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La pesantezza e la grazia. Considerazioni sull’ultimo film di Paolo Sorrentino

di Salvatore Piromalli

di Salvatore Piromalli. Filosofo e libero ricercatore, già operatore sociale.

L’ultimo film di Paolo Sorrentino, attraverso un riferimento a vicende e dinamiche politiche vicine ai nostri giorni, spazia su territori “filosofici” che hanno a che fare con la dimensione “pesante” dell’esistenza umana, con le sue contraddizioni e i suoi dilemmi, con le sue aspirazioni alla verità e alla giustizia, sempre sospese nel mare mosso dell’incertezza e del dubbio. E proprio in questa condizione di inquietudine e di finitudine irrompe – senza preavviso – l’infinito della grazia: una grazia tutta terrestre, umana, un moto di levità dal basso che solleva, sovverte, squaderna, rimette in moto l’esistenza e i suoi sedati desideri.

L’unico luogo del Quirinale che consente di stare sollevati e di respirare sovranamente è il terrazzo aperto sui tetti di Roma, dove il solitario presidente consuma il suo rito di fine giornata, accompagnato dal suo corazziere di fiducia, aspirando a pieni polmoni il fumo di una sigaretta proibita e rimirando assorto, in lontananza, una città distesa orizzontalmente nella sua notturna pacatezza. 

Il personaggio centrale del film di Paolo Sorrentino (La grazia, 2026), interpretato da Toni Servillo, è Mariano De Santis: un capo di Stato immaginario, giunto quasi a fine mandato, uomo integerrimo di fede cattolica, riflessivo e scrupoloso, valente studioso di diritto penale che si aggira sperduto negli eleganti saloni deserti e in penombra del Quirinale, dove ogni cosa è meticolosamente al suo posto e dove un silenzio greve e solenne regna sovrano. 

L’unico a essere fuori luogo è proprio il presidente, inquilino estraneo a se stesso e al mandato istituzionale che ricopre, amleticamente immobilizzato al centro di drammatici dilemmi etici e giuridici tra vita e morte, grazia e colpevolezza, incapace di assumere decisioni sulle questioni urgenti che la figlia Dorotea (l’attrice Anna Ferzetti), sua segretaria particolare, gli sottopone: la promulgazione della delicata e controversa legge sull’eutanasia e la concessione di un atto di clemenza (la grazia) a due condannati, un uomo e una donna colpevoli di aver ucciso i loro rispettivi partner. Decisioni umanamente difficili, sempre sospese tra due ragioni contrarie equidistanti dalla verità e dalla giustizia assolute.

Tra risoluzione e inquietudine

Il presidente è soprannominato Cemento armato per la sua inflessibilità, dirittura morale e coerenza salda con i princìpi etici e giuridici “cementati” nella sua formazione umana e politica: un background pesante, una forza di gravità che inchioda il soggetto alle responsabilità delle proprie scelte e della propria condotta istituzionale, smarrito in un labirinto apparentemente senza uscita. 

Tuttavia, la saldezza evocata dal soprannome contraddice clamorosamente la complessità umana e psicologica del personaggio, lacerato da conflitti etici da cui vorrebbe evadere e da un’irrisolta tensione – quasi un doloroso dissidio interiore – tra la perduta vitalità giovanile e un presente intriso di malinconia e solitudine. Lacerato da un’ambivalenza emotiva tra l’idealizzazione di Aurora (la donna della sua vita ormai da anni defunta) e un risentimento mai sopito per il sospetto paranoico di essere stato da lei tradito con una persona che, fino alla fine del film, rimane ambiguamente senza identità certa. 

Cemento armato è dunque, alla fine, solo la maschera umana e istituzionale di una condizione esistenziale appesantita dal rumore di fondo dell’insoddisfazione e dell’inquietudine, trattenuta nelle paludi nebbiose della propria indole malinconica e nostalgica, di un passato che non passa e di un presente più subìto che vissuto. Un presente attraversato dal caos della vita umana, riluttante a stare nella cornice di un quadretto armonico in cui ogni cosa si tiene e tutto è al posto giusto, nella perfetta simmetria delle forme e della disposizione.

La simmetria come garanzia di senso

È forse a questo inconfessato desiderio di ordine e pacificazione del protagonista che si ispirano molte inquadrature del film, in cui gli elementi della realtà (il paesaggio, gli interni delle stanze) sono disposti in modo equilibrato e bilanciato: una ricerca di simmetrie che – quasi come in un film di Wes Anderson – non è un vezzo formale, ma una scelta stilistica che dialoga in modo diretto con il tema centrale del film: la ricerca vana di garanzia e stabilità, di un centro che riesca a tenere insieme forze opposte, di un punto di prospettiva in cui le cose possano apparire armoniche e salve. 

È questa l’aspirazione inconscia del presidente, affinché tutto possa essere controllato e avere senso: una gabbia razionale ed estetica che egli vorrebbe distendere sulla propria vita e realtà, una forma integra in cui non c’è spazio per lo scarto, l’eccesso, la dissonanza, la sregolatezza, la discrepanza tra teoria e prassi, tra ideale e reale, tra verità e azzardo dell’umana decisione. La simmetria vorrebbe catturare la dimensione casuale e anarchica dell’esistenza in una rappresentazione rassicurante, in cui il non senso viene tenuto costantemente fuori campo, e tutto si àncora a un punto archimedeo che tiene le cose in equilibrio, un centro veritativo, una misura e una medietà per smorzare il dissidio naturale che tiene in piedi il mondo. 

