di Andrea Mercurio. Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani.
L’esplosione del reattore 4 della centrale di Chernobyl nel 1986 resta il più grave incidente nucleare della storia e uno spartiacque politico per l’Unione Sovietica. La gestione del disastro mise in luce le fragilità del sistema sovietico, contribuendo alla stagione della Glasnost e alimentando sentimenti indipendentisti in Ucraina. A 40 anni di distanza, la catastrofe continua a influenzare il dibattito sull’energia nucleare, anche in Italia.
«Nessuno sapeva di preciso cosa fosse successo. Si diceva che c’era stato un incidente alla centrale nucleare. Nessuno sapeva in che cosa consistesse o era stato informato dalle autorità». Yarina Grusha nel suo libro L’album blu (Bompiani, 2026), descrive così i giorni appena successivi al 26 aprile 1986, quando esplose il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, nell’Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche – Urss). Le vittime immediate furono oltre 40, ma le radiazioni fuoriuscite dal reattore causarono, negli anni successivi, malattie mortali, inclusi tumori alla tiroide, a decine di migliaia di persone, tra cui a molti dei soccorritori giunti sul luogo. Un evento che il regime sovietico provò a nascondere per mesi, ma che ancora oggi, esattamente a 40 anni di distanza, viene considerato il più grave incidente nucleare mai accaduto. Proprio a causa di questo disastro i genitori di Grusha, giorni dopo, si spostarono a Yampil – Oblast’ di Donec’k, nell’Ucraina dell’Est –, dove qualche mese dopo nacque Yarina. In seguito, assieme a molti altri bambini, lei ha fatto parte del progetto benefico I bambini di Chernobyl grazie al quale fu ospitata in Italia per tutelarne la salute.
UN DISASTRO ANNUNCIATO
Le cause del disastro furono molteplici, ma come ci spiega Simone Bellezza, docente di Storia contemporanea all’Università del Piemonte Orientale, rendono questo incidente «una buona cartina di tornasole di quello che non funzionava in Unione Sovietica».
Nella metà degli anni Ottanta l’Urss era un Paese in piena recessione economica e con un disperato bisogno di energia elettrica, da produrre localmente e non importata dall’estero. La tipologia di reattore presente a Chernobyl, denominata Rbmk – da Reaktor Bolshoy Moshchnosty Kanalny, ovvero “Reattore ad alta potenza a canali” –, già al tempo era considerata obsoleta e non sicura, motivo per cui tale tecnologia non è mai stata utilizzata in altri Paesi. Il regime sovietico continuava però a utilizzarla perché più economica, dato che non c’erano fondi per nuove ricerche scientifiche e non si poteva rinunciare all’energia elettrica prodotta in tal modo.
Il reattore 4 era stato inaugurato da poco e ancora necessitava di test per valutarne la potenza e la sicurezza. Uno di questi test venne programmato per il 25 aprile 1986 ma, proprio per garantire elettricità alla vicina città di Pripyat, si decise di posticiparlo alla notte successiva, un rinvio che non tenne conto del fatto che, a quell’ora, era in servizio personale meno specializzato ed esperto rispetto a quello dei turni precedenti.
All’1:23 il nocciolo del reattore 4 si fuse e poco dopo esplose, con una temperatura in quel momento cento volte superiore al normale. Ne derivò un vasto incendio e, soprattutto, la fuoriuscita di una quantità enorme di materiale radioattivo. «Quell’esperimento fu condotto in modo irresponsabile e in spregio agli standard di sicurezza e perfino al manuale operativo di quell’impianto» ci spiega Stefano Monti, presidente dell’Associazione nucleare Italiana.
Nelle ore precedenti all’esplosione erano stati disattivati in modo intenzionale sia il sistema di spegnimento di emergenza del reattore, sia il sistema di raffreddamento di emergenza del nocciolo. Oltre ciò, secondo Monti, già il fatto che la titolarità dell’esperimento fosse stata affidata a un tecnico non specializzato nella conduzione di impianti nucleari era una grave violazione degli standard di sicurezza internazionali.
