di Mariangela Di Marco. Giornalista
Dall’antico Israele alla liturgia cristiana, dal Corano alla kefiah palestinese, passando per la Grecia antica, l’olio d’oliva attraversa millenni di storia come simbolo di pace, alleanza e benedizione. In tutto il Mediterraneo, l’“oro liquido” è emblema religioso, culturale e identitario. Un elemento che unisce civiltà e fedi diverse attraverso miti, riti e saperi ancestrali.
Risana, illumina, conforta e consacra. L’olio di oliva, dice Agostino, significa qualcosa di grande. Per diversi motivi. Simbolo dello Spirito santo per i cristiani, dell’alleanza tra l’essere umano e Dio per gli ebrei, mentre la pianta da cui deriva, l’ulivo, per i musulmani rappresenta il Paradiso degli eletti e albero dal quale si emana la luce divina. Così grande da essere anche uno degli elementi portanti della dieta mediterranea, iscritta dal 2010 nella lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità protetta dall’Unesco.
L’“ORO LIQUIDO” NEI MONOTEISMI
A spiegare il grande simbolismo dell’oro liquido in tutte le culture mediterranee e nelle religioni sono, oltre alle ragioni legate alla dieta, al gusto, alla salute, le stesse caratteristiche fisiche dell’olio: connette e separa, lega e al tempo stesso impedisce agli ingredienti di attaccarsi o al contrario di disperdersi. È la sua stessa natura lubrificante a farlo diventare un “emulsionante metaforico”.
Nell’antico Israele venivano unti con olio d’oliva i re, condizione essenziale della regalità, come avvenne per Saul e per Davide, da cui discenderà il Messia, dal termine ebraico mashiyach, che significa unto. «Allora Samuele – si legge nella Bibbia – prese un vasetto d’olio e lo versò sul capo di Saul, poi lo baciò e gli disse: Ecco, il Signore ti ha unto e consacrato capo d’Israele, suo popolo» (I Libro di Samuele, X, 1). L’olio sacro veniva impiegato sin da Mosè, liberatore del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto e legislatore: per consacrare il tabernacolo e in seguito per ungere i leviti, la stirpe sacerdotale che compiva i rituali anche durante la festa di Hanukkah, conosciuta anche come Festa delle luci. È una delle celebrazioni più sentite dalla comunità ebraica che commemora per otto giorni la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme e il miracolo dell’olio sacro. A metà del II secolo a.C. la Giudea era sotto il dominio di re Antioco IV Epifane che, a capo dell’Impero seleucide, impose severe restrizioni alla pratica dell’ebraismo, profanando il Tempio di Gerusalemme, dove veniva praticato il politeismo. Ciò provocò la nota Rivolta dei Maccabei a seguito della quale avvenne il miracolo: l’olio, nella esigua quantità sufficiente per un dì, bruciò invece per otto giorni.
Anche il termine Cristo, per la religione cristiana, vuol dire unto, dal greco Christòs, cioè consacrato e sacro. Nome e titolo sono sinonimi di Gesù, messia predetto nell’Antico Testamento. L’unzione più significativa nella sua vita è stata quella dello Spirito santo: Cristo è l’unto di Dio (Salmi 2:2; Ebrei 1:9). L’olio di oliva è presente in molti sacramenti cristiani: battesimo, estrema unzione, consacrazione di sacerdoti, vescovi e altari. Può essere consacrato esclusivamente dal vescovo della diocesi nel corso di una cerimonia solenne che ha luogo una sola volta l’anno, il Giovedì Santo, assistito da dodici preti, sette diaconi e un numero sufficiente di coadiuvanti. In altre parole, in questa cerimonia l’olio viene «trasferito dalla categoria del profano alla categoria del sacro» come sottolineava lo storico (e partigiano) francese Marc Bloch.
