di Bernice King, figlia di Martin Luther King Jr. e amministratrice del King Center
Intervista a cura di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore.
Figlia di Martin Luther King e amministratrice del King Center, Bernice King racconta come la lezione del padre continui a guidare il lavoro per la pace, la giustizia e l’educazione nonviolenta in un mondo – a partire dagli Stati Uniti di oggi – ancora segnato da discriminazioni e ingiustizie.
Quando il papà fu ucciso, mentre si sporgeva dal balcone al secondo piano del Lorraine Motel a Memphis, il 4 aprile 1968, Bernice King aveva solo cinque anni. Ma i valori e l’immensa energia di giustizia respirata in quel breve lasso di tempo, sono stati sufficienti per ispirarla e indirizzare le sue scelte di vita. Ora, la figlia più giovane del grande leader afroamericano è una attivista a tempo pieno per la pace e la giustizia e amministratrice delegata del Martin Luther King, Jr. Center For Nonviolent Social Change, noto più semplicemente come The King Center, fondato da sua madre, Coretta Scott King come memoriale ufficiale della vita e dell’eredità di Martin Luther King.
La voce di Bernice King è molto nota nell’ambito della lotta per i diritti umani e i metodi non violenti per sostenerla. Il King Center, di cui lei è l’anima, porta avanti una serie di attività fondamentali per proseguire la via segnata da Martin Luther King e per creare spazi di giustizia, riconciliazione e rispetto dei diritti in un’era complessa e di crisi del multilateralismo come quella attuale.
E in un’America che sembra arretrare di giorno in giorno verso contesti irrispettosi dei diritti e della memoria storica. Di episodi, in questa direzione, ne emergono quotidianamente. Uno dei più rappresentativi riguarda proprio la memoria di Martin Luther King: la Casa Bianca ha diffuso con imbarazzante ritardo il comunicato ufficiale per il Martin Luther King Day, festività federale che si celebra dal 1983 il terzo lunedì di gennaio in onore del leader dei diritti civili. Quest’anno la dichiarazione è arrivata solo nella serata del 19 gennaio, dopo aspre critiche di organizzazioni come la National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), che accusavano l’amministrazione Trump di aver tardato a riconoscere la giornata e a onorare la memoria di King in un momento particolarmente delicato, segnato da crescenti tensioni sociali: nelle stesse giornate, l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) stava reprimendo manifestazioni a Minneapolis, sfociate nell’uccisione di attivisti disarmati, ennesima dimostrazione di quanto ancora gli Stati Uniti siano alle prese con sfide sui diritti umani e civili.
A Roma si è da poco conclusa una mostra dedicata a suo padre (Martin Luther King. Diritto alla libertà e Martin Luther King e l’Italia). Proprio all’ingresso, campeggiava una foto che mostrava la schiena sfigurata per le frustate, di uno schiavo, una memoria chiara di oltre tre secoli di tratta ad opera di Europa e America, seguiti da 150 anni di colonialismo. Non crede che ci sia ancora una mancanza di piena consapevolezza delle terribili sofferenze causate da “bianchi” per secoli? Cosa si dovrebbe fare per promuovere una maggiore coscienza e ottenere più giustizia?