A questi fattori si deve aggiungere sia l’assenza di un contenitore esterno di sicurezza, che avrebbe evitato la dispersione nell’ambiente della maggior parte della radioattività e che, già al tempo, era previsto per le centrali nucleari, sia la folle gestione della fase successiva all’esplosione, con il regime sovietico intento a negare o minimizzare per molti giorni la portata catastrofica dell’incidente. Michail Gorbačëv, già al Cremlino da circa un anno, tenne un discorso alla nazione parlando del disastro solo il 14 maggio 1986. Al riguardo Simone Bellezza spiega: «Il regime decise di svolgere in modo regolare persino la parata del primo maggio a Kiev con migliaia di persone presenti e quindi esposte a radiazioni fortissime». Paradossalmente, la gravità dell’incidente fu percepita dai cittadini europei ben prima che da quelli sovietici. Nelle centrali nucleari in Svezia, per esempio, i tecnici si accorsero che erano più radioattivi quando entravano rispetto a quando uscivano dall’impianto. Un fatto simile del resto lo racconta anche Edo Ronchi, ministro dell’Ambiente dal 2006 al 2008 e attualmente presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, il quale vari mesi dopo l’incidente, presso la centrale nucleare di Latina, scoprì di essere contaminato da cesio, probabilmente dopo aver mangiato dei funghi provenienti dai Paesi dell’Est Europa. «Fummo tutti molto coinvolti da quel disastro. Si vietò di consumare i cibi esposti all’aperto, si proibì il consumo di latte e verdure e i bambini dovevano stare attenti».
LA GOCCIA E IL VASO
L’incidente di Chernobyl influì notevolmente anche sulla politica del regime sovietico, sia a Mosca, sia a livello locale di Kiev. L’ultimo presidente dell’Urss sfruttò il disastro nucleare per far approvare la Glasnost, la politica della “trasparenza” da lui ideata, per aprire e liberalizzare l’Urss in tema di informazione. La mossa comunicativa fu abile poiché effettivamente il disastro di Chernobyl era stato aggravato dalla scarsa comunicazione tra le parti coinvolte, un concetto sottolineato anche da Bellezza: «L’incidente non avrebbe avuto tali proporzioni ed è su questo che Gorbačëv si basò per promuovere le sue riforme radicali, tra cui la Glasnost».
In Ucraina i fatti del 26 aprile 1986 hanno influito fortemente sul sentimento nazionalista, quindi anti-sovietico, della popolazione. L’idea che si diffuse in quei mesi è che Mosca non fosse più in grado di preservare gli interessi particolari di Kiev, un dubbio che a seguito della Glasnost arriverà fino alle più alte sfere della politica ucraina. Leonid Kravčuk, il primo presidente dell’Ucraina indipendente, nell’Urss era il presidente del Soviet supremo dell’Ucraina e, prima ancora, capo dell’Ufficio ideologico del Partito comunista in Ucraina, elemento che racconta di come anche la classe dirigente sovietica ucraina, dopo Chernobyl, abbia acquisito la consapevolezza del malfunzionamento del sistema e della necessità di un cambiamento. Le nuove parole d’ordine diventavano così l’indipendenza nazionale e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La stessa Grusha concorda nel considerare il disastro di Chernobyl come la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza verso l’Unione Sovietica.
In questo ambito è interessante il ruolo dei movimenti ambientalisti che nascono nella seconda parte degli anni Ottanta in molte delle Repubbliche sovietiche e che hanno sempre mantenuto una forte connessione con la questione dell’indipendenza. La posizione espressa da questi movimenti (in Ucraina, in Lituania o in Kazakistan) era che l’Unione Sovietica sfruttava le risorse naturali e inquinava in modo diffuso senza preoccuparsi dell’ambiente. Chernobyl, spiega Bellezza, è un momento di svolta poiché «coinvolge all’interno dei movimenti ambientalisti anche una parte della nomenclatura sovietica che governava l’Ucraina».
