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Chernobyl: una lezione ancora da imparare

di Michele Lipori

di Michele Lipori. Redazione Confronti

A quarant’anni dall’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, il disastro continua a influenzare il dibattito globale sul nucleare. Oltre alla catastrofe tecnica, l’incidente ha mostrato che la sicurezza nucleare dipende anche da trasparenza politica, cooperazione internazionale e stabilità geopolitica.

 Il 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl – città nel Nord dell’attuale Ucraina, a circa 15 km dal confine con la Bielorussia e a circa 100 km a Nord di Kiev – esplose durante un test di sicurezza. Quarant’anni dopo, quel disastro continua a definire il dibattito globale sulla sicurezza nucleare. 

L’esperimento che portò alla catastrofe

L’incidente avvenne durante un test per verificare se il reattore potesse produrre energia durante la fase di spegnimento. Per garantire il successo dell’esperimento, gli operatori smantellarono 7 meccanismi di sicurezza che avrebbero dovuto spegnere automaticamente il reattore in caso di emergenza.

Il reattore Rbmk utilizzato a Chernobyl aveva inoltre un difetto di progettazione: a bassa potenza diventava instabile. Quando la potenza fu ridotta, il sistema reagì con un improvviso picco energetico. L’esplosione distrusse il tetto del reattore e liberò una nube radioattiva che raggiunse 10mila metri di altitudine e venne dispersa dai venti e dalle piogge verso Nord e Nord-Ovest. Oltre alle vaste aree di Bielorussia, Ucraina e Russia, la contaminazione era misurabile in tutto l’emisfero settentrionale.

Per anni le autorità sovietiche attribuirono la responsabilità solo all’errore umano. Documenti emersi dopo il crollo dell’Urss hanno invece rivelato oltre 30 difetti tecnici nel progetto del reattore e un sistema politico che privilegiava segretezza e rispetto delle scadenze rispetto alla sicurezza delle persone.

Le conseguenze

Le conseguenze furono immediate: 2 operatori morirono nell’esplosione; circa 30 pompieri e soccorritori morirono entro tre mesi per sindrome acuta da radiazioni; 134 lavoratori ricevettero dosi altissime di radiazioni (di questi, 28 morirono nei primi tre mesi successivi all’incidente).

La città di Pripyat, a tre chilometri dalla centrale e abitata da circa 55mila persone, fu evacuata 40 ore dopo l’incidente. Nel solo 1986 furono allontanate dalle aree contaminate 115mila persone, mentre negli anni successivi gli sfollati superarono 330mila.

Il fallout radioattivo coinvolse gran parte dell’Europa. Furono rilasciati oltre 100 radionuclidi (nuclidi instabili che decadono in nuclidi più stabili, emettendo energia sotto forma di particelle subatomiche dotate di notevole energia cinetica e/o radiazioni elettromagnetiche ad alta energia), tra cui iodio-131 (particolarmente pericoloso per la tiroide) e isotopi persistenti come cesio-137 (noto per la sua elevata radiotossicità e persistenza ambientale) e stronzio-90 (un isotopo radioattivo dello stronzio, prodotto dalla fissione nucleare dell’uranio, avente un’emivita radioattiva di 28,8 anni), che hanno causato una contaminazione a lungo termine delle aree agricole e delle foreste. L’impatto iniziale fu inoltre letale per la flora e la fauna più vicine al sito, come nel caso della cosiddetta “Foresta rossa” (il nome deriva dal colore assunto dagli alberi morenti che assunsero una tonalità rosso-marrone), pesantemente colpita dalle radiazioni.

Per contenere il disastro furono mobilitati circa 600mila “liquidatori”: pompieri, soldati, tecnici e minatori incaricati di rimuovere terreno contaminato e costruire il primo “sarcofago” di cemento sopra il reattore distrutto. Le conseguenze sanitarie di questa fase continuano a essere studiate: al 2005 sono stati registrati oltre 6mila casi di tumore alla tiroide tra chi era bambino al momento dell’incidente e molti dei “liquidatori” ancora in vita soffrono tutt’oggi di malattie croniche legate all’esposizione alle radiazioni.

