di Michele Lipori. Redazione Confronti.
Parità di genere: il mondo avanza al rallentatore e se l’Italia cresce in certi ambiti, resta sotto la media Ue. Senza politiche sul lavoro, cura e prevenzione della violenza, il gender gap è destinato a rimanere un fenomeno strutturale.
Nonostante alcuni progressi, la parità di genere resta un obiettivo lontano. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, a livello globale il divario tra uomini e donne è colmato solo al 68,8%. Il miglioramento rispetto al 2024 è minimo (+0,3 punti) e, mantenendo l’attuale ritmo, serviranno ancora 123 anni per raggiungere la piena parità.
I risultati migliori si registrano in ambito educativo (95,1%) e sanitario (96,2%), mentre restano profondi i divari nella partecipazione economica (61%) e soprattutto nel potere politico (22,9%), che richiederà oltre 160 anni per essere colmato. Il quadro sociale è altrettanto critico.
Secondo UN Women – l’Ente delle Nazioni unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile –, senza una decisa accelerazione sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile, entro il 2030 più di 351 milioni le donne e le ragazze potrebbero ancora vivere in povertà estrema. Nel 2024, inoltre, 64 milioni di donne in più rispetto agli uomini hanno sofferto di insicurezza alimentare. In questo scenario globale si inserisce la situazione italiana, segnata da forti contraddizioni.
Il Gender Equality Index 2025 dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (Eige) assegna all’Italia 61,9 punti su 100, collocandola al 12° posto tra i Paesi Ue, ancora sotto la media europea seppur in miglioramento (+9,4 punti dal 2015).
Le quote di genere hanno favorito l’accesso femminile ai vertici economici: con il 44% di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate, l’Italia è seconda nell’Unione. Ma al di sotto dei vertici emergono fragilità strutturali, soprattutto nel lavoro.
Il Paese è ultimo nell’Ue su questo fronte: solo il 33% delle donne raggiunge un’unità di lavoro equivalente a tempo pieno (Full-Time Equivalent, Fte), contro il 53% degli uomini – un indicatore che tiene conto non solo dell’occupazione formale, ma anche delle ore effettivamente lavorate. Ne consegue che la durata media della vita lavorativa femminile si ferma a 28 anni, la più bassa d’Europa.
Il divario salariale intra-familiare è inoltre il più ampio dell’Unione: nelle coppie le donne guadagnano in media il 53% rispetto al partner. A pesare è anche un carico di cura sproporzionato: il 65% delle donne svolge quotidianamente lavori domestici (contro il 28% degli uomini) e, tra i genitori, il 41% delle madri dedica oltre 5 ore al giorno ai figli, contro il 16% dei padri.
Non sorprende, quindi, che una madre single su cinque sia a rischio di povertà lavorativa. A sostenere queste disuguaglianze contribuiscono stereotipi ancora radicati: secondo l’Eige, il 65% degli uomini – e il 61% delle donne – continua a ritenere che gli uomini siano “naturalmente meno competenti” nelle faccende domestiche.
La violenza di genere completa il quadro. Secondo i dati Eige/Istat, infatti, il 32% delle donne italiane ha subìto violenza fisica o sessuale dai 15 anni (media Ue 31%), con un picco del 44% tra i 30 e i 44 anni. Globalmente, UN Women rileva che una donna su otto ha subìto violenze dal partner negli ultimi 12 mesi e, ogni anno, circa 4 milioni di bambine sono sottoposte a mutilazioni genitali.
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Michele Lipori
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