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Etiopia. Tensioni crescenti nel Tigray e instabilità in tutto il Paese

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

Il Tigray torna al centro della crisi etiope, con scontri tra forze federali e milizie locali e il rischio di un nuovo conflitto con l’Eritrea. Le tensioni interne e regionali, unite a fragilità socio-economiche, rendono il Paese sempre più instabile.

Il Tigray, la regione più a Nord dell’Etiopia, teatro di un conflitto spaventoso quanto ignorato dalla comunità internazionale, che tra il 2020 e il 2022 ha causato circa 600mila morti e provocato esodi biblici di civili vittime di terribili violenze, fa nuovamente parlare di sé. Le divisioni tutte interne alla leadership politica locale, in gran parte rappresentata dal Tigray People’s Liberation Front (Tplf), una situazione socio-economica allo stremo, con centinaia di migliaia di profughi interni ancora lontani dalle proprie abitazioni, intere fette di territorio occupate dalle truppe eritree e le milizie Amhara, avevano portato le tensioni a un livello di guardia molto preoccupante negli ultimi mesi. Ma dall’inizio dell’anno, i vari attori in campo hanno impresso una svolta drammatica alla situazione, passando dalle tensioni allo scontro vero e proprio.

DI NUOVO NEMICI

Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, dopo prime schermaglie, si sono succeduti una serie di confronti bellici nell’area di Tselemti, nel Sud-Ovest del Tigray e a Wajirat, nel Sud-Est, tra le forze armate etiopi dell’Ethiopian National Defence Forces (Endf) e le Tigray Security Forces (Tsf), una milizia costituitasi durante il conflitto 2020-2022, composta da disertori tigrini dell’esercito etiope e da ex miliziani del Tplf contrari a ogni accordo di pace con Addis Abeba. In risposta, il premier etiope Abiy Ahmed Ali ha immediatamente inviato diverse divisioni dell’esercito verso il confine con il Tigray e iniziato una campagna propagandistica che alimenta la sensazione di un imminente conflitto non solo contro le forze tigrine ma, questa volta, anche con l’Eritrea. Asmara, infatti, in occasione della guerra precedente, si era schierata a fianco di Addis Abeba. In nome della ritrovata amicizia, suggellata nel 2018 da un trattato di pace e dall’assegnazione al premier etiope del premio Nobel nell’anno successivo, le truppe eritree avevano combattuto il comune nemico tigrino e contribuito notevolmente alla vittoria finale del governo federale. Secondo i vari report pubblicati durante e dopo il conflitto, spetterebbe a loro il terribile primato della crudeltà nelle azioni condotte in Tigray, in una spietata lotta in cui tutti gli attori si sono distinti per atroci crimini contro l’umanità. Quando, però, si è trattato di sedersi attorno al tavolo negoziale di Pretoria, Sudafrica, nel novembre 2022, per siglare l’accordo che avrebbe dovuto mettere fine al conflitto, gli eritrei [così come gli Amhara, anche loro alleati di Addis Abeba nella guerra], non sono stati invitati e, come era facile prevedere, non l’hanno presa bene. Truppe eritree e Amhara – queste ultime accusate di pulizia etnica contro i tigrini nel Tigray occidentale (2020-2022) e, dall’aprile 2023, in aperto conflitto con il governo federale – non hanno mai lasciato il Tigray e continuano a presidiare alcune zone come se fossero loro territorio. Ad oggi, quindi, Etiopia ed Eritrea, tornano a essere quegli acerrimi nemici che sono stati per oltre un ventennio e le alleanze sul campo risultano completamente ribaltate rispetto a quelle precedenti: Asmara ora sta dalla parte del Tigray e ha iniziato ad ammassare truppe al confine facendo intendere di essere pronta al conflitto.