Nella comunità “bianca” ci sono ancora troppe persone che pensano che schiavismo, colonialismo e segregazione siano storia passata, mentre c’è una chiara correlazione tra quanto accaduto nei secoli passati e quanto succede oggi. Quella storia ha ancora un impatto enorme sul presente. Stiamo parlando di una storia che ha creato un divario sistemico e ha causato tanto dolore, sofferenza, sfruttamento e oppressione. C’è bisogno di essere pienamente consapevoli di ciò e sapere che questo processo di consapevolezza richiede studio e disponibilità al cambiamento. Ci sono ancora disuguaglianze nel nostro mondo, nelle nostre comunità, tra i vari Paesi. Voglio dire, ci sono Paesi che sono stati sfruttati per secoli, ad esempio in Africa, da nazioni europee, e questi Paesi soffrono ancora a causa dello sfruttamento. Ci vorrà la collaborazione di tutte le comunità per porre rimedio a questa situazione, soprattutto quelle che appartengono alla comunità bianca perché il razzismo è dentro le nostre strutture e i nostri sistemi, e sta creando risultati molto negativi. C’è molto lavoro da fare, c’è molta formazione da fare. E sì, credo che chi vive oggi non possa limitarsi a considerarlo come un fatto storico, ma debba dire: «Ok, cosa posso fare ora, anche se non sono stato direttamente responsabile? Cosa posso fare ora per contribuire a correggere, cambiare e trasformare le cose?». Se qualcuno di voi dovesse viaggiare negli Stati Uniti, il mio invito è a recarsi a Montgomery, in Alabama, dove è nato il movimento, dove mio padre ha iniziato, dove è stato spinto alla leadership durante la protesta degli autobus [il Bus Boycott per protestare contro la segregazione dei posti a sedere]. Lì c’è un museo che aiuta le persone a comprendere a fondo quella storia e come la supremazia bianca sia stata infusa nei nostri sistemi e nelle nostre lotte.
Quanto ha influito nell’azione di suo padre la sua fede?
Mio padre è cresciuto nella Chiesa battista nera del Sud e ha imparato fin da piccolo a conoscere Dio e il suo rapporto con l’umanità. Ha sentito parlare, fin da quando era bambino, della dignità con cui Dio trattava tutte le persone, che tutti, uomini e donne, neri e bianchi, avevano la stessa dignità di Dio perché erano stati creati a sua immagine e somiglianza. Da ragazzo si è radicato ancora più nella fede anche attraverso lo studio: per il suo dottorato di ricerca ha approfondito il concetto del valore intrinseco che ogni persona ha in sé. Se guardiamo all’esempio di Gesù Cristo e a come ha incarnato l’amore per tutte le persone e come ha oltrepassato i confini anche quando c’erano barriere apparentemente insormontabili per coinvolgere le persone diverse, comprendiamo che se vogliamo avere successo nel creare rivoluzioni pacifiche, dobbiamo adottare un approccio incentrato sull’amore. E mio padre ha impostato tutta la sua azione su amore e nonviolenza, come metodo per la protesta, per far sentire la propria voce. In fin dei conti, la nonviolenza è un modo di agire incentrato sull’amore, si basa sul Discorso della montagna di Gesù: «Ama i tuoi nemici. Benedici coloro che ti maledicono. Fai del bene a coloro che ti odia. E prega per coloro che ti maltratta e ti perseguita». È importante tenere bene a mente questi concetti nelle nostre azioni rivoluzionarie, lo è stato per mio padre, deve esserlo per chi si ispira a lui: spesso nelle nostre battaglie, anche in semplici conversazioni, nei nostri dibattiti, usiamo linguaggi che possono risultare violenti o non incentrati sull’amore. Pensiamo ai movimenti che lottano per i diritti oggi, se si vuole raggiungere un risultato giusto, umano, equo e pacifico, bisogna sempre sostenere la dignità, il valore intrinseco di tutte le persone, indipendentemente da come si comportano. Io penso che se si mantiene fede a questi principi, si ha la capacità di denunciare ciò che è ingiusto, ciò che è iniquo, ciò che può essere malvagio, e, auspicabilmente, di fare appello a quell’immagine di Dio a cui tutti somigliamo.
Il passaggio di suo padre sulla terra ha cambiato moltissime cose. La sua rivoluzione pacifica ha trasformato l’America e il mondo intero, ha portato mutamenti sociali profondi. Lui, Rosa Parks e altri hanno messo in gioco la propria vita, i propri corpi, per ottenere il cambiamento. Se però guardiamo a quanto succede oggi, siamo spaventati: prevalgono nuovamente gravi forme di discriminazione, profonde ingiustizie sociali, sopraffazione di uomo su uomo e di nazioni su nazioni. Sembra che l’insegnamento di suo padre sia ancora più attuale oggi. Se dovesse scegliere gesti o parole di Martin Luther King da cui ripartire in questa fase, quali privilegerebbe?
