Home ReligioniPatto di Bari: Testimoniare insieme, oltre i confessionalismi

Patto di Bari: Testimoniare insieme, oltre i confessionalismi

di Siluan Span

di Siluan Șpan. Vescovo ortodosso, Eparca della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia

La firma del Patto tra Chiese cristiane in Italia, sottoscritto a Bari lo scorso gennaio, segna per la Diocesi Ortodossa Romena d’Italia non solo un approdo, ma soprattutto l’assunzione di una responsabilità condivisa, senza chiusure identitarie o logiche di contrapposizione.

Il semplice fatto che esista un Patto tra i cristiani di un determinato Paese, in questo caso l’Italia, esprime una volontà chiara: lavorare insieme e testimoniare insieme. Non solo sui princìpi cristiani, ma anche su uno stile di vita cristiano incarnato nella realtà concreta in cui viviamo. Per noi ortodossi romeni, che siamo stati in qualche modo “accolti” in Italia, questo è particolarmente significativo. Significa essere invitati a diventare protagonisti di un cammino che non è iniziato con noi. Siamo consapevoli che il dialogo tra i cristiani ha una storia lunga e complessa, e proprio per questo ci sentiamo onorati di potervi partecipare e contribuire. Il Patto nasce inoltre dal dialogo non astratto né puramente istituzionale, ma spirituale e personale. In pochi anni – siamo al terzo anno di questo percorso promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) – si è arrivati a un risultato concreto. È un segno molto positivo.

I PUNTI CHIAVE

Il primo elemento fondamentale è l’affermazione della dignità di ogni persona, creata a immagine di Dio. Viviamo in un tempo in cui le persone rischiano di essere ridotte a numeri, categorie, statistiche. Per la fede cristiana, invece, ogni essere umano è unico e prioritario, perché tale è lo sguardo di Dio sull’umanità. Questo vale anche quando la storia personale o collettiva è segnata da ferite, conflitti, violenze subite. Il criterio non è la “simpatia” o l’appartenenza a un certo gruppo umano, perché l’amore di Dio è omnicomprensivo. Come ricordava san Silvano del Monte Athos, servire l’altro è una gioia perché significa servire coloro che il Signore ama, cioè l’umanità intera.

Se i cristiani non sono promotori di pace, dialogo e riconciliazione, chi dovrebbe esserlo? Ma la pace non è uno slogan: inizia dal cuore, dall’educazione dei bambini, dalla capacità di portare l’altro dentro di sé senza spirito di contrapposizione, neppure difensiva. Senza pace interiore non può esserci pace sociale.

Il fenomeno migratorio ha cambiato profondamente il mondo negli ultimi decenni. Io stesso vivo fuori dalla Romania da oltre trent’anni. Le sfide sono molte, ma a fare la differenza è quando sono vissute nella fede e nella solidarietà. Stare accanto ai migranti, ai poveri e ai bisognosi significa stare accanto a Cristo stesso. L’impegno sociale non è filantropia né auto-rappresentazione: è una risposta evangelica.

Anche la cura del creato va letta in questa prospettiva. Non facciamo ecologia “per moda”, ma perché siamo responsabili davanti a Dio di ciò che ci è stato affidato: in questo senso il creato è una “casa comune” da amministrare con responsabilità, pensando alle generazioni presenti e future.

Il Patto, inoltre, richiama con forza l’impegno contro antisemitismo, islamofobia e ogni forma di discriminazione. Un cristiano non può agire “contro” qualcun altro. Cristo stesso ci mostra questa logica dell’accoglienza del diverso, del marginalizzato: incontra il centurione romano, la cananea, la samaritana. Allarga gli orizzonti e ci libera dai confessionalismi che rischiano di chiuderci in identità rigide.

UN PUNTO DI RIPARTENZA

Il Patto di per sé è sia un punto di approdo che di partenza, ma direi soprattutto un punto di partenza. Il dialogo avviato deve continuare, non solo a livello nazionale, ma anche locale. È fondamentale imparare a conoscerci in modo più profondo e personale, superando stereotipi e superficialità che ancora oggi segnano la percezione reciproca tra le Chiese.

Il dialogo tra persone è decisivo e a volte sono i bambini a dare una lezione importante agli adulti: vivono insieme, studiano insieme, senza chiedersi «da dove vieni?» o «che confessione hai?». Nella nostra esperienza di centri educativi e sociali vediamo ogni giorno come la convivialità sia una delle basi su cui costruire il futuro.

L’ignoranza, alimentata dall’egocentrismo e dall’autoreferenzialità è il vero ostacolo a questo percorso. Viviamo in una società che ci spinge a bastare a noi stessi e a non conoscere l’altro. A questo si aggiungono i cliché, a cui tutti siamo tentati di cedere. Ma Cristo non mette etichette: il suo unico criterio è l’amore.

Ogni persona è unica e vale la pena di essere conosciuta. Quando ci chiudiamo, ci impoveriamo. Se educassimo noi stessi e le giovani generazioni a una compassione non selettiva, il dialogo sarebbe molto più naturale. La sofferenza di una madre che piange un figlio portato via dalla guerra è la stessa ovunque, in ogni cultura e religione.

IL PERCORSO VERSO L’INTESA

Il percorso del Patto ha delle similitudini con quello per le trattative e le negoziazioni che la Diocesi Ortodossa Romena d’Italia sta intrattenendo con la Commissione per le Intese sin dal 2011: nonostante le difficoltà, vedere che c’è un disegno di legge di 27 articoli approvato lo scorso 12 febbraio all’unanimità dalla Camera dei deputati è, per noi, una grande responsabilità e un onore.

L’Intesa, che al momento è in attesa della prima lettura al Senato, oltre al riconoscimento formale, ci offre strumenti concreti per operare nella società: accesso alle strutture educative e sanitarie, presenza nelle scuole, possibilità di attività pastorali e sociali sistematiche. È arrivato il momento di lavorare insieme agli italiani che ci hanno accolti oltre 30 anni fa, impegnandoci per il bene comune e dando un esempio alle nuove generazioni, costruendo basi solide per una società più coesa e serena.

Foto: Chiesa ortodossa © Katherine Hanlon via Unsplash

Immagine di Siluan Șpan

Siluan Șpan

Siluan Șpan. Vescovo ortodosso, Eparca della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia

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