Home ReligioniPatto di Bari: una svolta ecumenica

Patto di Bari: una svolta ecumenica

di Daniele Garrone

di Daniele Garrone. Presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei)

Il Patto tra Chiese cristiane potrebbe rappresentare un approdo e un nuovo inizio del cammino ecumenico in Italia. Al centro, la scelta del dialogo e una presenza pubblica delle Chiese non come fronte identitario, ma come contributo responsabile alla società.

Il Patto va valutato insieme all’evento costituito dal Simposio nazionale tenutosi a Bari dal 23 e 24 gennaio scorsi, nel quadro del quale esso è stato sottoscritto. Il Simposio è stato preceduto da tre “colloqui spirituali” annuali ed è in quel contesto che è emersa coralmente la volontà di avere un incontro nazionale in cui fossero presenti non soltanto esponenti “ufficiali” delle varie Chiese, ma anche delegati indicati da ognuna di esse. 

Il risultato era immediatamente visibile: 120 partecipanti, 22 Chiese rappresentate, il consesso più articolato e plurale che si sia riunito, e a livello nazionale. Nessuno dei Consigli di Chiese cristiane esistenti nel nostro Paese riunisce un numero così elevato di confessioni diverse; al numero di Bari si avvicina soltanto quello di Milano. 

Per la coralità dell’iniziativa e dell’organizzazione, il Simposio è stato di fatto un’assemblea ecumenica nazionale, espressione tangibile delle linee di pensiero e azione espresse nel Patto e concorde nell’impegno a proseguire il cammino ecumenico a partire da quanto realizzato finora. 

Possiamo dire che Patto e Simposio sono al tempo stesso l’approdo raggiunto in tre anni di incontri e l’avvio di una nuova tappa di un cammino in cui ci si impegna a proseguire con fiducia e con molte attese.

ECUMENISMO E COSTITUZIONE

Il testo del Patto colpisce per la sobrietà, per la concisione delle sue formulazioni – unita però alla chiarezza – e per l’uso di un linguaggio non “da sacrestia”. Sono pagine scritte per essere diffuse nelle nostre comunità e ad esse possono parlare direttamente, interpellando ogni credente e non soltanto gli “addetti ai lavori”. 

Il richiamo alla «comune fede nel Signore Gesù Cristo crocifisso e risorto» (preambolo) e il riconoscimento che «la nostra unità ha la sua sorgente in Cristo Gesù, Unico Signore e Salvatore, e che lo Spirito Santo ci guida a costruire relazioni di comunione autentica» (art. 1) sgombra il terreno dall’equivoco che l’ecumenismo sia una sorta di negoziazione alla ricerca di un compromesso che eluda le diversità e lo pone nella dimensione di una vocazione che tutti ci interpella, del nostro rispondere all’opera e alla chiamata dell’unico Signore: una sfida, insomma, a diventare tutti, se così posso dire, i cristiani che ancora non siamo.

Significativa, e non scontata, la presentazione (art. 2) della “scelta del dialogo” come strada da percorrere «anche quando le posizioni divergono e quando le pressioni interne o esterne alimentano fratture e dissidi tra noi e potrebbero dividerci». Il lavoro a gruppi, che è stato il cuore del Simposio – a giudicare da quanto ho vissuto in uno dei due gruppi dedicati al rapporto tra ecumenismo e sfera pubblica–, fa pensare che le Chiese cristiane in Italia abbiano  la maturità e la libertà necessarie per affrontare insieme anche i grandi interrogativi che emergono nel dibattito pubblico: sono per tutti una sfida, e li affrontiamo con visioni anche diverse, che possono però essere messe in dialogo.

La presenza delle diverse voci cristiane nella società – secolarizzata e post-secolare – non è concepita con l’intento di costituire un fronte comune volto a riconquistare spazi perduti, ma, molto “laicamente”, come contributo al «progresso materiale o spirituale della società», con un significativo richiamo alla Costituzione della Repubblica (art. 4, c. 2). Tra i fronti di questo impegno, accanto alla tutela della dignità della persona, alla promozione della pace, all’accoglienza dei poveri, alla custodia del creato, risaltano il “dialogo tra popoli, culture e religioni”, «la lotta contro l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma di discriminazione religiosa» (art. 3), l’affermazione della libertà religiosa per tutti e la volontà di intraprendere «un dialogo critico e costruttivo sul rapporto tra religione, laicità e politica nel contesto italiano» (art. 4).

PROSPETTIVE ECCLESIALI E PUBBLICHE

Le prospettive, che a Bari sono state vissute come attese sorrette dalla fiducia che questo sia un inizio, dipenderanno dalla ricezione, innanzitutto a livello locale, delle linee indicate dal Patto. 

C’è il proposito che momenti di incontro, di preghiera comune, ma anche di confronto sugli interrogativi che tutti abbiamo davanti, di interrogazione su che cosa, oggi,  siamo chiamati a dire e a fare guidati dall’ascolto della Parola di Dio, non siano soltanto episodi rituali o sporadici, ma diventino un modo di essere cristiani oggi.

Foto: Colomba © Josh Eckstein via Unsplash

Immagine di Daniele Garrone

Daniele Garrone

Presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei)

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