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A Djerba, dove resiste la memoria ibadita

di Nadia Addezio

di Nadia Addezio. Giornalista freelance

A Djerba, la biblioteca El Barounia custodisce uno dei patrimoni più importanti della corrente islamica ibadita in Nordafrica, intrecciando memoria religiosa, identità amazigh e pratiche di convivenza. Tra manoscritti, architetture sotterranee e attivismo culturale, emerge una tradizione minoritaria che resiste tra storia, marginalizzazione e nuove sfide.

Incastonata tra due palme, in cima a una rampa di scale, lungo la strada che conduce alla Marina di Djerba sorge la Biblioteca El Barounia: uno dei più antichi centri di conservazione del patrimonio ibadita nel Nord Africa. A guidarla è Saïd Ben Youssef Ben Mohammed Al-Barouni, un uomo placido che accoglie ricercatori e visitatori di tutto il mondo.

«Qui si trovano 1200 libri e 800 fascicoli di tutte le scuole giuridiche, senza eccezione», spiega Al-Barouni, rivolgendo lo sguardo verso gli scaffali di libri che rivestono le pareti bianche e beige delle stanze di lettura. La biblioteca familiare di cui è depositario è stata fondata sei generazioni fa da Abu Uthman Saeed bin Issa bin Yaqoub al-Barouni al-Fasatawi. «Nostro nonno andò al Cairo per terminare i suoi studi all’Università di Al-Azhar. Divenne poi insegnante di fiqh [giurisprudenza] ibadita alla Wikāla al-Jāmūs, nel quartiere di Ṭūlūn del Cairo. Insegnava agli studenti che arrivavano dal Sultanato dell’Oman, dalla Libia, da Djerba e dall’Algeria, e che frequentavano la moschea e università di Al-Azhar», racconta il bibliotecario. I libri e manoscritti custoditi nella biblioteca El Barounia sono in parte frutto dello sforzo dell’antenato di Saïd Al-Barouni. Poiché la stampa a caratteri mobili arrivò in Egitto solo nel 1821 con la Tipografia di Būlāq, i testi religiosi venivano ancora copiati a mano, come fece anche Abu Al-Barouni. Dopo aver insegnato per vent’anni in Egitto, nel 1811 tornò nella sua terra natale nel Gebel Nefusa: un altopiano libico situato in Tripolitania, nella Libia nordoccidentale. Storica roccaforte dell’ibadismo.

L’IBADISMO SBARCA IN NORD AFRICA

«All’inizio del Medioevo – tra l’VIII e il X secolo – una parte molto ampia del Maghreb era ibadita, a eccezione del Marocco», spiega Virginie Prévost, storica dell’arte belga all’Université libre de Bruxelles, specializzata in ibadismo. Prévost ha condotto i suoi studi proprio sull’isola tunisina di Djerba e sul Gebel Nefusa. 

Sulle origini dell’ibadismo in Nord Africa, all’epoca la regione era amministrata come provincia del califfato Omayyade tramite dei governatori arabi scelti da Damasco. L’arrivo del governo dei califfati coincise con la progressiva islamizzazione delle popolazioni native, gli Imazighen o anche detti “berberi”. Convertite all’Islam, le popolazioni amazigh si trovarono spesso in una posizione ambigua all’interno delle nuove strutture di potere, oscillando tra integrazione nelle élite militari e religiose, forme di clientelismo e persistenti margini di esclusione dai centri decisionali dominati dall’aristocrazia araba. È in questo contesto che l’ibadismo trovò terreno fertile. Da Bassora, in Iraq, partirono missioni di predicazione che proponevano una diversa concezione della legittimità politica rispetto al califfato omayyade, che aveva intanto trasformato il sistema califfale in una monarchia ereditaria. Una trasformazione giudicata dai missionari di Bassora contraria ai princìpi dell’Islam.

Qui risiedeva la tribù di Banū Tamīm, guidata da ʿAbd Allāh ibn Ibāḍ e temuta dagli Omayyadi. Da ibn Ibāḍ, il califfo omayyade ʿAbd al-Malik ibn Marwān coniò l’espressione “ibaditi” per definire i predicatori del nuovo movimento religioso.

