Home Editoriali Unione europea, la stretta sull’asilo tra “deterrenza” e contraddizioni

Unione europea, la stretta sull’asilo tra “deterrenza” e contraddizioni

di Maurizio Ambrosini

di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.

Dopo aver approvato nella primavera del 2024 il nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, finalizzato a ridurre la possibilità di ottenere asilo nell’Ue, la Commissione europea ha ora emanato tre proposte, che dovranno poi passare al vaglio del parlamento, per rendere operative le limitazioni annunciate. Il governo italiano si è intestato il merito dell’introduzione delle nuove norme, presentandole come un avallo della politica dell’esternalizzazione in Albania della gestione dei migranti.

A motivare l’avanzamento della linea della chiusura Bruxelles convergono almeno due fattori. Il primo è indubbiamente il quadro politico: avanzano i partiti sovranisti in vari Paesi, e in alcuni sono giunti al potere, come in Italia, oltre che nell’Est dell’Europa, mentre Trump imperversa sull’altra sponda dell’Atlantico. Oltre all’influenza diretta dei governi ostili a immigrati e rifugiati, nei partiti tradizionali serpeggia la paura di perdere altro terreno di fronte alle campagne xenofobe.

In secondo luogo, le istituzioni europee sono attanagliate dalla percezione di scarsa efficacia delle politiche di controllo dell’immigrazione. Soprattutto i rimpatri funzionano poco: per vari motivi, vengono allontanati meno del 30% degli stranieri che hanno ricevuto un ordine di espulsione, a loro volta una modesta quota degli immigrati in condizione irregolare.

Le nuove regole ruotano attorno al concetto di Paese terzo sicuro, che viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei Paesi di origine definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo, vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che riescano a conseguire una qualche forma d’integrazione sul territorio, trovando lavoro o costruendo relazioni.

L’Ue propone ora un elenco unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. Comprende solo 6 Paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma l’elenco fa comunque impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Tunisia, Marocco, Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e ai cristiani perseguitati in diversi di questi Paesi.

Il secondo livello è quello dei Paesi che l’Ue vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo Paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande sul posto.

Ma la disposizione più controversa è un’altra, ovvero la possibilità di espellere i malcapitati verso Paesi terzi, aggirando così la resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi: una misura che ricorda le deportazioni di Trump verso la base di Guantanamo o El Salvador. Entra nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome della deterrenza, si punta a spedire in qualche Paese africano immigrati che arrivano dall’Asia meridionale e viceversa.

Si è parlato poco invece in Italia di un altro aspetto delle nuove regole: il rafforzamento dell’obbligo dei Paesi di primo ingresso a riaccogliere i richiedenti asilo che si spostano verso altri Paesi dell’Ue. In realtà l’Italia rischia ora di veder aumentare il numero delle persone da accogliere.

Quanto alla legittimazione del “modello Albania”, occorre distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’Ue e la visione del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per trattenere chi voleva entrare, quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a “scaricare” chi dovrebbe uscire.

Ma la contraddizione maggiore è un’altra: Confindustria Emilia-Romagna ha annunciato proprio negli stessi giorni l’avvio di corsi di formazione per 250 richiedenti asilo ospitati nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) della Regione. Manca manodopera, e quei vituperati migranti entrati senza permesso sono giovani e atti al lavoro. Se si desse spazio a un maggiore pragmatismo, ci accorgeremmo che i nuovi arrivati possono essere non una minaccia, ma una risorsa.

Ph. Joachim Schnurle, via Unsplash

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Maurizio Ambrosini

Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università di Milano.

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