di Luigi Sandri. Redazione Confronti.
Un tremendo contrasto tra i vertici della Chiesa apostolica armena e il governo di Erevan sta provocando uno scisma che scuote dalle fondamenta la piccola repubblica caucasica (vasta poco più della Sicilia), e la espone ad una crisi senza precedenti, perché dovuta a rivalità interne, e non a nemici esterni, come accadde all’alba del Novecento, quando quel popolo fu minacciato di estinzione dall’Impero ottomano.
La situazione è degenerata a metà febbraio quando a Sankt Pölten, in Austria, dal 16 al 19 del mese, si è svolto un annunciato “Concilio” della Chiesa armena. Ad esso, però, mancava il patriarca supremo degli armeni, il catholicos Karekin II, impedito di lasciare la Patria dal premier Nikol Pashinyan.
Dunque, assente quello, la riunione è stata declassata a semplice “incontro”. Ad esso hanno partecipato 25 vescovi, meno della metà degli aventi diritto. Erano presenti anche il patriarca armeno di Gerusalemme, e quello della piccola comunità armena di Turchia; e alcuni di quanti reggono diocesi nella diaspora armena in Medio Oriente, Europa, Americhe e Australia.
Il premier accusa Karekin di aver gravemente violato la legge del Paese, e di aver ora organizzato una solenne riunione dei vescovi armeni non a Echmiadzin, la Santa Sede del patriarcato prossima a Erevan, ma nella lontana Austria, quasi a voler dimostrare la sua volontà di abbandonare la culla storica della Chiesa, per trasferirla all’estero. Inoltre, egli accusa il catholicos di rifiutare la laicità dello Stato che, in Occidente, oggi è patrimonio comune. E, infine, afferma che il patriarca, formalmente celibe, ha una figlia segreta (menzogna? verità?).
Da parte sua, Karekin II – classe 1951, eletto catholicos nel 1999 – è da mesi in rotta di collisione con il premier. Gli rimprovera un atteggiamento non rispettoso della vita interna della Chiesa apostolica armena (diciassette secoli fa, nel 301, nell’Armenia di allora il Cristianesimo fu proclamato religione di Stato: primo Paese “cristiano” nella storia), favorendo quanti auspicano per essa riforme sostanziali che – sostiene il catholicos – altererebbero le norme ecclesiastiche.
Inoltre, egli critica la gestione politico-militare del premier nella disastrosa vicenda del Nagorno Karabach (nome russo, in armeno è Artsakh). E qui, per capire il presente, è d’obbligo un breve flashback. Quando, dopo la Prima guerra mondiale, nacque l’Urss, il Cremlino volle che, sul lato euro-asiatico dell’immenso Paese, i confini fossero favorevoli alla nascente Turchia (che sorgeva dalle ceneri del dissolto Impero ottomano); sperava così – ma si sbagliò di grosso – che essa volesse entrare nell’orbita comunista.
In tale contesto Mosca affidò l’Artsakh cristiano all’Azerbaigian, in massima parte musulmano, e culturalmente turcofono. Dopo il dissolvimento dell’Urss, del 1991, a poco a poco, dopo una guerriglia durata anni, contro il Vicino, sostenuto dalla potente Turchia, e con la Russia di Putin “distratta”, il Nagorno Karabach si rese indipendente.
Ma nel novembre del 2023 l’esercito azero lo ha bombardato, distruggendo ogni sua velleità di staccarsi da Baku. Ciò ha provocato un doloroso esodo di almeno 100mila persone verso la vicinissima Armenia: tutta gente là sistemata in modo assai precario. Chiese e monumenti armeni del territorio abbandonato – accusa Erevan – sono stati da allora distrutti, o profanati, dagli azeri. E di questa tragica situazione Karekin II addossa la responsabilità a Pashinyan.
L’aspetto drammatico che emerge dal dissidio catholicos/premier è che la diaspora armena – circa il doppio, o forse il triplo, dei 3 milioni di armeni che vivono in patria – è, ora, totalmente disorientata. Essa, diffusa soprattutto negli Usa, in Russia, Francia ed Argentina, è l’erede degli armeni che riuscirono a sfuggire, tra il 1915 e 1917, al Metz Yeghern (il “Grande male”, cioè il genocidio di un milione e mezzo di armeni operato dai turchi nell’allora impero ottomano e non riconosciuto come tale dall’attuale Turchia).
Questa diaspora è legatissima alla patria di origine e, grazie al suo sostegno economico, soprattutto di quanti hanno fatto fortuna all’estero, l’Armenia post-sovietica è riuscita a sopravvivere. Adesso sosterrà ancora la Patria dei suoi avi? In tale contesto il “Concilio” dimezzato di St. Pölten si è concluso difendendo l’operato di Karekin II. Ma i nodi cruciali della vicenda sono rimasti aggrovigliati.
Ph. Ani Adigyozalyan, via Unsplash
Luigi Sandri
Redazione Confronti.
