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Bangladesh. Le elezioni viste dagli studenti

di Giuliano Battiston

di Giuliano Battiston. Giornalista, direttore Rivista Corvialista, socio di Lettera22

Foto di Gabriele Cecconi. Fotografo documentarista

Lo scorso febbraio, nelle prime elezioni libere dopo la Rivolta di luglio del 2024, il Bangladesh Nationalist Party guidato da Tarique Rahman ha conquistato la maggioranza assoluta, battendo il Jamaat-e-Islami. Gli studenti, protagonisti della transizione, esprimono speranza per il cambiamento, ma restano cauti di fronte al ritorno dei partiti della “vecchia guardia”.

«Era la prima volta che votavamo e lo abbiamo fatto puntando al “meno peggio”. Il Bangladesh Nationalist Party non è certo il miglior partito al mondo, ma il Jamaat-e-Islami è molto peggio». Yusha Mahdi Charu ha 18 anni. Un ciondolo argentato al collo, un vestito colorato, e siede con alcune amiche sul muretto di fronte al Teacher-Student Centre, uno dei luoghi più frequentati dagli studenti della Dhaka University, la prima università della capitale del Bangladesh. «A dire il vero ancora frequento il college, ma l’anno prossimo spero di entrare alla facoltà di Medicina», commenta mentre beve un tè rosso. Intorno a lei, decine e decine di ragazzi e ragazze sono impegnati a chiacchierare, distribuiti a gruppetti tra i chioschetti di legno che vendono sigarette, tè e poco altro. Di fronte, il complesso scultoreo in ricordo di Moin Hossain Raju, studente 24enne ucciso nel marzo 1992 da un poliziotto con un colpo alla testa, mentre manifestava pacificamente.

Alle spalle del memoriale, sui piloni della nuova metro sopraelevata di Dacca, due enormi graffiti rappresentano i volti, ormai sfigurati, di Sheikh Hasina e di suo padre Sheikh Mujibur Rahman. Mujib, come viene chiamato, è uno dei padri fondatori del Paese, tra i protagonisti della guerra di indipendenza dal Pakistan del 1971, ucciso brutalmente nel 1975 durante un colpo di Stato. Sua figlia, Sheikh Hasina, leader dell’Awami League e prima ministra dal 2009, è stata costretta alla fuga in India il 5 agosto 2024, dopo una ribellione guidata dagli studenti che qui tutti chiamano Rivolta di luglio. Ed è proprio in questa rotonda che ancora partono o arrivano molte manifestazioni studentesche.

Chittagong, procedure di voto

Non oggi, però. È sabato 14 febbraio. Qui, a Dacca, e nel resto di questo Paese da 175 milioni di abitanti, c’è un’atmosfera particolare. Chiusa la giornata elettorale del 12 febbraio, fatti i conteggi e  assegnati i 300 seggi del Parlamento (a cui se ne aggiungono 50 riservati alle donne), si prova a tornare alla normalità. Le strade della capitale, quasi deserte il giorno delle elezioni, piano piano riprendono vita: risciò elettrici, bus strombazzanti e gas di scarico riconquistano gli spazi. Si tira un sospiro di sollievo. Da queste parti la politica è violenta. L’appuntamento del 12 febbraio era atteso e temuto: si trattava delle prime elezioni libere dopo anni e anni di manipolazioni del processo democratico da parte di Sheikh Hasina, la cui destituzione ha innescato trasformazioni politiche e sociali straordinarie e imprevedibili. Tra queste, la messa al bando temporanea del suo partito, l’Awami League, che in 15 anni di potere assoluto aveva piegato le istituzioni ai propri interessi, ora escluso dalla competizione elettorale. «Per tutta la vita non abbiamo visto altro che Sheikh Hasina al governo», commentano quasi in coro le ragazze. «Ora speriamo per il meglio, ma ci prepariamo al peggio», continua Yusha Mahdi.

