di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore
Sempre più giovani abbandonano il Corno d’Africa per tentare la cosiddetta Eastern Route verso Arabia Saudita e Paesi del Golfo. Si tratta di una delle rotte migratorie più trafficate e pericolose del mondo: traffico di esseri umani, violenze, naufragi e respingimenti segnano un viaggio che, spesso, termina con la morte o lo sfruttamento.
«Stare a casa senza riuscire a concludere nulla mi faceva sentire un peso per la mia famiglia. Avevamo sempre meno terra da coltivare e bestiame da allevare e così un giorno, nonostante mia madre e mio padre fossero completamente contrari, sono andato via». A parlare è Abdelfatah, un giovane ventottenne, partito tre anni fa dall’Arsi Zone, nel Sud-Est dell’Oromia, la regione più grande dell’Etiopia. Ma le sue parole, con minime differenze, avrebbero potuto sottoscriverle centinaia di migliaia di ragazzi che, da varie aree dell’Etiopia colpite da guerre, tensioni, siccità e impoverimento progressivo, tentano l’affondo ai Paesi del Golfo affrontando viaggi dall’alto tasso di pericolosità.
UN NUOVO TREND MIGRATORIO
È il nuovo trend migratorio di giovani in fuga dal Corno d’Africa, cresciuto esponenzialmente nell’ultimo quinquennio, sebbene l’Oim (Organizzazione internazionale migrazioni) abbia più volte ripetuto che questa rotta rimane una delle vie «più trafficate e pericolose» al mondo. L’Europa, sbarrata a tripla mandata, è inarrivabile. Provare a raggiungerla, poi, senza alcuna possibilità de facto di farlo legalmente, significa passare attraverso le esperienze brutali di Libia e Tunisia – i due Paesi con cui l’Italia, capofila a nome dell’Ue, ha stipulato accordi per la “gestione dei fenomeni migratori” – fatte di lager a cielo aperto, violenze estreme ed espulsioni verso il deserto, prima ancora delle traversate del Mediterraneo. Moltissimi ragazzi e ragazze, in gran parte etiopi, ma anche eritrei e somali, da qualche anno guardano a Oriente.
Purtroppo, però, anche la cosiddetta Eastern Route è in mano ai trafficanti e, quindi, del tutto regolata da illegalità e criminalità. I rischi sono altissimi e all’ordine del giorno, anche perché tra Corno e Penisola Arabica, c’è di mezzo l’Oceano Indiano. Ad essi si aggiungono le violenze dei trafficanti e delle forze di polizia dei vari Paesi che si attraversano, tra cui Somaliland o Yemen. «Sono sempre triste perché penso ai pericoli che corre il mio ragazzo – confida il papà di Abdelfatah, incontrato a febbraio, a Kofele, durante la terza missione del documentario Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle mamme [vedi Confronti 01/2026] – Mi capita spesso di piangere. Quando mi disse che voleva partire gli ho detto: “Ti prego figlio mio, non andare”. Sentiamo di continuo notizie di ragazzi morti nel viaggio verso lo Yemen, molte barche si ribaltano e affondano perché la traversata dell’Oceano è molto pericolosa. Tanti ragazzi, poi, vengono picchiati o anche uccisi se i soldi non sono abbastanza. Io queste cose le sento ogni giorno e vivo nella paura costante».
Abdelfatah al momento è bloccato in Yemen. Per arrivarci è passato per Gibuti, il Somaliland, dove ha subìto parecchie violenze da trafficanti che chiedevano più soldi, e infine per il Golfo di Aden. Il suo obiettivo è raggiungere l’Arabia Saudita, ma il denaro è poco e in Yemen, un Paese in guerra da tantissimo tempo, il lavoro scarseggia. Le famiglie dei giovani che intraprendono la Eastern Route si indebitano fino al collo per sostenere i propri ragazzi ed evitare loro abusi e violenze. «Mi ha chiamato varie volte – riprende il padre di Abdelfatah – chiedendomi aiuto; ho chiesto soldi in prestito a parenti e ho venduto parte della mia proprietà e alcune mucche».
