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Israele e la “contro-aliyah” dei liberali: riflessioni di un pacifista

di Yonatan Zeigen

di Yonatan Zeigen. Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

From the Donkey’s Mouth è il titolo della nuova rubrica ospitata da Confronti. Una formula volutamente ironica, scelta dall’autore, che gioca sulla torsione di un’espressione idiomatica inglese, alludendo a riflessioni che nascono dall’esperienza vissuta e rimanda al racconto biblico di Balaam e della sua asina (Numeri 22): l’animale che, vedendo ciò che il profeta non riesce a vedere, diventa una voce inattesa di avvertimento e di discernimento.  È da questa prospettiva che prendono forma le riflessioni proposte: pensieri che nascono dall’esperienza vissuta, senza alcuna pretesa di esaustività, ma con l’ambizione di offrire una “luce diversa” a ciò di cui si parla.

A firmare la rubrica è Yonatan Zeigen, assistente sociale con studi in legge e mediazione, cresciuto nel kibbutz Be’eri. Figlio di Vivian Silver – storica attivista per la pace e tra le fondatrici di Women Wage Peace, uccisa negli attacchi del 7 ottobre 2023 – Yonatan ha attraversato anni di disillusione politica prima di ritrovare, proprio dopo quella perdita, un rinnovato impegno per il dialogo. Oggi fa parte del consiglio direttivo del Parents Circle – Families Forum (Pcff), un’associazione che riunisce oltre 700 famiglie israeliane e palestinesi accomunate dalla perdita di uno o più familiari nel conflitto e che, dal 1995, lavora per la riconciliazione attraverso l’ascolto reciproco, l’educazione e la testimonianza pubblica.

In questo primo appuntamento, Yonatan porta il suo punto di vista su un nuovo studio dell’Israel Democracy Institute che ha rivelato che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, con picchi del 39% tra gli ebrei non religiosi e del 60% tra i giovani laici. Spinti da costo della vita, insicurezza e declino dei servizi pubblici, molti – soprattutto istruiti, benestanti e occupati nei settori più globalizzati – valutano di lasciare un Paese che il 42% delle persone di fede ebraica descrive oggi come “in una situazione negativa”.

Quando affrontiamo il tema dell’immigrazione, è utile chiedersi perché questo concetto generi reazioni così forti. Se lo spogliamo dei vari strati narrativi, qualsiasi aggregazione di esseri umani (e anche di alcuni altri animali), che si tratti del sistema familiare, delle tribù, delle comunità, degli imperi o degli Stati nazionali, non è altro che una struttura che cerca di promuovere efficacemente la sopravvivenza.

Sebbene sia impegnativo, è più facile sopravvivere, prosperare e raggiungere il benessere all’interno di gruppi sociali. Nei tempi moderni, le persone hanno deciso – praticamente all’unanimità – che ciò che deve regolare la loro vita è il proprio status di cittadino di Stati nazionali. Perché uno Stato assuma questa centralità (il “destino”), esso deve essere interiorizzato come garanzia di sicurezza e possibilità di realizzazione.

Al netto dell’esistenza di minoranze e della tensione generata dalla coesione forzata di gruppi con caratteristiche diverse, uno Stato è fatto di persone che condividono lingua, cultura e simboli (un insieme di valori e simbolismi concordati), e che ricevono in cambio protezione e ordine. La tassazione e la partecipazione civica rafforzano il legame di appartenenza.

Nelle democrazie liberali occidentali, però, emerge un paradosso: più lo Stato assicura stabilità e servizi, meno i cittadini sono inclini ad accettare lo Stato sulla base della moralità, dell’etica e del senso di impegno civico. In altre parole, quando lo Stato diventa “trasparente”, i cittadini iniziano a considerarlo in termini consumistici.

Il fatto che John F. Kennedy abbia esortato gli americani a chiedersi non cosa il Paese potesse fare per loro, ma cosa loro potessero fare per il loro Paese, sintetizza questo circolo vizioso: quando la missione statuale è interiorizzata (patriottismo, missione collettiva), il cittadino tende a valutare ciò che riceve. E se il “servizio” non risponde ai bisogni (privati) di sicurezza, benessere o realizzazione, si tendono a cercare delle alternative.

