di Andrea Mulas. Fondazione Lelio e Lisli Basso, Centro Studi Confronti.
A cinquant’anni dal golpe del 1976, l’Argentina continua a confrontarsi con l’eredità della dittatura militare e con la memoria dei 30mila desaparecidos. Nell’Argentina di Milei, mentre i processi per i crimini del regime proseguono, il dibattito pubblico si riaccende tra difesa della memoria storica e nuove spinte revisioniste.
«D’ora in poi ti chiami A01, il tuo nome qui non esiste più». Marco Bechis, La solitudine del sovversivo (Guanda, 2021).
«Avendo esaurito tutte le vie del meccanismo costituzionale, superato la possibilità di cambiamento nell’ambito delle istituzioni e dimostrato inconfutabilmente l’impossibilità di recuperare il processo attraverso i suoi canali naturali, è giunta alla sua conclusione una situazione che offende la Nazione e ne compromette il futuro». Per questo motivo, «da oggi il Paese si trova sotto il controllo operativo della Giunta militare. Si raccomanda alla popolazione l’assoluto rispetto di disposizioni e direttive emanate dall’Autorità militare, di Sicurezza o di Polizia».
UN “INTERVENTO OBBLIGATO DALLA STORIA”
Con queste parole inizia il proclama che, nelle prime ore di mercoledì 24 marzo 1976, viene trasmesso da tutte le emittenti radiofoniche dell’Argentina. Di seguito il documento allude all’«impegno trascendente» assunto dalle Forze armate e lancia un appello a «tutta la comunità nazionale». Il pronunciamento militare è firmato dal tenente generale e comandante generale dell’Esercito Jorge Rafael Videla, dall’ammiraglio e comandante della Marina Emilio Eduardo Massera e dal generale di brigata e comandante generale della Forza aerea Orlando Ramón Agosti.
La neocostituita Giunta dei comandanti in capo – nel suo settimo comunicato – prima dell’alba dichiara che il suo intervento è stato effettuato «a beneficio dell’intero Paese e non contro specifici settori sociali», invitando tutti alla riflessione, e sollecitando lavoratori e datori di lavoro a impegnarsi «per garantire che i rapporti di lavoro siano mantenuti in un clima di libertà e rispetto». Il testo di quel comunicato consiglia ai lavoratori di non dare ascolto agli incitamenti alla violenza e mette in guardia i datori di lavoro dall’adottare misure arbitrarie contro il proprio personale.
Lo scopo dei golpisti è di mantenere l’ordine per gestire, senza scene cruente, l’occupazione delle strutture federali del Paese. Alle Forze armate argentine non occorre bombardare il palazzo presidenziale come avevano fatto i golpisti cileni l’11 settembre 1973. Sarà tutta un’altra storia.
Alle 4:40 precise del mattino, le stazioni radio trasmettono l’ottavo comunicato: la Giunta dei comandanti riferisce che nel Paese regna la calma e che è garantito il normale approvvigionamento alimentare alla popolazione. Questo tono quasi paternalistico viene poco dopo contraddetto dai primi decreti della Junta, con i quali viene dichiarato lo Stato d’assedio; eliminati i poteri esecutivo e legislativo, nazionale e provinciale; sospesa l’attività dei partiti politici e limitate le attività sindacali e imprenditoriali; vietato il diritto di sciopero; annullati i contratti collettivi di lavoro e istituita la pena di morte per reati di ordine pubblico.
Il golpe del 24 marzo viene giustificato dalla giunta militare come un intervento «obbligato dalla storia» di fronte a un «vuoto di potere», per mettere fine all’epoca più funesta dell’Argentina. Questi rappresentano i presupposti del cosiddetto “Processo di riorganizzazione nazionale”, attraverso il quale i militari promettono di ristabilire l’ordine e “salvare” la Patria.
Nei fatti, la repressione attuata dall’ultima dittatura civico-militare (1976-1983) non conosce precedenti per dimensioni e metodologia nella storia argentina. Il ricorso sistematico al sequestro, alla tortura, alla sparizione e all’omicidio di persone ha segnato un prima e un dopo nello sviluppo storico nazionale.
Nel giro di pochi mesi il Paese viene trasformato in una rete capillare di repressione clandestina. Secondo le più recenti indagini, più di 800 centri clandestini di detenzione illegale vengono allestiti in tutto il territorio: caserme, commissariati, edifici abbandonati e persino scuole trasformate in luoghi di prigionia segreta. Il più noto diventa la Scuola di Meccanica della Marina, l’Esma, nel centro di Buenos Aires, dove circa 5mila persone vengono sequestrate e rinchiuse. Di queste ne sono sopravvissute solo circa 300.
La pratica della desaparición diventa il marchio distintivo del regime. Le vittime vengono sequestrate senza mandato, spesso di notte, da gruppi militari o paramilitari. Da quel momento entrano in un sistema parallelo e invisibile: interrogatori sotto tortura, detenzioni senza processo, lavori forzati. Molti vengono infine assassinati e i loro corpi occultati. Una delle modalità più tristemente note è quella dei “voli della morte”: prigionieri sedati e gettati vivi nell’oceano Atlantico o nel Río de la Plata da aerei militari. Le vittime sono studenti, operai, militanti politici, giornalisti, sindacalisti, religiosi, ma anche semplici cittadini sospettati di simpatizzare con l’opposizione. La repressione non colpisce soltanto le organizzazioni armate della Sinistra rivoluzionaria, già duramente indebolite prima del colpo di Stato, ma un ampio spettro della società civile. L’obiettivo è annientare qualsiasi forma di dissenso e ristrutturare il Paese sul piano politico, sociale ed economico.
