di Andrea Cantelmo. Giornalista e scrittore
Il Corno d’Africa resta un crocevia strategico globale, segnato da instabilità interna, rivalità regionali e la presenza di basi militari straniere. La lotta contro Al-Shabaab e le tensioni tra Somalia, Etiopia ed Eritrea condizionano sicurezza, commercio e equilibri geopolitici.
Ogni angolo del pianeta, da Oriente a Occidente, è travolto da shock geopolitici che potrebbero ridisegnare nuovi equilibri di potere e di influenza tra le grandi potenze: il Medio Oriente è in fiamme e in Ucraina la guerra continua incessantemente senza che ci sia una soluzione in vista; anche il continente americano è scosso da forti tensioni alimentate dalla cattura , da parte degli Usa, del leader venezuelano, Nicolás Maduro, e dall’escalation di violenza in Messico scatenata dall’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, uno dei narcotrafficanti più ricercati al mondo, a capo del potente Cártel de Jalisco Nueva Generación (Cnjg). Le cronache nazionali e internazionali riportano quotidianamente aggiornamenti sull’evoluzione di queste crisi e l’opinione pubblica segue con crescente apprensione i reportage provenienti da queste aree, temendo che i conflitti possano estendersi ulteriormente. Tuttavia una regione, pur essendo centrale nelle strategie globali, rimane spesso in secondo piano e riceve una copertura mediatica piuttosto limitata: il Corno d’Africa.
RIVALITÀ LOCALI E NODI GEOSTRATEGICI
In quest’area si intrecciano infatti rivalità locali e interessi delle grandi potenze che contribuiscono a rendere il quadro estremamente instabile. A esasperare tutto ciò sono stati due fattori: l’atteggiamento da potenza egemone regionale tenuto dall’Etiopia e la questione del Somaliland, entità che si è dichiarata indipendente dalla Somalia nel 1991, ma che continua a essere riconosciuta solo in modo limitato dalla Comunità internazionale. La posizione geografica di questa regione è determinante per gli equilibri globali: le sue coste si affacciano sul Golfo di Aden e si trovano a ridosso dello Stretto di Bab el-Mandeb, uno dei passaggi marittimi più sensibili al mondo, che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano e rappresenta una porta d’accesso fondamentale verso il Canale di Suez e quindi verso i mercati europei. Il valore strategico di questo corridoio marittimo è aumentato ulteriormente negli ultimi mesi. Le crescenti tensioni che hanno portato a un sostanziale blocco dello Stretto di Hormuz, punto di transito cruciale per le esportazioni energetiche del Golfo Persico, hanno infatti reso ancora più centrale il ruolo delle rotte alternative che attraversano il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Dunque, preservare la sicurezza di passaggi come Bab el-Mandeb assume un’importanza ancora maggiore per garantire la continuità delle catene commerciali globali e dei flussi energetici.
UN FRONTE INDIRETTO
Proprio per questo motivo il Corno d’Africa è diventato, negli ultimi anni, uno spazio di competizione sempre più evidente tra diversi attori internazionali. Le tensioni nel Mar Rosso, alimentate anche dagli attacchi dei ribelli houthi dello Yemen contro navi mercantili e obiettivi collegati a Israele, hanno trasformato quest’area in uno dei fronti indiretti dello scontro tra Israele e Iran. La sicurezza delle rotte commerciali è diventata quindi una priorità per molte potenze, che guardano con crescente attenzione alla possibilità di rafforzare la propria presenza militare e di intelligence lungo le coste che si affacciano su questo snodo marittimo. In questo contesto si inseriscono anche le dinamiche politiche legate al Somaliland.
Secondo le ricostruzioni di Blomberg, Israele, dopo aver riconosciuto il territorio a inizio anno, starebbe valutando la possibilità di sviluppare una cooperazione strategica con le autorità locali, con l’obiettivo di creare un punto di osservazione nel Golfo di Aden e monitorare più da vicino le attività degli houthi. Una simile presenza rappresenterebbe un elemento di forte discontinuità negli equilibri regionali e rischierebbe di alimentare ulteriori tensioni con la Somalia, che continua a considerare il Somaliland parte integrante del proprio territorio.
A rendere ancora più complesso il quadro strategico della regione è la crescente presenza di basi militari straniere. Negli ultimi vent’anni il Corno d’Africa è diventato uno dei territori con la più alta concentrazione di installazioni militari internazionali, un fenomeno legato proprio alla posizione strategica della regione lungo le principali rotte marittime tra Europa, Asia e Medio Oriente. Il Paese simbolo di questa dinamica è senza dubbio Gibuti. Nonostante le dimensioni ridotte, questo Stato affacciato sullo Stretto di Bab el-Mandeb ospita alcune delle basi militari più importanti del mondo. Qui si trova, ad esempio, la base statunitense di Camp Lemonnier, principale avamposto militare degli Stati Uniti nel continente africano e centro operativo per missioni antiterrorismo e operazioni di sorveglianza nella regione. Nello stesso Paese sono presenti anche strutture militari di Francia, Giappone e Italia, oltre alla prima base militare all’estero della Cina, inaugurata nel 2017. La presenza simultanea di potenze globali in un territorio così ristretto dimostra quanto il controllo delle rotte marittime, che collegano il Mar Rosso all’Oceano Indiano, sia considerato strategico. Secondo numerose analisi pubblicate da testate internazionali, come The Economist e Bloomberg, circa il 10% del commercio mondiale passa attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, rendendo questo corridoio uno dei punti più sensibili dell’economia globale.