«La grazia è la bellezza del dubbio»

E tuttavia, nonostante l’ossessione per l’ordine, il presidente rimane un uomo del dubbio, costretto a cercare appoggi di verità che sfuggono e si disfano continuamente. Una frase sorprendente scandita durante il film è: «La grazia è la bellezza del dubbio». La grazia sopraggiunge non quando siamo serrati nelle nostre certezze, basati e satolli, ma quando non sappiamo più cosa fare, quali scelte operare, quando manteniamo aperta l’interrogazione e il desiderio, la riflessione dubbiosa sulle nostre scelte e decisioni. La grazia non come luce verticale meridiana che riassorbe le ombre delle cose, ma come evento che emerge dalle pieghe del dubbio, dalla contraddizione mantenuta, dalla sospensione delle certezze e dalla postura antidogmatica che ci mantiene sempre alla ricerca.

D’altronde, «non bisogna mai dare troppa importanza alla verità» (un altro refrain del film). L’atteggiamento irresoluto e dubbioso del presidente diventa allora una critica all’idolatria della verità, alle sue pretese e ai suoi dispositivi di potere. Mentre la verità ci ripara dalla responsabilità e ci pone dalla parte della ragione, il dubbio mantiene aperta la ferita tragica della decisione (de-cedere significa tagliare): e in tutto ciò c’è la bellezza, una bellezza che mantiene aperta la soglia da cui, inopinatamente, può giungere la grazia. 

La grazia sfugge alla certezza e alla piena intellegibilità, ha a che fare con il resto, l’eccedenza, l’irriducibile delle cose. Dimensione inspiegabile e prodigiosa della vita, evento che giunge di sorpresa quando non siamo adagiati sulle garanzie del senso e della verità, quando le certezze restano sospese a mezz’aria, quando si apre una fenditura nella corazza dell’ego, una vibrazione che fa respirare e mantiene aperta la possibilità di sentire ancora che i giochi non sono chiusi. La grazia avviene quando siamo esposti all’instabilità, quando qualcosa di noi sporge fuori di noi, quando il centro non tiene più insieme le forze opposte e l’equilibrio simmetrico, che rassicura e stabilizza, si sfalda.

Il soffio della terra e la levità della vita

Man mano che il presidente si approssima alla fine del mandato, la sua iniziale rigidità e la sua proverbiale pesantezza “armata” si frantuma, lasciando il posto – faticosamente, al di là della volontà, e non senza contraddizioni – a un contatto più libero con le possibilità impreviste dell’esistenza, con la musica, con il desiderio di concedersi esperienze nuove, di non controllare più il corso della vita e i suoi esiti. Fino all’ultima scena del film, in cui qualcosa cede definitivamente, la gravità si interrompe e un’energia inattesa “solleva” l’uomo del dubbio dal limbo in cui aveva fino ad allora vissuto, come un astronauta che galleggia nella sua navicella spaziale, e una miracolosa corrente ascensionale scompone il suo corpo irrigidito e goffo, facendolo fluttuare in un movimento improvvisato di danza, in una rinnovata mobilità di forme, in un’incontrollata libertà di movimenti e di pose. 

È l’istante gratuito della “grazia”, il kairós , il tempo fugace e prezioso che non dura per sempre e che non ha nulla a che fare con la volontà, il sapere, il ruolo, la maschera dell’Io. La grazia di Sorrentino esula anche da una dimensione trascendente: giunge prepotentemente dal basso, si apre nel cuore dell’umana condizione, una sottrazione di peso che sovverte le leggi di gravità senza portare nessuna salvezza, emancipando per un momento dall’inesorabilità delle leggi umane e terrestri. La grazia è il soffio della terra che la riscatta dalla sua pesantezza, la risposta parziale, approssimativa, indicativa alla domanda che aleggia in tutto il film: «Cosa dobbiamo fare dei nostri giorni?». 

Forse un interrogativo simile ha inquietato i pensieri ispirati di Simone Weil, raccolti nel libro La pesanteur et la grâce (letteralmente “La pesantezza e la grazia”), tradotto in Italia con il titolo L’ombra e la grazia (Bompiani, 2002). I giorni delle nostre vite devono soccombere alla logica della necessità e dell’inevitabile, devono rimanere contratti dalla pesantezza senza respiro del reale, dall’ipertrofia dell’Io e delle maschere sociali, dalla saturazione del pensiero e dell’azione, o possiamo ancora consentirci un’altra possibilità, aprirci all’evento di una redenzione senza salvezza, di una “de-creazione” intesa come fare spazio all’altro, che per Weil (diversamente da Sorrentino) è l’Altro con la maiuscola? 

In Weil, la grazia coincide con il momento in cui cessiamo di essere autocentrati, è il tempo aperto in cui il nostro essere – rinunciando al possesso e al potere narcisistico – si rimette in gioco. La grazia av-viene quando non ci chiediamo più cosa dobbiamo “fare” per riempire i nostri giorni, ma come dobbiamo “stare” al mondo, come possiamo abitare il tempo senza possederlo, nella disponibilità all’imprevisto e nell’attesa non passiva ma attenta e vigilante, in una disposizione esistenziale che freme di desiderio e soffre la mancanza, in cui i giorni delle nostre vite non sono più “nostri”. Quando ci sarà questa difficile de-propriazione, saremo graziati dalla pesantezza e affidati al soffio incalcolabile dello spirito.

Ph. Ray of Light © Davide Cantelli / CopyLeft

Immagine di Salvatore Piromalli

Salvatore Piromalli

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