LO SBOCCO SUL MARE

Abiy Ahmed Ali ha raccolto la sfida e, fedele a una condotta che fin qui lo ha contraddistinto, ha scelto di gettare benzina su un falò che in breve tempo rischia di trasformarsi in un incendio di vaste proporzioni. Il 22 febbraio, partecipando a una parata delle Forze speciali etiopi svoltasi nella città di Awasa, nel Sud, ha rispolverato il vecchio e mai risolto tema dello sbocco al mare e fatto intendere di non voler aspettare oltre per ottenere l’ambito accesso al Mar Rosso. Nel corso della manifestazione bellica dai toni marcatamente anti-eritrei, sono stati esposti striscioni che proclamavano che l’Etiopia avrebbe ottenuto lo sbocco sul mare, «che vi piaccia o no». Nella stessa occasione il premier ha annunciato che l’addestramento militare dell’Etiopia ora include operazioni marittime e ha menzionato più volte il porto di Massaua, principale scalo marittimo eritreo. A dargli manforte ha pensato il presidente del Paese, Taye Atske Selassie che, lo scorso 2 marzo, durante le celebrazioni per commemorare la vittoria dell’Etiopia sulle truppe italiane nella Battaglia di Adua del 1896, ha dichiarato: «La rinascita dell’Etiopia sarà raggiunta quando la geografia non limiterà più il destino dei suoi 120 milioni di abitanti e questi ultimi saranno liberi dal divieto di accesso al mare». Secondo il sito egiziano The National, l’Egitto si sarebbe offerto di discutere un possibile accesso commerciale al Mar Rosso attraverso i propri porti in cambio di un ammorbidimento di Addis Abeba nei negoziati sull’annoso contenzioso relativo al progetto della Grande diga del rinascimento etiope (Gerd) che vede su fronti opposti Etiopia, Egitto e Sudan relativamente all’utilizzo delle acque del Nilo. Ma al momento non risulta che qualcuno della leadership etiope abbia preso in esame la proposta.

UNA PACE NEGATIVA

I venti di guerra, quindi, spirano da Addis Abeba verso Asmara e viceversa e coinvolgono principalmente le Forze armate etiopi ed eritree che stanno per arrivare a un possibile nuovo scontro sulla base di questioni geopolitiche – in primo luogo il tema dell’accesso al mare – ma anche per i mefitici strascichi lasciati dalla guerra in Tigray di qualche anno fa. L’Accordo di Pretoria – firmato il 2 novembre 2022, a due anni esatti dall’inizio del conflitto grazie alla mediazione dell’Unione Africana – aveva come finalità la cessazione delle ostilità, il disarmo delle forze tigrine, il pieno accesso degli aiuti umanitari, il ritiro delle truppe eritree ed Amhara dal Tigray e un impegno per la pace. Ma ha scontentato tutti, a cominciare dai tigrini che, a quasi tre anni e mezzo dalla sigla, versano in condizioni disastrose. Un recente report del think tank Pan African Agenda Institute descrive la situazione come una “pace negativa” perché nessuna delle parti sembra soddisfatta dell’Intesa. Ma tra i due nuovi litiganti, sarebbe sempre il Tigray a pagare il prezzo più alto perché il conflitto si consumerebbe ancora in quella regione e coinvolgerebbe forze tigrine. Il Tplf, come accennato, è dilaniato da mesi di conflitto interno tra l’ala che propenderebbe per una sorta di realpolitik e preferirebbe restare fedele all’accordo per non precipitare nel buco nero della guerra, e i duri e puri che invece spingono per imbracciare ancora le armi e puntare a una definitiva indipendenza del Tigray da Addis Abeba. 

ELEZIONI E CENSURA

Il Paese, intanto, si prepara alle elezioni di inizio giugno, in un clima di grande nervosismo. I media nazionali e internazionali sono stati i primi a pagarne le conseguenze. Da metà febbraio si sono succedute purghe e limitazioni alla mobilità: prima è stato negato il rinnovo dell’accredito a tre giornalisti della Reuters che a gennaio aveva pubblicato un reportage dal confine col Sudan in cui si dimostrava come l’Etiopia concedesse luoghi e formatori nel proprio territorio a effettivi delle Rsf, le milizie che combattono contro l’esercito regolare sudanese; poi è stata chiusa la storica rivista indipendente Addis Standard accusata di propaganda anti-nazionale e infine è stato bloccato il passaggio di giornalisti che si stavano spostando verso Nord per coprire il possibile imminente conflitto in Tigray. Nel frattempo, proprio a causa delle tensioni con l’Eritrea, automobilisti e autotrasportatori etiopi rischiano lo “stop” prolungato a causa di una grave scarsità di carburante frutto delle tensioni con l’Eritrea, che fa passare col contagocce la benzina in arrivo dal Gibuti. La guerra scoppiata in Iran, inoltre, e l’instabilità in tutta l’area del Golfo, non fanno che acuire la crisi energetica e moltiplicare le file chilometriche alle stazioni di servizio.

