di Maurizio Ambrosini. Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università degli studi di Milano.
Un fatto recente dovrebbe far riflettere sulle conseguenze sociali e culturali delle campagne comunicative che insistono sul legame tra immigrazione e insicurezza. A Nizza Monferrato, dopo l’uccisione di una ragazza, una cinquantina di residenti armati di bastoni si sono radunati sotto la casa di un uomo di origini africane, con l’intento di linciarlo, aizzati dal vero autore del delitto. Una scena da Sud degli Stati Uniti di un secolo fa, con la differenza che nella cittadina piemontese l’intervento dei carabinieri ha evitato il peggio.
Il cosiddetto Decreto sicurezza e il successivo disegno di legge, varati dal governo Meloni ai primi di febbraio, contribuiscono a trasmettere all’opinione pubblica l’idea che l’immigrazione sia una minaccia e che occorrono norme speciali per contrastarla. Il messaggio appare inequivoco: si dichiara che le persone immigrate sono pericolose, che vanno controllate più strettamente e punite con maggiore severità, che la loro presenza è nociva per il benessere del Paese.
Da qui discende la necessità di norme aggiuntive, ancora più rigide, per difendere le città dalla morsa di un’immaginaria invasione. Sulla base di questa impostazione, il Decreto sicurezza introduce una serie di misure che confermano l’assioma della pericolosità dell’immigrazione: la costruzione di nuovi centri di detenzione sul territorio nazionale, anche derogando alle norme vigenti, le procedure semplificate per i decreti di espulsione, l’obbligo – difficilmente attuabile – per il migrante trattenuto di rivelare la propria identità e provenienza, le limitazioni alla protezione umanitaria anche per chi abbia instaurato relazioni familiari.
Il disegno di legge, approvato pochi giorni dopo, è ancora più focalizzato sul contrasto dell’immigrazione come complemento del Decreto sicurezza. Parlare di “blocco navale” e di “difesa dei confini” enfatizza il messaggio. Già preannuncia una prevedibile estensione dell’applicazione di una norma – quella sul respingimento delle navi umanitarie – che di per sé si riferisce a una componente molto minoritaria dell’immigrazione, quella che arriva dal Mediterraneo, e dovrebbe scattare soltanto in presenza di circostanze eccezionali.
Così come fa coincidere l’immigrazione con gli sbarchi, il governo tenta di convincere gli italiani che comprimendo la tutela del diritto di asilo accrescerà la sicurezza del Paese. Come se gli immigrati (5,4 milioni) coincidessero con i rifugiati (circa 500mila, ucraini compresi). Occorre poi domandarsi che cosa abbia a che fare con la sicurezza una serie di norme come la crudele riduzione dei contatti telefonici per i migranti trattenuti in centri per l’espulsione, pur non essendo stati condannati a pene detentive.
O la limitazione a pochi soggetti autorizzati della facoltà di visitare tali strutture (viene da domandarsi: di che cosa hanno paura, se tutto è in regola?). O, ancora, l’aggravamento delle condizioni richieste per ricongiungere i familiari, con tanto di ispezioni fiscali nelle imprese dei lavoratori autonomi: una norma che, ostacolando il ristabilimento di una normale vita familiare, non sembra esattamente favorire l’integrazione e la sicurezza. Oppure la riduzione dell’accoglienza fin qui offerta, come proseguimento della tutela, ai minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età: da 21 a 19 anni.
C’è da chiedersi: una volta privati dell’accoglienza, non saranno più esposti alla fatale attrazione di qualche strada illecita per procurarsi i mezzi per vivere e magari un pezzo di presunto benessere? L’ambizione di proteggere i confini è smentita da un’altra politica governativa: anche gli oltre 500mila lavoratori che il governo pianifica di far entrare in tre anni ai sensi dei decreti-flussi attraversano i confini.
Saranno autorizzati e indubbiamente utili per l’economia (e per le nostre famiglie), ma anch’essi finiranno per popolare le nostre vere o presunte banlieue, avviare ricongiungimenti familiari, costruire luoghi di culto. Il governo dovrebbe spiegare quale integrazione intende promuovere per questi futuri cittadini.
Ph. Jannik, via Unsplash
Maurizio Ambrosini
Professore di Sociologia delle migrazioni. Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche, Università degli studi di Milano.