UNA ROTTA MORTALE
Come spiega il recente Rapporto African Migration Trends 2026: Managing Drivers, Security, and Opportunity, redatto dal think tank Africa Center for Strategic Studies (Acss), la rotta verso il Golfo, è una delle più battute nel continente africano, in particolare dai migranti che partono dai Paesi dell’Africa dell’Est e del Corno. Solo nel 2025 si è registrato un clamoroso aumento dei flussi che ha superato l’80%. Secondo lo studio di Acss, ogni anno partono oltre 100mila giovani, 110mila lo scorso anno. Ma le cifre sono arrotondate per difetto: le partenze sono tutte gestite dai trafficanti e non seguono, a causa di restrizioni, i canali legali perciò è difficile tenere un conto esatto. Molti, inoltre, spariscono o muoiono. La rotta verso i Paesi del Golfo, secondo quanto riferisce il report, è in netta crescita nonostante abbia subìto crescenti restrizioni poiché la guardia costiera di Gibuti ha chiuso i punti di imbarco noti sullo Stretto di Bab al Mandab e le autorità gibutine hanno annunciato un programma di espulsione per gli stranieri “presenti illegalmente”. Ciò è stato accompagnato da un’accelerazione delle espulsioni anche dall’Arabia Saudita (per un totale stimato di 95.076 migranti africani nel 2025).
Il fotoreporter Marco Simoncelli, basato ad Addis Abeba, è uno dei pochi giornalisti ad aver documentato il fenomeno della Eastern Route. I suoi reportage, svolti nelle zone di partenza e in alcuni dei Paesi di passaggio, come Somaliland o Gibuti, sono tra le poche testimonianze di quanto avviene su quella rotta. Su The New Humanitarian, scrive che molti ragazzi che decidono di emigrare «utilizzano la cosiddetta rotta orientale, cercando di attraversare il Mar Rosso o il Golfo di Aden per raggiungere lo Yemen, con l’obiettivo finale di arrivare in Arabia Saudita. Sebbene tradizionalmente fossero soprattutto i giovani uomini a intraprendere questo viaggio, nel 2024 si è registrato un forte aumento delle donne e delle ragazze che hanno tentato questo percorso, arrivando a rappresentare quasi un terzo di tutti i migranti che hanno utilizzato questa rotta». Il viaggio, come detto, presenta molti pericoli e termina frequentemente con la morte. Nel 2024 sono stati registrati circa 560 decessi, causati principalmente da annegamenti, nel 2025 almeno 730 migranti sono affogati nel tentativo di raggiungere lo Yemen. In alcuni casi i trafficanti hanno letteralmente gettato persone in mare per alleggerire il peso delle imbarcazioni o come ritorsione perché non pagavano. Abusi, violenze e sparizioni, tuttavia, avvengono anche nei Paesi di transito o di approdo, inclusa l’Arabia Saudita.
LA POLVERIERA ETIOPE
La maggior parte dei migranti che percorrono la Eastern Route proviene dall’Etiopia. Il grande Paese del Corno d’Africa, assurto a modello di democrazia, affidabilità politica e crescita economica sul finire degli anni Dieci, è precipitato in una condizione di seria instabilità a partire dal 2020. La feroce guerra che si è combattuta in Tigray tra il novembre del 2020 e il novembre 2022 – e che rischia di esplodere nuovamente – ha causato 600mila morti, milioni di sfollati interni ed esterni, ha messo l’economia in ginocchio e lasciato enormi ferite aperte in tutto il territorio, non solo in Tigray. Ripercussioni a cascata si sono registrate in varie altre regioni in cui malumori covavano da tempo e hanno dato vita a focolai di violenza o a veri e propri scontri armati. In Amhara la situazione è incandescente. Le milizie locali hanno combattuto a fianco dell’esercito federale in Tigray nel biennio 2020-2022 immaginando che il loro apporto decisivo per la vittoria di Addis Abeba, portasse loro vantaggi e maggiore considerazione politica. Nessuno dei loro rappresentanti, però, è stato invitato a Pretoria nel novembre del 2022 al momento dell’accordo che segnava la fine della guerra e il nuovo ordine di Tigray ed Etiopia. L’irritazione unita alla richiesta storica di maggiore autonomia hanno portato le auto-costituitesi milizie Fano a inscenare ripetuti scontri contro l’esercito federale, mentre truppe Amhara continuano a presidiare intere fette di Tigray da cui non hanno mai smobilitato non avendo mai riconosciuto l’accordo di Pretoria. Anche in Afar le tensioni sono alte. Qui le forze locali sono in lotta contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (Tplf) ma accusano Addis Abeba di acquiescenza nei confronti dei tigrini. In Oromia l’Oromo Liberation Army (Ola), il braccio armato in lotta con il governo federale per ottenere maggiore autonomia e peso politico per la propria regione, conduce campagne di terrore che includono rapimenti, sparizioni e, come denuncia Amnesty International in un recente dossier, stupri di massa e riduzione in schiavitù sessuale ai danni di donne e ragazze. Ci sono poi tensioni minori come in Lower Omo dove dal 2023 avvengono scontri tra i Me’en e i Mun, popolazioni agro-pastorali che abitano la bassa valle dell’Omo, nel Sud dell’Etiopia.