Quando le missioni ibadite giunsero in Nord Africa, agli imazighen vennero offerte pratiche di organizzazione politica che valorizzavano il consenso tribale e la scelta del capo sulla base di qualità morali e religiose, un’idea che trovò particolare ascolto nelle regioni del Gebel Nefusa e nel Sud e Sud-est tunisino, fino all’Algeria centro-occidentale, dove nel 777 d.C. si affermò lo Stato ibadita rustemide, espressione di specifiche coalizioni tribali locali. Una volta sconfitto dal califfato dei Fatimidi, la popolazione amazigh si rifugerà nella valle del Mzab dove ancora si professa l’ibadismo.

Esterno della Biblioteca El Barounia, settembre 2025 © Nadia Addezio

L’ARRIVO A DJERBA: IL PRIMO NUCLEO DELLA BIBLIOTECA FAMILIARE

Di ritorno dal Gebel Nefusa, l’antenato di Saïd Al-Barouni fu invitato a insegnare nella scuola più antica e prestigiosa di Djerba: la moschea Abū Miswar, anche detta “la Grande moschea”. È stata eretta da Abū Miswar Yousga Ibn Youjin Al-Ihrasni, uno studioso ibadita originario anch’egli del Gebel Nefusa che fondò anche Houmt Souk, il capoluogo di Djerba. Dove risiede la Biblioteca El Barounia. 

«In quel periodo, nostro nonno decise di stabilirsi definitivamente sull’isola. Portò con sé la sua famiglia e tutti i libri in suo possesso», narra Al-Barouni.

Si trattò del primo passo per la formazione della biblioteca familiare, che veniva intanto predisposta nel 1819 nella casa privata di Abu Al-Barouni. I testi rimasero lì conservati fino al 1966, finché il padre di Saïd Al-Barouni costruì una nuova sede esclusivamente per la raccolta dei manoscritti. Nel frattempo venivano acquistati nuovi reperti appartenenti alle famiglie djerbine. Cinquant’anni dopo, la biblioteca aperta oggi al pubblico. 

Uno degli aspetti più interessanti è come questo spazio sia un luogo di salvaguardia e al tempo stesso un laboratorio in continua attività. Girando tra le sale di lettura, l’attenzione cade su un tavolo dove sono disposte delle pergamene arrotolate, accanto a un light box con vetro opalino. Vi sono distesi dei fogli ingialliti con macchie del tempo: «I manoscritti vengono disinfettati, puliti e catalogati, infine digitalizzati per permettere ai ricercatori di consultarli tramite il nostro sito internet [elbarounia.com]», spiega Al-Barouni. La svolta digitale è stata il frutto della collaborazione  con la Zinki Company, una società tecnologica creata da ingegneri tunisini che utilizza l’intelligenza artificiale per l’elaborazione di documenti arabi mediante il riconoscimento ottico dei caratteri. 

È così che la Biblioteca El Barounia è diventata un punto di riferimento sia a livello internazionale che nazionale, soprattutto per le istituzioni culturali, come il centro di ricerca Beit al-Hikma, e quelle governative come il ministero degli Affari Culturali tunisino.

Saïd Al-Barouni mostra le dediche dei visitatori, Biblioteca El Barounia. Settembre 2025 © Nadia Addezio

UN CULTO OSTACOLATO

Ma la tutela di questo patrimonio non ha sempre coinciso con il riconoscimento pubblico della comunità che lo ha prodotto. Ancora oggi la conoscenza dell’ibadismo resta infatti poco diffusa. «Quando fu instaurato il protettorato francese [nel 1881], le autorità coloniali erano consapevoli dell’esistenza di una comunità ibadita, soprattutto a Djerba, ma preferirono “far finta di niente”, con il risultato che l’ibadismo tunisino rimase nell’ombra», ricorda Prévost. Diverso fu in Algeria, dove le autorità coloniali riconobbero uno statuto speciale al Mzab per la sua specificità ibadita. «Durante l’annessione dell’Algeria alla Francia, le autorità coloniali misero in atto un sistema giudiziario distinto: i Mozabiti [abitanti del Mzab] potevano rivolgersi ai propri tribunali con giudici ibaditi».

In Tunisia, come nel resto del Maghreb, prevale l’Islam sunnita nella sua espressione malikita, una delle quattro grandi scuole giuridiche (madhhab) del Sunnismo. In questo quadro, l’ibadismo rimane largamente sconosciuto alla stragrande maggioranza della popolazione. L’eredità coloniale continuò a influenzare anche il periodo post-indipendenza, nel 1956. Una svolta si è avuta solo nel 2011, con la cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini e la caduta del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali, quando sono nate le prime associazioni impegnate a rivendicare l’identità ibadita, oltre che quella amazigh.