Lei è tra coloro che considerano i risultati elettorali una conclusione poco gloriosa della lunga fase di transizione, inaugurata dalla Rivolta di luglio e coincisa con il mandato del governo ad interim presieduto dal consigliere capo Muhammad Yunus, l’85enne fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, che l’8 agosto 2024, su invito degli studenti e dietro il “via libera” dell’esercito, ha assunto il delicatissimo incarico di rimettere in piedi un Paese in bancarotta istituzionale. Il suo mandato si è chiuso il 18 febbraio, con il giuramento di Tarique Rahman, l’“esule” rientrato in patria per governare.

Dacca, Jagannath Hall, da sn a ds, gli studenti Sabyasachi Roy, Arnab Das e Subrato Chandraw mentre discutono di politica

UN VOTO CONTRO IL JAMAAT

Il voto ha premiato i partiti della vecchia guardia, in particolare il Bangladesh Nationalist Party (Bnp) guidato dal sessantenne Tarique Rahman, la cui coalizione si è aggiudicata più di due terzi dei 300 seggi della Jatiya Sangsad, letteralmente la “Camera della Nazione”, cioè il Parlamento. Si tratta di un partito che per molti decenni ha conteso potere e privilegi – oltre alle critiche delle organizzazioni di tutela dei diritti umani – con l’Awami League di Sheikh Hasina, condannata a morte in contumacia lo scorso novembre da un tribunale speciale di Dacca.

La madre di Tarique, Khaleda Zia, ha ingaggiato per anni un duello politico senza esclusioni di colpi – spesso durissimo – con l’autocrate oggi fuggitiva in India, fino alla sua morte, avvenuta il 30 dicembre 2025 dopo lunghi periodi di arresti domiciliari. Leader storica del paese, Khaleda Zia è stata per tre volte prima ministra. Cinque giorni prima che morisse la madre, ai cui funerali hanno partecipato due milioni di persone, Tarique Rahman è rientrato trionfalmente in Bangladesh da Londra, dove ha vissuto in auto-esilio per 17 anni per evitare “una persecuzione politica per via giudiziaria”, per usare le sue parole: le condanne per corruzione e terrorismo, comminate a suo carico dai giudici ai tempi di Hasina, sono state invalidate dal governo del consigliere capo Yunus. Oggi Tarique Rahman è primo ministro.

Dacca, la studentessa Yusha Mahdi Charu ritratta davanti al Teacher-Student Centre della Dhaka University

«Durante i giorni della rivoluzione abbiamo davvero sognato, credevamo che saremmo uscite da questo ciclo politico che si ripete all’infinito, avevamo tante speranze, ma poi le cose non sono andate come avremmo voluto. A dirla tutta, abbiamo fallito», sintetizza amareggiata la studentessa Yusha Mahdi Charu che ritrova il sorriso solo quando pensa al pericolo scongiurato. «Oltre alla possibilità di votare liberamente, l’unica nota positiva è la sconfitta del Jamaat», il partito islamista conservatore guidato dall’emiro Shafiqur Rahman, a capo di una coalizione di 11 partiti. Tra questi c’è anche il National Citizen Party (Ncp), che avrebbe dovuto raccogliere lo spirito rivoluzionario degli studenti e che invece ha incassato soltanto 6 seggi parlamentari su 30 candidature, penalizzato proprio dall’alleanza con il Jamaat. «Un’alleanza elettorale, non ideologica», hanno provato a rassicurare i leader dell’Ncp – tra cui Nahid Islam, il volto più noto della rivolta dell’estate 2024 – ai quali però molti studenti imputano un vero e proprio tradimento degli ideali rivoluzionari. «Guardati intorno. Vedi tutti questi fiori? Vedi come siamo vestite colorate? Se avesse vinto il Jamaat non avremmo mica potuto festeggiare il Pahela Falgun, o avremmo potuto farlo solo in casa», si dice convinta Mrittika Anwar Prova, anche lei 18 anni, riferendosi alle celebrazioni per il primo giorno della primavera bangladese. «Con il Jamaat al potere, qui sarebbe stato come in Afghanistan. Quelli usano l’Islam, la religione, solo per controllare le donne. Non sanno fare altro», accusa l’amica Yusha Mahdi Charu, non prima di lanciare una stoccata contro il partito degli studenti, l’Ncp, «che alleandosi con gli islamisti ha decretato la propria sconfitta».

