette sempre maggiori di territorio. 

È interessante notare che parallelamente all’avanzata dell’M23 nel Kivu del Nord e del Sud, procedevano due tavoli negoziali atti a pacificare l’area. Il primo a Doha sponsorizzato dal Qatar ha coinvolto da una parte proprio l’M23 e dall’altra la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il secondo, come detto, a Washington tra Rdc e Rwanda. Le trattative qatariote hanno portato le parti a una firma a metà novembre scorso accompagnata, fin dai giorni successivi, da enormi perplessità. I combattimenti, infatti, non si sono mai interrotti né sono diminuiti di intensità. Proprio qualche settimana dopo la sigla, inoltre, i miliziani, incuranti degli impegni presi a Doha, entravano a Uvira, seminando terrore e innescando nuovi combattimenti. Il secondo, percorso di presunta pace, invece, conclusosi a inizio dicembre con la firma dei due presidenti nemici Paul Kagame e Felix Tshisekedi, resta molto sulla carta e poco sul campo. Tra i primi punti, infatti, l’accordo prevedeva il ritiro delle truppe rwandesi e filo-rwandesi – con particolare riferimento ovviamente all’M23 – da territori congolesi ma, come già ampiamente descritto, è lungi dall’essere realizzato.

UN ACCORDO DI INTERESSE

L’improvviso interesse dell’amministrazione Trump verso la martoriata Repubblica democratica del Congo, non è certo ispirato da principi “francescani” ma motivato da accordi di scambi molto interessati. L’approdo Usa nell’area dei Grandi Laghi, in altri termini, non deve trarre in inganno: è fortemente ispirato alla strategia intitolata «America First» e l’interesse per il Congo è dettato esclusivamente (come affermato da vari rappresentanti dell’amministrazione,) dalla presenza smisurata di minerali essenziali per le tecnologie avanzate come cobalto [la Rdc detiene il 70% delle riserve mondiali], litio, coltan, rame, cassiterite. L’impressione che si trae dal periodo post accordo così segnato da combattimenti ed eventi tragici, è che del successo della trattativa, una volta ottenuta la garanzia di poter mettere le mani sui minerali congolesi, non interessi molto a Donald Trump.

L’intesa raggiunta a Washington, inoltre, non trova grande accoglienza tra la società civile congolese, prima vittima di una situazione di conflitto permanente che prosegue in quell’area del mondo da decenni. A dicembre scorso, come riportato da Nigrizia, una settantina di organizzazioni locali hanno espresso con forza le proprie perplessità verso accordi decisi a decine di migliaia di km che tagliano fuori i locali. La Chiesa cattolica congolese, inoltre, ha tuonato contro l’accordo di Washington. Per il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo di Lubumbashi Fulgence Muteba Mugalu, l’intesa rappresenta una nuova forma di colonialismo che mette in serio pericolo il futuro della nazione. Come scrive Nigrizia, se l’accordo è stato salutato dal governo di Kinshasa come un segno di rinnovata fiducia internazionale e un’opportunità per la trasformazione strutturale dell’economia nazionale, per la Chiesa, al contrario rappresenta una svendita delle proprie risorse a vantaggio di Washington e di multinazionali americane.  «Tutti questi accordi di cui sentiamo parlare – ha dichiarato mons. Muteba – sono in realtà accordi di falsa amicizia, accordi di cooperazione sbilanciati, accordi basati sull’avidità di sfruttare le risorse naturali del Paese». L’arcivescovo ha avuto parole dure anche per l’accordo di Doha: «Sono stato a Doha per cercare la pace – ha detto – quello che di fatto ho visto nell’intenzione di quel Paese ricco di petrolio, non era il desiderio di portarci la pace o di aiutarci a uscire dalla nostra situazione. Dopo aver parlato di pace, infatti, avevano mostrato molto più interesse nel porci domande sui minerali».

Le Chiese cattolica e protestante, poi, sono impegnatissime nella ricerca di una pace vera e stabile per l’area. La Conferenza episcopale e la Chiesa di Cristo in Congo, hanno proposto una road map al presidente Tshisekedi con una serie di punti strategici da realizzare per superare i conflitti. Il percorso trova la piena fiducia della società civile e, a detta di molti, avrebbe di certo più successo di Washington e Doha perché improntato al benessere della popolazione, inclusivo e scevro da interessi. Stewart Muhindo, attivista dell’organizzazione Lucha (Lutte pour le changement), una delle organizzazioni più note del Congo, ha affermato che per garantire la buona conduzione del dialogo e l’effettiva attuazione «la mediazione deve essere assicurata da un attore neutro e accettato dalle diverse parti interessate, come la Conferenza episcopale e la Chiesa di Cristo in Congo».

Ph. Mad Knoxx Deluxe via Unsplash

Abbonati ora!

Solo 4 € al mese, tutta Confronti
Novità

Seguici sui social

Articoli correlati

Lascia un commento

Scrivici
Send via WhatsApp