di Michele Lipori. Redazione Confronti.
Il 24 marzo 1976 il golpe in Argentina inaugura quello che viene definito Processo di riorganizzazione nazionale, cioè una dittatura civile-militare che governò il Paese fino al 10 dicembre 1983. Attraverso la forma di uno Stato burocratico-autoritario si conforma un dispositivo repressivo sistematico contraddistinto da sequestri, detenzioni clandestine, torture e sparizioni forzate.
Le vittime
Le stime più attendibili indicano circa 30mila desaparecidos, una stima che è il risultato di un processo progressivo di ricostruzione. La Commissione nazionale sulla sparizione di persone (Conadep), istituita nel 1983, raccolse in pochi mesi 7.380 denunce di sparizioni forzate, salite a 8.961 con la prosecuzione delle segnalazioni dopo la pubblicazione del rapporto Nunca Más – nome mutuato dall’espressione usata per i sopravvissuti alla rivolta del ghetto di Varsavia dopo le atrocità dei nazisti nella Seconda guerra mondiale –, commissionato dal presidente Raúl Alfonsín. Negli anni successivi, la Segreteria per i Diritti umani argentina ha continuato a registrare nuovi casi, arrivando a circa 13mila nel 2003.
Queste cifre, tuttavia, riflettono solo i casi documentati e denunciati, in un contesto segnato da paura, silenzi e distruzione di prove. Per questo, organizzazioni per i diritti umani, sindacati e gran parte delle forze politiche hanno adottato la stima di 30mila come ordine di grandezza complessivo, coerente anche con altre evidenze: documenti declassificati statunitensi indicano che già tra il 1975 e il 1978 la giunta stimava circa 22mila uccisi o scomparsi; nel 2009, l’Archivo Nacional de la Memoria (Anm) ha registrato 7.140 vittime di sparizione forzata, 1.336 persone uccise e 2.793 rilasciate o sopravvissute; mentre lo stesso ex dittatore Jorge Rafael Videla in un’intervista al settimanale spagnolo Cambio 16 del 2012 ha dichiarato che «per vincere la guerra contro la sovversione dovevano morire sette-ottomila persone».
La scala della repressione
Le stime consolidate da organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch restituiscono una geografia precisa della repressione nel Cono Sud: circa 30mila desaparecidos in Argentina tra il 1976 e il 1983, contro i 3.200 del Cile e i circa 200 dell’Uruguay negli stessi anni. Ma è soprattutto il dato proporzionale a rendere evidente la differenza: in Argentina scompare una persona ogni 833 abitanti, un’incidenza circa 17 volte superiore a quella cilena e addirittura 75 volte rispetto all’Uruguay.
Questo scarto non è solo quantitativo, ma riflette un uso più sistematico e capillare della violenza di Stato. I tre Paesi condividono infatti lo stesso contesto, quello dell’Operazione Condor, la rete repressiva che coordinava sequestri e sparizioni oltre i confini nazionali. Eppure è l’Argentina a rappresentarne il fulcro: oltre 340 centri clandestini di detenzione disseminati sul territorio.
Confronto regionale:
– Argentina: 30mila desaparecidos (popolazione di 25 milioni di persone) → 1 ogni 833 abitanti
– Cile: 3.200 (1 ogni 3.125)
– Uruguay: 200 (1 ogni 14mila).
Negazionismo e dibattito
Il negazionismo del terrorismo di Stato durante la dittatura argentina (1976-1983), consiste nel respingere o ridimensionare la natura sistematica delle violazioni dei diritti umani – a partire dalle sparizioni forzate – presentandole come effetti collaterali della guerra o come espressione di una violenza “simmetrica” tra due parti.
Nel tempo, questo negazionismo ha assunto forme diverse. In alcuni casi si traduce nella negazione dei fatti. Negli anni Ottanta, il rapporto finale della giunta (Documento Final de la Junta Militar sobre la guerra contra la subversión y el terrorismo) attribuiva le scomparse all’uso di nomi di battaglia da parte dei militanti e al conseguente passaggio alla clandestinità, ma dopo i processi emersero ammissioni sui tentativi di insabbiamento. In altri, prevale la giustificazione, che rilegge la repressione come difesa della “civiltà occidentale e cristiana” da parte di gruppi armati “sovversivi”, secondo una narrazione già esplicitata dal regime guidato da Jorge Rafael Videla. Un’altra modalità è quella dell’equivalenza – la cosiddetta “teoria dei due demoni” – che mette sullo stesso piano la violenza dello Stato e quella delle organizzazioni armate, ignorando l’asimmetria di potere tra le parti. A ciò si aggiunge la contestazione dei numeri. Negli anni Novanta, con gli indulti concessi dal governo Carlos Menem, emersero letture apertamente revisioniste. Nel decennio successivo, dichiarazioni pubbliche e dibattiti politici hanno rimesso in discussione il numero delle vittime.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati segnali e interventi che indicano una “ridefinizione” (e quindi un “ridimensionamento”) delle politiche della memoria sotto la presidenza di Javier Milei e del suo entourage. Già durante la campagna elettorale del 2023, lo stesso Milei aveva adottato una lettura fortemente controversa, arrivando a definire le vittime del terrorismo di Stato “terroristi”, mentre la vicepresidente Victoria Villarruel – figura centrale di questo orientamento – ha più volte contestato l’impianto della memoria pubblica, parlando del Museo della Escuela de Mecánica de la Armada (Esma) come di un luogo in cui si racconta «solo metà della storia».
Da quando è in carica, dal dicembre 2023, il governo di Javier Milei ha continuato ad assumere posizioni critiche verso le politiche di memoria sui desaparecidos, pur senza negare formalmente i crimini della dittatura. Milei ha dichiarato, infatti, che «i soldati condannati per crimini contro l’umanità rimarranno in prigione» e ha escluso amnistie generalizzate, ma ha criticato «l’uso politico della memoria per fini ideologici». La vicepresidente Victoria Villarruel, nota per posizioni revisioniste, ha promosso il 24 marzo (anniversario del golpe) come Giorno del ricordo delle vittime del terrorismo, equiparando di fatto i morti a causa delle guerriglie e della repressione statale.
Nell’agosto 2024 è stata chiusa l’Unidad Especial de Investigación de la Desaparición de Niños, con il trasferimento dei casi alle procure ordinarie; parallelamente si è registrata una riduzione dei fondi alla Secretaría de Derechos Humanos e un ridimensionamento delle politiche sui luoghi della memoria. Nel marzo 2025, le tradizionali manifestazioni di Plaza de Mayo sono state oggetto di restrizioni e tensioni con le associazioni delle Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, accusate da ambienti governativi di una gestione “esclusiva” della memoria.
Il passaggio più significativo si è avuto il 14 novembre 2025, quando lo Stato argentino, per la prima volta, ha sollevato dubbi sul numero dei desaparecidos davanti al Comitato Onu contro la tortura. In quell’occasione, il sottosegretario Alberto Baños ha parlato di un “racconto imposto”, mettendo in discussione l’origine della cifra simbolo delle 30mila vittime.
Questa linea ha suscitato critiche internazionali: Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato di un possibile “negazionismo istituzionale”, esprimendo timori per un rallentamento nei processi e nelle identificazioni, ferme a 140 casi risolti nel 2025. Il governo respinge queste accuse, sostenendo la necessità di una lettura “non ideologica” e di una giustizia che, nelle parole di Milei, non sia “militante”.
Foto: Memoriale ai desaparecidos nella città di Colón (Entre Ríos, Argentina) © Dubstar, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Michele Lipori
Redazione Confronti