Le tensioni costanti, sparse a macchia di leopardo in tutto il Paese, le guerre vere e proprie, la concentrazione del primo ministro Abiy sulla difesa, oltre alle ricorrenti siccità che colpiscono tante aree, stanno causando molti problemi all’Etiopia. L’economia stagna, le terre coltivabili si riducono, i costi aumentano e, se si esce dalla sfavillante Addis Abeba, protagonista di cambiamenti strutturali epocali negli ultimi cinque anni, si nota povertà e si registrano difficoltà di molti segmenti della popolazione. Ciò porta sempre più giovani a scegliere la via della migrazione e a guardare al Golfo come il nuovo “Eldorado”.
Molti ragazzi come Abdelfatah sentono di non avere scelta. La mancanza di terra e la disoccupazione sono fenomeni in crescita mentre il costo della vita, anche per l’aumento delle spese militari, sta raggiungendo livelli preoccupanti. «Mio figlio Musa non ha voluto sentire ragioni – spiega Gorsa, una delle mamme incontrate nell’Arsi Zone per il progetto Mums – Noi non volevamo che se ne andasse: avevamo problemi ma la possibilità di non rivederlo più era inaccettabile. Per un anno non abbiamo avuto più notizie (era stato arrestato in Yemen e gli era stato sequestrato il cellulare ndr) e ho passato momenti terribili. Poi è riuscito a raggiungere l’Arabia Saudita e finalmente ci ha chiamato. Ora sta bene e ha un lavoro, ma le preoccupazioni non sono finite». Le angosce di Gorsa, anche ora che il figlio sembra aver trovato una sua sistemazione, sono più che giustificate.
GUERRA AI MIGRANTI
L’Arabia Saudita è al centro di numerose inchieste per trattamenti degradanti riservati ai migranti, sia regolari che irregolari. Nel 2023, un rapporto di Human Rights Watch ha documentato addirittura il ripetersi di “omicidi di massa” di migranti etiopi ad opera della polizia di confine saudita. Secondo la nota Ong, le forze di polizia avrebbero ucciso centinaia di migranti in maggioranza etiopi che tentavano di attraversare il confine dallo Yemen, utilizzando esplosivi e armi automatiche. Anche Amnesty International denuncia violenze, abusi e forme di sfruttamento che sfociano in vere e proprie riduzioni in schiavitù. A seguito di un accordo del 2022, inoltre, l’Arabia Saudita ha rimpatriato oltre 100mila etiopi. Solo tra lo scorso settembre e febbraio 2026, sono stati rimpatriati oltre 45mila migranti etiopi. Chi viene posto in stato di detenzione inoltre deve affrontare condizioni di sovraffollamento estremo, fame e mancanza di assistenza medica.
Tra il 2024 e oggi, stando alle statistiche più aggiornate, oltre 350mila persone hanno tentato la Eastern Route e quasi un migliaio ha perso la vita nel corso del viaggio. Chi si salva, affronta violenze, abusi, sfruttamenti, sia durante il percorso che una volta a destinazione. È uno dei tanti fronti in cui il mondo combatte la sua guerra contro i migranti.
Foto: Tigray © Rod Waddington, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons
Luca Attanasio
Giornalista e scrittore