Il legame tra l’olivo e la Pasqua, la più importante festa cristiana, è evidente anche durante la Domenica delle palme, che inaugura la Settimana santa, grazie alla benedizione dei rami d’olivo, nominato per la prima volta nella Genesi, la prima parte della Bibbia: il ramoscello d’ulivo in bocca alla colomba che torna all’arca, dopo essere stata inviata da Noè per verificare se le acque si fossero ritirate dal suolo dopo il diluvio, è divenuto simbolo della pace cosmica e dell’alleanza eterna di Dio con l’umanità. Lo sdegno di Dio si era quindi placato; le acque si erano ritirate, la vegetazione cominciava a rinverdire. L’olivo simbolo di pace trova qui la sua origine. Lo stesso albero della croce, secondo alcune tradizioni, fu costruito con il legno di ulivo (e di cedro): albero apportatore di vita, albero cosmico innalzato con Cristo a significare e realizzare la riconciliazione tra il cielo e la terra. Volontà di pace della nazione, nella concordia interna e nella fratellanza internazionale, simboleggia anche il ramo di ulivo presente nell’emblema della Repubblica Italiana, opera del valdese Paolo Paschetto che vinse il concorso nel 1948, indetto per dare uno stemma alla neonata Res Publica. Divenendo così simbolo religioso ma anche politico.
Nata nel VII secolo e ultima fra le grandi religioni monoteistiche, l’Islam intende l’olivo come «l’Albero cosmico per eccellenza, centro e pilastro del mondo», scrive l’antropologo Edvard Westermarck, nel saggio Ritual and beliefs in Morocco. “Albero benedetto” lo definisce il Corano, dove «uno dei nomi di Dio, o qualche altra parola sacra è scritta su ognuna delle sue foglie», fonte della luce tramite l’olio che esso produce. La Sura XXIV, uno dei capitoli del libro sacro ai musulmani, dice «Dio è la Luce dei cieli e della terra […] in cui arde la Lampada dell’olio di un albero benedetto, un Olivo né orientale né occidentale, il cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi col fuoco. E Luce su Luce». Viene inoltre elencato nella Sura VI tra i frutti che germogliano grazie all’acqua inviata dal cielo (Versetti 99 e 141) e nella XVI (versetto 11), indicato come dono divino per il sostentamento umano, simbolo di barakah (benedizione divina) grazie alla sua longevità, alla sua resistenza e ai molteplici usi che offre. Rappresentando la capacità di superare le difficoltà.
Non è un caso che il popolo palestinese abbia scelto di incorporare proprio delle foglie d’ulivo all’interno della loro Kefiah – uno dei copricapi più iconici al mondo e simbolo dell’identità palestinese –, rappresentazione assoluta di un legame profondo fra piante ed esseri umani che comincia nel IV millennio a. C., quando, nel territorio indicato più tardi come Siria-Palestina, si compì la prima domesticazione degli olivi selvatici.
LE RADICI GRECHE
Un linguaggio universale composto da gocce dorate, che ci parla di radici, di fede e di mito e che parla di tutti i Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, che sono terre di ulivi. «Là dove finisce l’olivo finisce anche il Mediterraneo» scriveva lo storico Fernand Braudel. Nell’antica Grecia ai vincitori delle Olimpiadi venivano offerti una corona di olivo e un’ampolla d’olio. Uno dei miti legati all’antica Roma vuole che Romolo e Remo, i due gemelli protagonisti della tradizione mitologica romana, nacquero proprio sotto un albero d’olivo. Gli antichi Egizi credevano invece che fosse stata la dea Iside – madre dei faraoni, protettrice del popolo e incarnazione dell’amore – a rivelare all’uomo le proprietà dell’olivo e ad insegnargli l’arte di coltivare e produrre olio.