Ripartirei da alcuni concetti chiave molto cari a mio padre. Innanzitutto, la nonviolenza cerca di sconfiggere l’ingiustizia, non le persone. E poi la nonviolenza crede che soffrire per un bene superiore possa essere redentivo, pedagogico. Per Martin Luther King non era importante cercare ritorsione o vendetta, ma creare un percorso di riconciliazione, un percorso in cui possiamo ricreare la comunità o addirittura costruirla dal niente. Il King Center che io dirigo si è impegnato fin dalla sua fondazione nell’educazione e nella formazione di persone di ogni estrazione sociale e provenienti da tutto il mondo. Quando, ad esempio, per il Sudafrica arrivò il momento di passare dall’apartheid a un governo democratico, il King Center fu chiamato dal Dipartimento di Stato per contribuire a garantire elezioni non-violente, senza spargimento di sangue. E così siamo andati in Sudafrica e abbiamo formato oltre 300mila persone per prepararle a quelle elezioni, utilizzando gli stessi principi e i principi della non violenza. Come sappiamo, fortunatamente non ci fu spargimento di sangue in quelle elezioni e Nelson Mandela divenne il nuovo leader di quel Paese. Papà pensava che fosse fondamentale ricercare modi per esprimere la nostra aggressività, le nostre frustrazioni, la rabbia verso l’ingiustizia mantenendo sempre il rispetto per la dignità degli esseri umani.
Era davvero piccola quando a lei e ai suoi tre fratelli fu strappato un padre, a sua madre un marito. Ha quindi condiviso con lui davvero poco tempo, ma sicuramente conserva ricordi, gesti, momenti intimi. Può descriverci la figura di Martin Luther King come padre, marito, uomo di famiglia?
Sì certo ero davvero piccolina e non è facile avere memorie nitide. Ricordo comunque che aveva un senso profondo di casa e della famiglia, la viveva come un suo rifugio, era il suo momento per lasciarsi andare e non dover essere per forza il leader afroamericano del movimento per i diritti civili. A questo proposito, mia madre permetteva che alcuni parametri in casa cambiassero ed era quindi possibile giocare, divertirsi, trascorrere tempo in tranquillità. Ed era davvero divertente, si rideva tanto. Mio padre faceva ridere tutti, aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Tutti si immagino Martin Luther King come una persona seriosa, sempre concentrata, ma con noi, con gli amici, amava fare battute e divertirsi. Mia madre ripeteva che una delle cose che l’aveva attratta fin dall’inizio, al di là del suo senso di responsabilità, era il suo chiaro senso dell’umorismo. Un papà fantastico, ogni tanto giocavamo a dargli dei baci, ognuno di noi fratelli aveva un punto stabilito sulla guancia o sulla fronte e non dovevamo sbagliare. Con mamma, poi, aveva un rapporto bellissimo. Questa sua affettuosità, il suo senso dell’umorismo, la voglia di stare bene insieme a mio avviso lo ha aiutato molto nella sua lotta nel movimento.
In che consiste il suo lavoro e le sue attività al King Center
Sono l’amministrattrice delegata del King Center, che è il luogo voluto da mia madre Coretta per conservare la memoria di mio padre e proseguire la sua attività e le sue lotte. È stato fondato nel 1968, due mesi e mezzo dopo il suo assassinio, con il preciso scopo di garantire che le generazioni future sapessero e fossero ispirate dall’esempio di Martin Luther King. È facile ricordare la gente in piazza, le proteste, le grandi manifestazioni, ma è importante far emergere un intero percorso di istruzione e formazione che ha portato quelle persone ad una coscienza e a quelle lotte. Cosa c’era dietro? Come è stato possibile? Per questo è stata creata questa istituzione, al preciso scopo di educare, formare e diffondere il cambiamento sociale non-violento e conservare la memoria di mio padre.
Ph. Bernice King © ALBJ Library from Austin, Public domain, via Wikimedia Commons
Bernice King
Figlia di Martin Luther King Jr. e amministratrice del King Center