Parallelamente, la regione resta segnata da numerose fragilità interne. In Etiopia, nonostante la fine formale della guerra del Tigray, persistono tensioni politiche e militari tra il governo centrale e alcune aree del Paese, mentre il tema dell’accesso al mare rappresenta una questione strategica per Addis Abeba dopo l’indipendenza dell’Eritrea negli anni Novanta. Infatti, con oltre 120 milioni di abitanti, si tratta dello Stato senza sbocco sul mare più popoloso al mondo e da anni considera questa condizione un limite strategico per il proprio sviluppo economico e commerciale. Dopo la separazione dell’Eritrea nel 1993, l’Etiopia è stata costretta a dipendere quasi interamente dalle infrastrutture portuali di Gibuti per il proprio commercio estero. Secondo diverse analisi pubblicate da testate internazionali, come il Financial Times e il Wall Street Journal, oltre il 90% delle importazioni e delle esportazioni etiopi passa proprio attraverso il porto di Gibuti, rendendo il Paese fortemente dipendente da un unico corridoio logistico. A tutto ciò si sommano anche i rapporti sempre più tesi con l’Eritrea. Negli ultimi mesi Addis Abeba ha accusato Asmara di sostenere gruppi armati attivi nel Nord dell’Etiopia e di mantenere truppe lungo alcune aree di confine, accuse respinte con fermezza dal governo eritreo, che le ha definite infondate. Il deterioramento dei rapporti è legato anche alla questione dell’accesso al Mar Rosso: le ripetute dichiarazioni del premier etiope Abiy Ahmed, secondo cui l’accesso al mare rappresenta una questione “esistenziale” per l’Etiopia, sono state interpretate da Asmara come una potenziale minaccia alle proprie infrastrutture portuali, in particolare lungo la costa del Mar Rosso. Nonostante la pace firmata nel 2018 dopo decenni di rivalità, le accuse reciproche e i movimenti militari lungo il confine hanno riacceso i timori di un possibile riaccendersi delle ostilità tra i due Paesi.
LA SOMALIA E IL TERRORISMO INTERNO
Anche la Somalia continua a confrontarsi con una situazione di sicurezza precaria e con la presenza del gruppo jihadista Al-Shabaab, che da anni conduce attacchi contro le istituzioni e contro le forze internazionali presenti nel Paese. Il movimento, nato nei primi anni Duemila come ala radicale dell’Unione delle corti islamiche – un’alleanza di tribunali islamici locali a Mogadiscio, guidata da Sharif Sheikh Ahmed, che nel 2006 impose la sharia e sfidò il governo federale di transizione della Somalia, fino alla sconfitta per intervento dell’Etiopia –, è oggi considerato uno dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda più forti e organizzati al mondo. Il suo obiettivo dichiarato è rovesciare il governo federale somalo e instaurare uno Stato islamico fondato su una rigida interpretazione della sharia, oltre a riunire sotto un’unica entità politica le popolazioni somale presenti nel Corno d’Africa. Approfittando delle fragilità istituzionali della Somalia, dell’instabilità politica e delle difficoltà economiche della popolazione, l’organizzazione è riuscita a costruire una rete capillare di controllo territoriale e di finanziamento, basata anche su sistemi di tassazione informale nelle zone sotto la sua influenza. La lotta contro Al-Shabaab coinvolge da anni una vasta coalizione internazionale. Dal 2007 l’Unione africana ha dispiegato nel Paese una missione militare di stabilizzazione, inizialmente conosciuta come Amisom e poi evoluta in missioni successive come Atmis (African Transition Mission in Somalia, operativa dal 1° aprile 2022 al 31 dicembre 2024), e Aussom (African Union Support and Stabilization Mission in Somalia, operativa da gennaio 2025), con il compito di sostenere il governo somalo nella riconquista del territorio e nella formazione delle forze armate nazionali. Contingenti provenienti da Paesi come Uganda, Kenya e altri Stati africani hanno partecipato alle operazioni militari contro i jihadisti, contribuendo in alcune fasi a respingere l’avanzata del gruppo e a riconquistare diverse città strategiche. La situazione è resa ancora più complessa dal graduale ridimensionamento della presenza internazionale nel Paese. Negli ultimi anni le missioni africane hanno avviato un processo di riduzione delle truppe, trasferendo progressivamente maggiori responsabilità di sicurezza alle Forze armate somale. Tuttavia, secondo le analisi di Associated Press e Africa Center for Strategic Studies, l’esercito nazionale non è ancora pienamente in grado di sostenere autonomamente l’intero peso della lotta contro l’insurrezione jihadista. Le operazioni militari del governo continuano infatti a dipendere dal supporto logistico, dall’intelligence e dagli attacchi aerei condotti da partner internazionali, in particolare dagli Stati Uniti. Tuttavia, come sottolineato da diverse analisi, tra cui quelle di European Union Agency for Asylum, la capacità dello Stato somalo di rafforzare le proprie istituzioni e consolidare il controllo sul territorio, sradicando in modo definitivo Al-Shabaab, non riguarda soltanto la sicurezza interna del Paese, ma ha implicazioni dirette per la stabilità delle rotte commerciali del Mar Rosso e per l’equilibrio politico di una delle aree più sensibili del continente africano.
Foto: Corno d'Africa © Oxfam East Africa, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Andrea Cantelmo
Giornalista e scrittore