Fu però nella Grecia classica che l’importanza economica e il prestigio culturale dell’olivo si affermarono compiutamente. Un albero d’ulivo verdeggiava in Atene dentro il tempio di Minerva e le sue fronde rappresentavano un premio ambitissimo: Milziade, il vincitore di Maratona, appunto chiese come unica ricompensa per la strepitosa vittoria uno di quei rami. Dalle olive, i Greci delle polis estraevano l’olio anche per la dieta alimentare. Tanto era il valore commerciale che nell’orazione Per l’olivo sacro, il logografo Lisia (445 a.C. – 380 a.C.) testimonia dell’esistenza di leggi a tutela dell’olivo: chiunque ne avesse danneggiato, sradicato o abbattuto uno avrebbe subito l’esilio, la confisca dei beni o la condanna a morte. Ma le leggi erano poca roba rispetto alla furia di Atena che lo tutelava: fu lei, secondo la mitologia, ad averlo donato all’umanità. Zeus, suo padre, decise infatti di donare la città di Atene e l’Attica a chi nell’Olimpo avrebbe fornito a questa terra il dono più utile. A sfidarsi furono la dea della saggezza e Poseidone, dio del mare. Il secondo fornirà un cavallo, veloce e abile per vincere le guerre, mentre la prima un albero capace di illuminare la notte, medicare le ferite, curare le malattie e offrire benessere e pace a tutti coloro che lo coltivavano.
All’inizio del V secolo a. C. l’olivicoltura venne introdotta in Italia proprio dai coloni ellenici della Magna Grecia, come spiega il testo L’oro del Mediterraneo. Olio d’oliva. 6000 anni tra storia, arte, medicina e religione (di June Di Schino, Gianfranco Liguri, Massimo Stefani, per le edizioni Goware, 2016), benché le rotte commerciali dei Fenici abbiano fatto gran parte del lavoro su tutti i luoghi rivieraschi del Mediterraneo, scambiandolo, nel IX secolo a.C., con argento e oro. Grecia, olio d’oliva e religione li ritroviamo nell’espressione Kyrie Eleison (“Signore pietà”), una delle preghiere più conosciute nella liturgia cristiana, di tradizione cattolica e ortodossa, dove il termine Eleison (“pietà”, “misericordia”) ha la stessa radice delle parole greche “olivo” e “olio di oliva”, elaion.“La grande medicina”, come lo definì Ippocrate, veniva infatti usata per lenire le ferite e rinvigorire la pelle: fasciare amorevolmente le ferite dell’anima è appunto la richiesta della preghiera al Medico divino.
Sacro e magico. Basti pensare ai rituali eseguiti dopo la sua caduta accidentale, come buttarsi alle spalle una manciata di sale per scongiurare la sfortuna, o all’importante ruolo che mantiene nel malocchio, quella «condizione psichica di impedimento o inibizione – dirà l’etnologo Ernesto De Martino nel saggio Sud e Magia – e al tempo stesso un senso di dominazione, un essere agitato da una forza altrettanto potente quanto occulta; che lascia senza margine l’autonomia della persona». Due, tre gocce in un recipiente di acqua che hanno un significato diverso se si espandono, se si distanziano oppure no.
Identità, memoria, appartenenza. L’olio è ciò che è unto, non intaccato dai turbamenti esterni e insieme all’olivo che lo genera parlano una lingua antica e tenace dalle funzioni ancestrali. Assaporarne il gusto, come afferma Claudio Paravati (Buono e giusto. Il cibo secondo Ebraismo, Cristianesimo e Islam, Edizioni Terra Santa, 2015) può essere un modo per condurci a recuperare il senso del sacro e la relazione con il trascendente anche nei gesti banali della vita quotidiana. Perché «vive in noi con la sua luce matura» per dirla con le parole del Premio Nobel alla Letteratura Pablo Neruda. Onorando la benedizione divina che arriva a noi grazie alle mani sapienti di chi lo coltiva in gesti che si ripetono da secoli.
Ph. Mahmood al Daoud, via Unsplash
Mariangela Di Marco
Giornalista