Esistono molte motivazioni per migrare: fuga da persecuzioni, marginalizzazione, condizioni disperate, pulizia etnica. Parlando di Israele oggi, però, guardiamo a chi (per potenzialità anche economiche) potrebbe restare ma sceglie comunque di partire: gli israeliani che si sradicano per scelta. Non sorprende che i sondaggi rilevino che i più inclini ad andarsene siano laici, liberali e benestanti.

Israele è nato nel 1948, dopo prove estreme a cui sono stati sottoposti gli ebrei in tutto il mondo. La nascita dello Stato è un esempio di persone che sono giunte alla conclusione che, se volevano preservarsi, dovevano unirsi e diventare una nazione coesa sotto una bandiera. Per farlo, hanno dovuto “inventare” la loro identità collettiva: un popolo disperso che – pur avendo un patrimonio religioso comune – era culturalmente, etnicamente e linguisticamente diversificato, si è identificato sotto l’etichetta di “israeliano” ed è stato riconosciuto a livello internazionale.

Per fare ciò, hanno modernizzato le proprie “mitologie”, hanno ideato un ethos che consisteva nel liberarsi dalla debolezza della diaspora diventando “guerrieri/lavoratori” e si sono stretti attorno a minacce esterne che hanno favorito la mobilitazione nazionale (la “questione dei palestinesi” è stata un fattore determinante, ma è argomento per un altro articolo). Tutti sono stati arruolati, protetti – e anche accecati – dalla “grande causa” della costruzione dello Stato, da fare a qualsiasi costo e attraverso qualsiasi sfida.

Cosa accade quando questa fase fondativa è completata e le istituzioni sono solide? Alcuni israeliani hanno smesso di chiedersi cosa possano fare per il Paese e hanno iniziato a valutare quale altro luogo potrebbe offrire loro condizioni migliori. Tuttavia, la ruota continua a girare e, in un certo senso, il 7 ottobre 2023 ha creato un nuovo evento catastrofico che ha livellato il campo, riattivando meccanismi ideologici e di autoconservazione. Solo che oggi non si tratta di una questione realmente esistenziale né di un vero e proprio punto di rinascita collettiva.

Oggi si intravede una divisione tripartita: c’è chi vuole ripristinare la fase della “missione” con strumenti reazionari e violenti (il governo attuale e il movimento dei coloni fondamentalisti), deciso a rimanere sulla “terra” e disposto a uccidere e morire per la sua esclusività; chi ritiene che lo Stato sia già compiuto e non accetta più di vivere in un luogo giudicato, per sé stessi e i propri figli, costoso, insicuro, con infrastrutture e istituzioni carenti e che perdipiù li emargina dal potere politico (i liberali che decidono di emigrare); e infine chi cerca di ridefinire la “missione” di Israele in chiave progressista (il movimento per la pace e i diritti umani), impegnato a immaginare uno Stato che non commette crimini contro l’umanità e che prospera grazie al popolo e per il popolo.

Uno Stato che permette anche ai suoi vicini (i/le palestinesi) di prosperare e che è guidato dai concetti di uguaglianza e libertà per tutti. Chi fa parte di questo gruppo resterà in Israele. O questi ultimi riusciranno a prevalere, costruendo uno Stato davvero inclusivo, o i fondamentalisti continueranno a guidare il Paese, uccidendo e opprimendo, creando nuovi “rifugiati”: ebrei di Sinistra e palestinesi.

Personalmente, mi considero appartenente al terzo gruppo. Da quando mia madre è stata uccisa il 7 ottobre, ho cercato di contribuire il ogni modo possibile per fermare il massacro a Gaza, porre fine all’occupazione e risolvere il conflitto in generale. Questa è ciò che considero “la mia missione”. Solo una volta raggiunto quest’obiettivo, forse, potrò considerare l’idea di emigrare.

Ph. Jaffa, Tel Aviv © Saaaaaarah via Unsplash

Immagine di Yonatan Zeigen

Yonatan Zeigen

Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.

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