Al contempo, spiega Prévost, «ci sono state difficoltà con l’ascesa dei movimenti salafiti dopo la rivoluzione». Questi considerano l’ibadismo “un’eresia”. Sebbene a Djerba avesse a lungo regnato un clima di armonia tra le due correnti confessionali, si sono registrate tensioni quando alcuni credenti malikiti hanno aderito al salafismo. «La moschea Fadloun, l’unica dell’isola trasformata in museo, dopo la rivoluzione era stata addirittura confiscata agli ibaditi dai salafiti», ripercorre Prévost.

Oggi l’armonia sembra tuttavia essere tornata sull’isola. È proprio in questo scenario che si comprende l’importanza della tutela dell’eredità ibadita che, se da una parte passa per la conservazione dei testi storici, dall’altra si manifesta nella riscoperta della memoria cucita nel tessuto urbano di Djerba. 

Salah Ben Mahmoud nella “Grande Moschea” di Abū Miswar. Settembre 2025 © Nadia Addezio

IL PATRIMONIO SOTTERRANEO

«Le moschee ibadite dell’isola hanno molteplici ruoli. Non sono solo luoghi di culto, ma anche scuole», spiega Salah Ben Mahmoud che ci accompagna nella moschea sotterranea Bardaoui. Dopo aver lavorato come consulente giuridico a Parigi e come direttore di una grande fabbrica a Tunisi, Ben Mahmoud ha fondato nel 2011 l’associazione Djerba Ettawasol, impegnata nella valorizzazione della memoria storica ibadita. Persona infaticabile, Ben Mahmoud ha scelto di dedicare la sua pensione all’attivismo culturale: «Mi sono detto che, invece di passare il mio tempo nei caffè, era meglio impegnarmi in qualcosa di importante e che lasciasse traccia nel futuro». 

Con questo spirito, arriviamo a Bou Menjel, una decina di chilometri da Houmt Souk. Scendiamo dalla macchina e ci imbattiamo in quello che sembra essere il tetto di un edificio. Superato il muretto che perimetra la moschea, ci troviamo nel cortile esterno. «Qui è dove raccogliamo l’acqua», mostra Ben Mahmoud indicando una cisterna. «A Djerba ancora oggi viviamo con l’acqua piovana. Nei pozzi, invece, raccogliamo l’acqua che serve per il bucato o per le abluzioni prima della preghiera». Calandoci nell’ipogeo della moschea, accediamo a piccole stanze spoglie con archi a tutto sesto. 

Il motivo dell’architettura sotterranea delle moschee ibadite è ancora oggi oggetto di riflessione. Secondo la studiosa Prévost, la principale spiegazione risiede nella ricerca della frescura durante la stagione estiva: l’interramento consente infatti di mitigare le temperature alte, dato che il terreno agisce come un involucro termico naturale, lasciando all’interno temperature stabili. A questo si aggiunge «una dimensione culturale e spirituale, legata alle tradizioni amazigh, laddove il mondo sotterraneo era percepito come un luogo di connessione tra terra e cielo». L’architetta Naima Benkari segnala nell’articolo The Architecture of Ibadi Mosques in M’Zab, Djerba and Oman che la collocazione ipogea riflette i princìpi ibaditi di discrezione e modestia per i quali la moschea non deve predominare il paesaggio, ma confondersi con esso, fino a quasi scomparire. La semplicità estetico-architettonica è funzionale anche alla concentrazione spirituale del fedele.

Le moschee sintetizzano così i valori che perseguono gli ibaditi. Più uno: quello del walā, cioè il dovere di aiutarsi reciprocamente. Un dovere che favorisce la convivenza pacifica e si estende anche alle altre comunità religiose, come la comunità ebraica di Djerba (la più grande del Paese). Tutto ciò dovrebbe garantire la sopravvivenza degli ibaditi nell’isola, a fronte anche del riconoscimento Unesco ottenuto nel 2023.

Tuttavia, il rischio di nuove ondate rigoriste resta presente. Al contempo, la migrazione interna dalle regioni più povere del Sud verso Djerba, nota per il turismo internazionale, sta già modificando il tessuto sociale e religioso dell’isola. In questi casi, torna l’esempio della perseveranza secolare della famiglia Barouni e quella di Salah Ben Mahmoud, disposto a guidare per tre ore pur di condividere la storia che vive in ogni angolo dell’isola tunisina.

Ph. In copertina Moschea sotterranea Bardaoui a Bou Menjel, Djerba, settembre 2025 © Nadia Addezio

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