di Raul Caruso. Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.
La strategia americana fondata sulla minaccia dell’uso della forza, rilanciata da Donald Trump, non rafforza il potere degli Stati Uniti ma accelera un riarmo globale che ne riduce il vantaggio relativo. L’aumento dei costi militari e l’erosione delle regole internazionali rendono questa visione difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Il mondo ha definitivamente cambiato il suo aspetto. Il sistema internazionale fondato su una serie di regole – la maggior parte delle quali stabilite dopo la Seconda guerra mondiale – non ha più valore. Gli Stati Uniti, nella persona del suo presidente Donald Trump, hanno deciso di fare tabula rasa di accordi, trattati e convenzioni.
Il 4 febbraio 2025, ad esempio, gli Stati Uniti hanno deciso di uscire da 66 organizzazioni internazionali completando un percorso già cominciato in passato. La motivazione è nota. Le soluzioni ai conflitti e alle controversie si trovano sulla base di negoziati messi in piedi caso per caso, in cui la minaccia dell’uso della forza costituisce una delle leve fondamentali.
Questa, nell’interpretazione di Donald Trump e dell’amministrazione americana, sarebbe la strategia migliore in virtù della superiorità americana nella disponibilità di armi e tecnologia militare. In questa ottica, quindi, la minaccia dell’uso della forza diviene la fonte del potere di Trump e della sua amministrazione nei confronti del resto del mondo.
Il paradosso di questa visione è che il potere americano non si è rafforzato da quando Trump è tornato a Washington. In realtà, sta accadendo qualcosa di molto più articolato. Da un lato rimangono le minacce potenziali e il posizionamento di Paesi percepiti come grandi potenze, vale a dire Russia e Cina. Dall’altro, altri Paesi hanno sposato questa visione “prima la forza” velocizzando l’acquisizione di capacità militari. Questo è tanto più evidente se guardiamo a un trend di lungo periodo che ha avuto un’accelerazione negli ultimi due anni.
Tra il 1992 e il 2024, le spese militari globali hanno registrato un aumento di circa il 93%. Gli aumenti più rilevanti si sono verificati nell’Europa orientale (+359%), in Asia e Oceania (+281%), in Africa (+207%) e in Medio Oriente (+188%). L’Europa occidentale e il Nord America hanno registrato incrementi relativamente più contenuti, pari rispettivamente al 32% e al 38% nel periodo considerato.
Quindi se davvero il potere dipendesse dalla forza militare, il potere americano è in diminuzione e non in aumento in termini relativi. Detto più semplicemente, il mondo si è riarmato e quindi sebbene gli Usa dispongano ancora di capacità militari superiori a tutti gli altri Paesi, la distanza con gli altri si è ridotta e non viceversa.
In secondo luogo, l’aumento di capacità militari è sicuramente una fonte di costi difficilmente calcolabili. Invero, l’uso della forza è costoso. Costruire una imponente capacità militare impone dei costi fissi elevatissimi e se la forza militare viene utilizzata tali costi si moltiplicano poiché personale militare, armi e dispositivi sono poi da rimpiazzare.
Nel momento in cui questa linea di azione viene applicata sui diversi conflitti da risolvere – basti pensare agli attacchi in poche settimane a Iran, Nigeria e Venezuela – la moltiplicazione dei costi è inevitabile. In pratica le velleità di Trump di dominare sul mondo sono difficilmente sostenibili. In questo senso andrebbe ricordata la lezione del famoso storico Edward Gibbon, a proposito della decadenza dell’Impero romano: l’eccessiva espansione dell’Impero lo rese insostenibile e ne segnò la fine.
I falchi dell’amministrazione americana non devono aver fatto tesoro di tale lezione poiché sembra che vogliano “espandere” il potere americano senza limiti. Non resta che augurarsi che i consiglieri del presidente riscoprano queste vecchie lezioni e pongano un limite al suo operato, che trovi fondamento nella razionalità non potendo augurarci, purtroppo, che lo si trovi nella volontà di una pace diffusa.
Ph. Mali Seward via Unsplash
Raul Caruso
Economista, Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano). Direttore del Center for Peace Science Integration and Cooperation (CESPIC) di Tirana.