Il numero drammaticamente altissimo dei desaparecidos diventa uno dei simboli più potenti della tragedia argentina. Le organizzazioni per i diritti umani, in particolare le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo, parlano di 30mila persone scomparse. Il dato non è soltanto una cifra statistica, ma il segno di una perdita collettiva che ha segnato generazioni intere. Dietro quel numero si nascondono storie individuali, famiglie spezzate, bambini sottratti ai genitori e affidati illegalmente a famiglie vicine o conniventi al regime. Molti di quei figli rubati hanno scoperto la propria vera identità soltanto decenni dopo, grazie al lavoro instancabile delle Abuelas. Si calcola che siano circa 500 i figli di desaparecidos oggetto di apropiación: alcuni di loro sono stati consegnati a famiglie vicine alle Forze armate, altri abbandonati senza nome in istituti, altri ancora dati in adozione irregolare attraverso associazioni caritatevoli, spesso legate alla Chiesa.
VERITÀ E GIUSTIZIA
Con il ritorno della democrazia nel 1983, il Paese avvia un difficile percorso di verità e giustizia. Il presidente Raúl Alfonsín istituisce la Commissione nazionale sui desaparecidos (Conadep), che nel 1984 pubblica il Rapporto Nunca Más, un documento fondamentale per ricostruire i gangli del peculiare e minuzioso sistema repressivo della dittatura. Negli anni successivi si aprono i processi contro i comandanti delle giunte militari e, dopo una lunga stagione di leggi di impunità e indulti, la giustizia argentina torna progressivamente a perseguire i responsabili dei crimini contro l’umanità.
La memoria della dittatura diventa così uno dei pilastri dell’identità democratica del Paese. Ogni 24 marzo l’Argentina celebra il Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia, una giornata dedicata al ricordo delle vittime e alla difesa dei diritti umani. Nelle piazze, nelle scuole e nei luoghi della memoria si rinnova l’impegno a non dimenticare.
UNA MEMORIA CHE SI SFALDA
Negli ultimi anni, tuttavia, questa memoria collettiva condivisa sembra sfaldarsi. Con l’ascesa alla presidenza di Javier Milei, alcune posizioni revisioniste – e perfino smaccatamente negazioniste –, hanno riaperto un dibattito che sembrava ormai consolidato. Esponenti del governo e delle istituzioni hanno sferrato un attacco frontale al lavoro di ricerca svolto dalle organizzazioni dei familiari delle vittime. Inoltre il governo, tra i diversi provvedimenti, ha smantellato la Commissione nazionale per il diritto all’identità (Conadi), incaricata di indagare sui bambini scomparsi durante l’ultima dittatura, e ha messo in discussione il numero dei 30mila desaparecidos, parlando di una cifra “gonfiata” dalla propaganda politica, insistendo sull’idea di una “guerra sporca” tra lo Stato e le organizzazioni guerrigliere. Questa narrazione “tossica” tende a relativizzare la responsabilità dello Stato nella repressione sistematica e a reinterpretare la dittatura come una risposta, seppur brutale, a un contesto di violenza diffusa. Milei parla di “memoria completa” della storia argentina e delle Forze armate, promuovendo un cambiamento di paradigma nell’analisi di quanto accaduto durante l’ultima dittatura e delle conseguenze dei suoi crimini atroci.
Le organizzazioni per i diritti umani sono tornate quindi a denunciare il rischio di un pericoloso slittamento verso forme di negazionismo o minimizzazione dei crimini commessi dal regime. Contro questa deriva, in occasione dell’anniversario dei cinquant’anni dal golpe, è stata lanciata la mobilitazione Que digan dónde están, (“Ci dicano dove sono”). I familiari dei desaparecidos chiedono la verità: «Abbiamo bisogno che ci dicano dove si trovano, perché i responsabili del genocidio stanno morendo senza rompere il patto del silenzio, e abbiamo tutto il diritto di sapere cosa è successo ai nostri parenti. Vogliamo lasciargli un fiore e pregare per loro». Perché il governo proclama che la memoria deve essere “completa”, ma coloro che conoscono la verità sul destino di ciascuna delle vittime della dittatura rimangono tuttora in silenzio. E questo silenzio continua a rappresentare un crimine che chiede giustizia. Ancora ci sono numerose domande che non hanno trovato risposta nonostante lo sforzo titanico delle organizzazioni per i diritti umani e di chi ha portato avanti i processi per i crimini di lesa umanità.
IL GOLPE CINQUANTA ANNI DOPO
A cinquant’anni dal golpe, i tribunali federali argentini hanno pronunciato 340 sentenze per delitti di lesa umanità e genocidio: 1.233 persone condannate, 199 assolte. Attualmente 615 responsabili stanno scontando pene: 498 agli arresti domiciliari e il resto in carcere (con 33 latitanti). Sono stati localizzati almeno 814 centri clandestini e l’Equipo Argentino de Antropología Forense (Eaaf) ha identificato oltre 700 corpi. Abuelas de Plaza de Mayo, insieme alla Conadi e alla Procura, ha restituito l’identità a 140 nipoti.
A mezzo secolo dal colpo di Stato del 24 marzo 1976, la memoria dei desaparecidos continua, dunque, a essere un terreno di confronto e scontro politico e culturale. Ricordare quella storia significa interrogarsi non solo sul passato, ma anche sul presente: sul valore della democrazia, sulla difesa dei diritti fondamentali e sul ruolo della memoria collettiva nel contrastare ogni tentativo di riscrivere o attenuare la portata di uno dei capitoli più oscuri della storia latinoamericana.
Foto: Processo per crimini contro l’umanità commessi nel carcere di Villa Urquiza; familiari dei desaparecidos mostrano le fotografie dei loro cari scomparsi © Paloma Cortes Ayusa, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Andrea Mulas
Fondazione Lelio e Lisli Basso, Centro Studi Confronti.