UNA CULTURA “IBRIDA”

«Il Jamaat ha perso perché si è dimostrato per quel che è: un partito troppo conservatore, con posizioni contrarie alle donne e alla loro libertà. Qui in Bangladesh le donne rappresentano il 51% della popolazione, tante lavorano nell’industria tessile, cruciale per la nostra economia; se pensi e dici che debbano stare a casa, che non debbano lavorare, non fai che mancare loro di rispetto. È vergognoso», commenta Arnab Das, 26 anni, laureato alla facoltà di Belle Arti alla Dhaka University. Ci accoglie nella stanza che condivide con altri due studenti alla Jagannath Hall, il dormitorio riservato perlopiù ai membri delle minoranze. Composto da una serie di edifici disposti in parte intorno a un laghetto dalle cui acque spunta una statua induista, il dormitorio è un’oasi di calma e tranquillità nel caos di Dacca. La stanza in cui vivono è accogliente. Alle pareti illustrazioni realizzate a mano e ritratti. Sulle due scrivanie, sculture in terracotta, pennarelli, fogli spiegazzati con bozze di disegno. «Io non vivo più qui, ci abitavo in passato, ma ci torno spesso a lavorare», racconta Sabyasachi Roy, laureato in Scienze e tecnologia, mentre smanetta sul suo computer. Sul letto accanto alla scrivania, una copia dell’edizione inglese del Daily Star, uno dei principali quotidiani bangladesi.

Poche settimane prima del voto, la sede del giornale (e quella di Prothom Alo, la testata più diffusa nel Paese) è stata assalita e data alle fiamme. L’accusa: posizioni troppo filo-indiane, troppo spazio alle tesi di New Delhi che, con la despota Sheikh Hasina, ha instaurato fortissimi legami diplomatici ed economici, tanto da negarne l’estradizione. L’assalto alle sedi dei quotidiani è uno di quegli episodi di violenza delle folle che qui chiamano mob e «che sono aumentati durante il governo di Yunus», ripetono un po’ tutti, contestando la debolezza della leadership . Il crimine più efferato è avvenuto nella città di Mymensingh il 18 dicembre scorso, quando il 26enne di religione induista, Dipu Chandra Das, accusato di blasfemia, è stato linciato e appeso a un palo. Il suo corpo, bruciato.

Sabyasachi Roy mostra la prima pagina del giornale: vittoria schiacciante della coalizione guidata dal Bnp e foto di Tarique Rahman. Niente da fare per il principale avversario politico, l’emiro Shafiqur Rahman del Jamaat, i cui consensi sono cresciuti grazie a una campagna elettorale fitta di comizi e a una forte presenza sui social. L’emiro ha però sollevato diverse polemiche, a causa delle sue dichiarazioni sul ruolo delle donne nella società e sul rapporto tra istituzioni e religione.

«Qui in Bangladesh la gente ama cantare, ci piace il ballo, vedere i film, andare al cinema, ascoltare la musica. Il vero cuore del Bangladesh, ciò che ci rende unici, è la nostra cultura ibrida. Non si può pensare di sopprimere un’intera cultura con il pretesto religioso, con la scusa dell’Islam», sostiene Sabyasachi.

Anche lo studente Arnab attribuisce al Jamaat «un uso politicamente strumentale della religione»:  dice di aver tirato un sospiro di sollievo, quando ha visto che la coalizione guidata dal partito islamista non ha ottenuto la maggioranza (pur incassando quasi il 32% dei voti e 68 seggi , il miglior risultato di sempre). Ma fatica a riconoscere come del tutto positiva la vittoria del Bnp: «Se guardi alla storia, ti accorgi che il Bnp e l’Awami League si assomigliano molto, anzi sono due facce della stessa medaglia», conclude Arnab. E non è l’unico a pensarlo.

Dacca, 18 febbraio. L’attesa per il giuramento di Tarique Rahman, nella sede del Parlamento

IL BNP È DAVVERO CAMBIATO?