OLTRE IL TIGRAY

Ma i focolai di tensione non si esauriscono con il Tigray. Nell’Amhara, la regione che va da Addis Abeba al Tigray, da oltre tre anni si assiste a un conflitto tra le milizie Fano – composte da migliaia di soldati delle truppe paramilitari che si sono rifiutati di accettare il disarmo richiesto da Addis Abeba nel 2023 – e l’esercito federale. La leadership regionale ha aperto con Addis Abeba vari contenziosi. Chiede molta più autonomia ed esige che il proprio peso politico ed economico sia maggiormente riconosciuto. C’è poi la questione del Tigray occidentale attualmente sotto il controllo pressoché totale delle milizie Amhara che aggiunge ulteriori terreni di scontro.

In Oromia, invece, la regione più grande e più ricca dell’Etiopia, si percepisce molto malcontento. Basta uscire dalla sfavillante Addis Abeba, capitale dello Stato e capoluogo regionale, per comprendere le grosse difficoltà che la popolazione locale vive. Nelle aree rurali si assiste a un impoverimento progressivo e un’economia di mera sussistenza. Quando nel 2018 è salito al potere Abiy, inoltre, primo capo del governo di etnia oromo della storia, nella regione tutti si aspettavano una maggiore attenzione da parte della leadership politica federale fino a quel momento non particolarmente significativa e, anche in questo caso, maggiore peso politico. L’insoddisfazione per non aver ottenuto molto fino a questo punto ha portato l’Esercito di liberazione oromo (Ola), a condurre vere e proprie azioni di guerra. Le ultime, sul finire di febbraio, hanno comportato scontri nella zona di North Shewa e rapimenti e sparizioni di membri del governo regionale. Anche in Afar, la regione che confina a Nord-Est con Eritrea e Gibuti e a Nord-Ovest con il Tigray, la situazione è incandescente. Qui la tensione al calor bianco è principalmente tra forze locali e il Tplf. A novembre del 2025 il governo regionale dell’Afar ha accusato le forze del Tplf di aver varcato il confine, preso possesso di villaggi nel distretto di Megale e attaccato comunità di pastori e allevatori in violazione dell’Accordo di Pretoria. Le autorità regionali inoltre, accusano Addis Abeba di non dare alcuna importanza a questo stato di conflitto latente e di continuare in un atteggiamento di inazione che favorisce il riacutizzarsi degli scontri.

Sebbene questi tre focolai rappresentino grosse spine nel fianco di Addis Abeba e possano contribuire a una progressiva destabilizzazione del Paese, è ovvio che il fronte più preoccupante resti il Tigray e il possibile conflitto con l’Eritrea. Ad osservare gli ultimi sviluppi, sembra improbabile un riassestamento pacifico o perlomeno non-bellico: tutte le forze in campo sono andate troppo avanti sia sul piano militare che delle dichiarazioni ed è difficile che tornino indietro. Specie in questa fase, poi, in cui la scena internazionale è caratterizzata da un nuovo fronte nell’area del Golfo e nessuno sembra avere la forza e la volontà di occuparsi di quanto avviene in Corno d’Africa. Ma Paesi del Golfo, Penisola arabica e Iran, sono a un passo dall’Etiopia e un ennesimo conflitto destabilizzerebbe ulteriormente una vasta area che va dal Corno all’Asia minore. Senza dimenticare, inoltre, che due potenti Stati del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sono già più che coinvolti in Africa orientale: gli Emirati hanno stretti legami con il governo di Abiy, mentre il presidente eritreo Isaias Afewerki è interlocutore privilegiato per l’Arabia Saudita che ha visitato a dicembre.

In questo complicatissimo contesto va sottolineato quanto il nostro Paese piuttosto che provare a giocare un ruolo utile alla distensione in un’area in cui ostenta ottimi rapporti, abbia optato per concentrarsi su questioni poco rilevanti. Proprio nei giorni in cui montava la sensazione di una imminente ripresa di un conflitto al Nord, infatti, la premier Meloni visitava Addis Abeba per partecipare alla seconda edizione del Vertice Italia-Africa. Come riportano giornalisti che hanno seguito l’evento, la presidente del governo ha insistito su un Piano Mattei i cui contorni a molti Paesi africani non appaiono ancora ben definiti. Sebbene si sia dichiarata più volte la volontà di giocare un ruolo decisivo in Etiopia, inoltre, appare quanto meno stridente che, come nel caso della guerra in Tigray 2020-22, non risultino sforzi per provare a favorire un allentamento delle tantissime tensioni ed evitare nuovi conflitti.

Foto: Tigray © Rod Waddington, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

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Luca Attanasio

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