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Restare o partire: il dilemma israeliano

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

Un recente sondaggio dell’Israel Democracy Institute rivela che il 27% delle persone con cittadinanza israeliana sta considerando l’emigrazione, soprattutto giovani, laici e profili ad alta mobilità. Più che una rottura identitaria, emerge un’incrinatura del rapporto di fiducia tra cittadini e Stato.

Una persona con cittadinanza israeliana su quattro sta considerando l’idea di lasciare il Paese. Non si tratta di un’ondata migratoria già in atto, ma di una possibilità sempre più presente nell’immaginario individuale e collettivo. A dirlo è una ricerca dell’Israel Democracy Institute (Idi), condotta nell’aprile 2025 su un campione rappresentativo di 720 cittadini ebrei e 187 cittadini arabi.

Secondo lo studio, il 27% degli israeliani sta valutando l’ipotesi di trasferirsi all’estero, temporaneamente o in modo permanente. La quota sale al 30% tra gli arabi israeliani e si ferma al 26% tra gli ebrei, ma le differenze interne ai gruppi sono molto marcate.

Tra gli ebrei, un primo discrimine è rappresentato dal fattore religioso: il 39% dei “laici” sta considerando di emigrare, contro il 24% di coloro che si definiscono “tradizionalisti non religiosi”, il 19% di coloro che si identificano come “tradizionalisti religiosi”, il 14% di coloro che si identificano come “religiosi nazionalisti” e appena il 3-4% dei cosiddetti ultra-ortodossi.

L’età è il secondo discriminante principale. Secondo il sondaggio, tra i giovani ebrei tra i 18 e i 34 anni, oltre un terzo considera l’idea di emigrare, percentuale che cresce ulteriormente se si incrocia con reddito elevato, professioni ad alta mobilità e possesso di una seconda cittadinanza. L’analisi statistica dello studio indica che la probabilità che un giovane ebreo laico valuti di lasciare Israele supera il 60%, e arriva intorno all’80% nel caso di reddito alto e passaporto straniero.

Un dato interessante è che la maggioranza di chi pensa di partire non ha una meta precisa. Il 69% degli ebrei e il 62,5% degli arabi dichiarano che «non c’è una destinazione specifica: l’importante è lasciare il Paese». Quando una destinazione viene indicata, l’Unione europea è preferita al Nord America (43% contro 27%).

I fattori che più incidono sulla decisione di partire sono l’alto costo della vita e «la mancanza di un buon futuro per i figli». Seguono la sicurezza personale, la situazione politica, la qualità dei servizi pubblici, lo stato della democrazia e la percezione del ruolo internazionale di Israele. Il 42% degli ebrei e il 33% degli arabi definiscono oggi la situazione del Paese “negativa”.

Eppure, nonostante tutto, il 90% degli ebrei e il 79% degli arabi affermano che vivere in Israele è per loro “importante”: un dato che si rileva anche tra i gruppi più inclini a partire. Il che farebbe pensare che la spinta a emigrare non coinciderebbe, quindi, con una rottura con la propria identità, ma racconterebbe più di un’incrinamento del rapporto di fiducia con lo Stato.

Il principale fattore che trattiene è la famiglia: sia per cittadini israeliani ebrei che arabi, quella di restare vicino ai familiari è la prima ragione per rimanere. In modo analogo, chi ha amici o parenti che hanno già lasciato Israele ha una probabilità due o tre volte maggiore di considerare l’emigrazione.

Ph. Tel Aviv-Yafo, Israele © Briana Tozour via Unsplash

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