In molti speravano che la rivoluzione scardinasse il duopolio dinastico-politico che ha contrassegnato la storia del Paese, con la continua alternanza tra Bnp e Awami League e il loro ricorso a corruzione e metodi brutali di controllo dell’opposizione. Per questo, per qualcuno l’affermazione elettorale del Bnp rende vano, retrospettivamente, il sacrificio compiuto nelle settimane della rivoluzione: almeno 1.400 i morti. Altri hanno meno timori. Nutrono perfino nuove speranze. Grazie alla rivolta del 2024, la società avrebbe sviluppato anticorpi capaci di resistere a ogni futura prova.

«Non mi convincono le interpretazioni “in bianco e nero”. Anche il Bnp è stato oppresso per 15 anni dall’Awami League, e anche il Bnp ha partecipato alla Rivolta di luglio, che è stata innanzitutto contro il Fascismo, per il diritto di voto, per il diritto a contestare il governo in carica. Dopo la Rivolta di luglio, i diritti della cittadinanza non si potranno più negare, lo ha capito anche il Bnp». Subrato Chandraw, anche lui laureato in Belle Arti, rimasto a lungo in silenzio, interviene deciso. Non è convinto che il Bnp sia davvero un partito riformato o che, come assicura Tarique Rahman, abbia fatto tesoro degli errori passati. Ma è d’accordo che la società bangladese sia molto cambiata. E che indietro non si torna: «Vedremo che succede. Se le cose si dovessero mettere male, siamo pronti a tornare in piazza e a rovesciare anche questo governo», commenta prima di tornare ai suoi disegni.

Dacca, 18 febbraio. Tarique Rahman, leader del BNP e nuovo primo ministro del Bangladesh, il giorno del giuramento

LA RIVOLTA DI LUGLIO

La cosiddetta Rivolta di luglio del 2024 nasce da una decisione apparentemente tecnica e diventa, in poche settimane, la più grave crisi politica del Bangladesh dall’indipendenza. Il 5 giugno 2024 la Corte Suprema ripristina il sistema delle quote nelle assunzioni statali, un meccanismo introdotto nel 1972 che riservava il 56% dei posti pubblici a categorie specifiche – in primo luogo ai discendenti dei veterani della guerra del 1971 (30%), poi a donne, residenti di distretti svantaggiati, minoranze etniche e persone con disabilità – lasciando meno della metà dei posti (44%) all’assegnazione per merito. In un Paese con alta disoccupazione giovanile e un settore privato fragile, il lavoro pubblico rappresenta stabilità e mobilità sociale: per migliaia di studenti quella sentenza significa vedere drasticamente ridotte le proprie possibilità.

Le proteste, guidate dal movimento studentesco, chiedono un sistema quasi interamente meritocratico (93% sul merito). La risposta del governo della Awami League guidato da Sheikh Hasina è durissima: coprifuoco, blackout di internet, arresti e una repressione che, secondo le Nazioni unite, provoca oltre un migliaio di morti. Anche quando la Corte Suprema ridimensiona le quote, la mobilitazione non si ferma: la richiesta non è ormai solo occupazionale, ma politica. Il 21 luglio 2024, la Corte Suprema riduce la quota dei veterani al 5%, portando il merito al 93% e le quote residue al 2% (minoranze, disabili, transgender), ma questo soddisfa solo in parte i manifestanti, e non ferma la rivoluzione. Tra il 4 e il 5 agosto Hasina si dimette e lascia il Paese; si insedia un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus che avvia una fase di transizione culminata nelle elezioni dello scorso febbraio, vinte dal Bangladesh Nationalist Party.

AFFLUENZA

59,44%
Affluenza
(+17,64 punti percentuali)

127.711.793
Elettori registrati

RISULTATI

Bangladesh Nationalist Party (Bnp)
209 seggi

49,97% dei voti
(+38,24 punti rispetto all’ultima partecipazione)

Bangladesh Jamaat-e-Islami
68 seggi
31,76% dei voti

National Citizen Party (Ncp)
6 seggi
3,05% dei voti
Primo ingresso in Parlamento del partito nato dopo la Rivolta  di luglio del 2024

Foto di Gabriele Cecconi. Fotografo documentarista.

Immagine di Giuliano Battiston

Giuliano Battiston

Giornalista, direttore Rivista Corvialista, socio di Lettera22

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