di Yonatan Zeigen. Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.
Le elezioni israeliane del 2026 si profilano come un vero banco di prova per il futuro del Paese. Secondo un’analisi di Chatham House, non si tratterà solo di scegliere un governo, ma di decidere il destino del contratto sociale tra Stato e cittadini. Cresce infatti la frustrazione dell’opinione pubblica (soprattutto tra i riservisti) nei confronti delle esenzioni dal servizio militare che riguardano circa 80mila giovani ultra-ortodossi, mentre il futuro di Gaza resta incastrato in un quadro “tecnocratico” – secondo la dicitura della Fase II del cosiddetto Trump Plan – che sembra offrire poche prospettive di reale sviluppo per i palestinesi.
Esistono diversi modi per analizzare e definire il concetto, sia teorico sia concreto, di Stato moderno. Per questa analisi voglio concentrarmi su due prospettive: ci sono Stati che si sono formati quasi “organicamente”, nel corso di decenni o secoli, sviluppando un collettivo culturale, linguistico e politico relativamente coeso.
All’opposto, ci sono Stati composti da popolazioni che si sono trovate a essere governate secondo confini tracciati su una mappa da potenze coloniali in dissoluzione. Ma se nel secondo caso, il percorso di costruzione dello Stato e dell’identità collettiva inizia solo dopo l’imposizione della struttura politica moderna; nel primo è già stato completato o si trova in una fase avanzata nel momento in cui viene introdotto un nuovo modello di governo.
Una differenza chiave tra i due modelli è che, mentre gli “Stati organici” possono concentrare risorse nel perfezionamento delle istituzioni e della burocrazia a vantaggio di una popolazione che, pur divisa o diversa, viene considerata “cittadinanza naturale”, negli “Stati artificiali” le risorse devono essere divise tra la costruzione dell’apparato statale e il consolidamento della coesione sociale. Israele, in questo senso, è un caso elusivo: gli israeliani si identificano, agiscono e rivendicano il riconoscimento come se fossero in uno Stato “naturale”, quando in realtà quello in cui si trovano è più simile a un modello “artificiale”.
I confini flessibili del moderno Israele sono stati tracciati da francesi e britannici, poi dalle Nazioni unite e infine consolidati con la forza militare. Ciò che oggi viene considerato Israele in senso stretto fu istituito da una classe dirigente minoritaria di ebrei europei, che per alcuni decenni tentò di formare con la forza un popolo israeliano basando l’appartenenza allo Stato non solo su base religiosa o etnica, ma sullo status di cittadinanza. Il tentativo fallì, in parte perché si fondava sull’esclusione e sul rifiuto della condivisione del potere.
Nel 2026, Israele appare più frammentato che mai, costituito da minoranze in conflitto: palestinesi (a loro volta divisi tra beduini, cristiani e musulmani), ultra-ortodossi, nazionalisti ortodossi, drusi e, si potrebbe dire, ebrei europei contro ebrei orientali. A questo si aggiunge la condizione di milioni di palestinesi privi di cittadinanza. Ciò che rende Israele uno Stato problematico è che alcune minoranze hanno disaccordi profondi su cosa lo Stato sia o debba essere.
I nazionalisti ritengono che lo Stato non sia ancora pienamente formato e che lo sarà solo quando gli ebrei occuperanno l’intera “Terra promessa”, trasformandolo in teocrazia e negando diritti collettivi o individuali a chi non si conforma. I palestinesi cittadini di Israele si considerano parte del più ampio popolo palestinese e chiedono una ristrutturazione degli assetti politici tra il fiume e il mare. Gli ultraortodossi non desiderano uno Stato moderno, ma un collettivo privilegiato rivolto all’interno, con autonomia di governo e accesso alle risorse necessarie.
Gli ebrei europei e orientali di matrice secolare-liberale restano bloccati su vecchi risentimenti. In questo contesto, nessuno è disposto o obbligato a fare politica “dietro il velo dell’ignoranza”: è un gioco a somma zero, dove chi non riesce a modellare lo Stato secondo la propria visione teme la dissoluzione culturale o fisica. Situazioni come questa possono teoricamente durare a lungo, ma restano fragili.
Gli eventi del 7 ottobre, la violenza immersiva che ne è seguita e la mancanza di interesse della leadership per una percezione condivisa della realtà segnano un momento storico. Nel 2026, gli elettori israeliani non andranno alle urne solo per scegliere un candidato che migliori le condizioni di vita, ma per decidere in quale tipo di Stato vogliono abitare e se potranno viverci in sicurezza. La posta in gioco è altissima: una scelta sbagliata potrebbe avere conseguenze profonde per tutti.
Ph. Element5 Digital, via Unsplash
Yonatan Zeigen
Attivista per la pace israeliano, Parents Circle – Families Forum.