LE CONSEGUENZE IN ITALIA
Un riflesso importante del disastro avvenuto nel Nord dell’Ucraina si ebbe in Italia visto che l’8 e il 9 novembre 1987, ovvero dopo un anno e mezzo, i cittadini vennero chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari, di cui tre riguardavano in modo indiretto l’utilizzo del nucleare in Italia. Il quorum venne ampiamente superato per tutti e tre i quesiti e prevalse dunque l’orientamento contrario all’uso di questa fonte di energia. Ovviamente gli avvenimenti di Chernobyl ebbero un peso decisivo in quel voto, determinando sia la scelta di proporlo, sia il risultato finale. Riguardo alla gestione di quel momento Stefano Monti è molto critico poiché, a suo parere, l’Italia fu l’unico Paese al mondo a reagire con la «pancia anziché con la mente». L’incidente ebbe un impatto devastante sull’opinione pubblica ma, sempre secondo Monti, il nostro Paese gestì la comunicazione dell’evento senza riconoscere che un simile incidente sarebbe stato impossibile in qualsiasi altro impianto del mondo: «In quel momento in Italia non si trattava di avviare un programma nucleare, semmai di potenziare il settore portando a compimento l’impianto di Montalto di Castro». Ronchi sottolinea invece che, sebbene Chernobyl abbia aumentato di molto le preoccupazioni su questa fonte di energia, il potenziale nucleare italiano è sempre stato molto limitato. «La centrale di Montalto di Castro era in costruzione, quella di Caorso in funzione, a Trino Vercellese si andava verso la chiusura mentre Latina e Garigliano erano ormai chiuse da tempo».
Diversa invece era la situazione negli altri Paesi europei dove, sempre secondo Monti, la politica reagì in maniera diversa, adottando criteri di sicurezza più stringenti. Anche Serhij Plochij, docente all’Università di Harvard, nel suo libro Chernobyl. Storia di una catastrofe nucleare (Rizzoli, 2019) mette in evidenza come la reazione fu diversificata in base alla rilevanza che ogni Stato accordava al nucleare.
LO SPETTRO DELLA CRISI ENERGETICA
Il 40° anniversario dell’incidente di Chernobyl acquista ancora maggior importanza in Italia poiché il tema del nucleare è tornato nel dibattito politico, anche a causa del periodico acuirsi delle crisi energetiche. Fin dalla nomina il governo presieduto da Giorgia Meloni ha più volte citato l’uso di questa fonte di energia come necessaria per limitare in misura consistente l’utilizzo dei combustibili fossili. Gran parte della discussione ruota attorno ai siti dove collocare le centrali e alle modalità di smaltimento dei rifiuti radioattivi generati. «Il territorio italiano non è fra i più idonei per le centrali nucleari» commenta Ronchi, il quale poi elenca i vari fattori contrari: «Le aree montane non possono essere utilizzate e lo stesso vale per le aree a rischio sismico e idrogeologico». Secondo lo stesso ex ministro però, i piani dell’attuale governo si scontreranno prima di tutto con la questione economica. «Il governo non è disposto a utilizzare fondi pubblici, ma non vedo imprese private pronte a investire le considerevoli cifre necessarie a costruire un reattore».
La decisione rispetto ai luoghi è invece, per Monti, un problema soprattutto politico poiché esisterebbero decine di siti poco abitati e adatti a ospitare una centrale nucleare e il relativo deposito per gli scarti. Si tratta però di una decisione che non può essere imposta ed è quindi sottoposta a problemi di accettabilità da parte dell’opinione pubblica: «Deve essere chiaro che la mancata costruzione ha ragioni politiche, non perché non esistano soluzioni praticabili».
Il dibattito riguardo all’energia nucleare è quindi ancora vivo, sia in Europa che in Italia e, dopo 40 anni, storicizzare correttamente il disastro di Chernobyl può aiutare a non commettere l’errore dell’Urss e di Valerij Legasov che, nel 1986 a Vienna, esponendo la sua relazione al meeting dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica – Aiea disse, per sua stessa successiva ammissione, «la verità, ma non tutta la verità».
Ph. Chernobyl © Yves Alarie 7 CopyLeft
Andrea Mercurio
Giornalista pubblicista. Esperto di Balcani