Chernobyl come fattore di disgregazione dell’Urss

L’esplosione del reattore della centrale nucleare di Chernobyl contribuì inoltre ad accelerare il processo di disgregazione dell’Urss. Il disastro si connotò rapidamente non solo come un problema di ordine tecnico, ma sfociò rapidamente in una crisi politica e di legittimità dell’intero sistema sovietico. Il silenzio iniziale delle autorità – quasi due giorni prima di informare la popolazione – e la gestione opaca dell’emergenza, culminata nella decisione di far svolgere regolarmente la parata del Primo maggio a Kiev nonostante l’elevata radioattività, minarono profondamente la fiducia dei cittadini nello Stato. Allo stesso tempo l’evento contribuì a rendere inevitabile la politica di apertura promossa da Mikhail Gorbachev: la glasnost si tradusse in un inedito spazio pubblico di critica, nel quale giornalisti e scienziati iniziarono a discutere apertamente le responsabilità e le conseguenze sanitarie del disastro. In diverse Repubbliche sovietiche, soprattutto in Ucraina e nei Paesi baltici, la gestione di Chernobyl alimentò inoltre il risentimento verso il potere centrale di Mosca e favorì la nascita di movimenti nazionalisti e indipendentisti, come il movimento Rukh (acronimo che sta per Movimento popolare dell’Ucraina) che ha guidato la lotta per l’indipendenza dell’Ucraina, segnando la transizione post-sovietica e riallacciandosi all’esperienza della Repubblica popolare Ucraina del 1917. Oggi, il termine è spesso associato a Sotsialnyi Rukh (Movimento sociale), un’organizzazione di Sinistra attiva nella resistenza contro l’invasione russa. A ciò si aggiunsero i costi economici enormi della bonifica e del reinsediamento di centinaia di migliaia di persone, che aggravarono ulteriormente una crisi economica già profonda: secondo Gorbachev (in un’intervista contenuta nel documentario del 2006 La bataille de Tchernobyl di Thomas Johnson), l’Urss spese circa 18 miliardi di rubli per le operazioni di contenimento e decontaminazione, una cifra che contribuì a mettere in grave difficoltà le finanze statali. Per la sola Bielorussia, nel 2005 il costo complessivo delle conseguenze del disastro nei trent’anni successivi è stato stimato in 235 miliardi di dollari. Lo stesso Gorbachev avrebbe poi ammesso che «il collasso nucleare di Chernobyl […] fu forse la vera causa del crollo dell’Unione Sovietica». In questo senso, Chernobyl mise a nudo le fragilità strutturali del sistema sovietico e contribuì a trasformare la sfiducia sociale in una pressione politica che avrebbe accompagnato, pochi anni dopo, lo scioglimento dell’Urss.

Il confronto con Fukushima

Chernobyl resta il più grave incidente nucleare civile della storia. Il confronto con il disastro di Fukushima (2011) – l’unico insieme a Chernobyl classificato “livello 7” (quello più elevato) nella International Nuclear Event Scale (Ines) la scala che classifica gli eventi in base a tre aree d’impatto: persone e ambiente, barriere radiologiche e di controllo, difesa in profondità  chiarisce la portata dell’evento.

  • Morti dirette da radiazioni: circa 30 a Chernobyl, nessuna a Fukushima.
  • Area contaminata: oltre 200mila km² in Europa contro circa 1.100 km² in Giappone.
  • Rilascio di cesio-137: circa 85 petabecquerel (unità di misura della radioattività del Sistema Internazionale, usata per misurare l’attività di sorgenti radioattive molto intense), più del triplo rispetto a Fukushima.

La differenza principale, oltre che la motivazione per cui si verificò l’incidente (a Fukushima fu innescato da un terremoto di magnitudo 9.0 e dal successivo tsunami che ha travolto la centrale) fu la gestione della crisi: nel 1986 l’informazione fu ritardata e l’evacuazione tardiva, mentre nel 2011 le evacuazioni furono quasi immediate.

Il sarcofago e la memoria del disastro

Nel 1986 il reattore fu coperto da una struttura provvisoria di acciaio e cemento. Nel 2019 è stato completato il New Safe Confinement, una gigantesca cupola d’acciaio progettata per isolare il sito per almeno un secolo e permettere lo smantellamento del vecchio “sarcofago” in cemento. L’opera è stata finanziata attraverso il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) con contributi da parte di oltre 45 Paesi. Il costo totale dell’opera è stimato in circa 2 miliardi di euro e la struttura è stata ufficialmente consegnata all’Ucraina nel luglio 2019. Nel frattempo la zona di esclusione, con un raggio di 30 km, e un’area totale di circa 2.600 km², è diventata un paradossale laboratorio ecologico: in assenza di attività umana sono tornati lupi, cavalli di Przewalski e altre specie selvatiche.

L’utilizzo del “rischio nucleare” a scopo bellico

Negli ultimi anni Chernobyl è tornata al centro della geopolitica. Nel 2022 il sito è stato occupato dalle truppe russe, che hanno scavato trincee nella “Foresta rossa” e danneggiato sistemi di monitoraggio. Inoltre, il 14 febbraio 2025, il New Safe Confinement è stato colpito deliberatamente da un drone russo Geran-2, provocando uno squarcio di circa 15 metri quadrati nella cupola, compromettendo la sua funzione di confinamento primario. La perforazione ha infatti causato la perdita del controllo dell’umidità interna, esponendo la struttura a un grave rischio di corrosione; inoltre, l’elevata radioattività presente in corrispondenza del foro ha paralizzato la missione di smantellamento del vecchio sarcofago in cemento. Si stima che le riparazioni dovrebbero costare oltre 500 milioni di euro, ma la guerra tra Russia e Ucraina rende difficile l’intervento internazionale.

In un recente dossier della Heinrich Böll Stiftung si parla del comportamento dell’esercito russo nei confronti di Chernobyl come «un’eredità del disprezzo totalitario sovietico per la vita umana» finalizzata a usare il rischio nucleare «come asset strategico per esercitare pressione sull’Ucraina e sull’Europa».

Una lezione ancora incompleta

Il disastro ha influenzato pesantemente le decisioni di Paesi come l’Italia e l’Austria, che hanno scelto di abbandonare o vietare la produzione di energia nucleare a seguito di referendum popolari influenzati dallo shock dell’incidente. L’incidente ha avuto anche un’altra conseguenza: dopo il 1986 sono state create, infatti, convenzioni internazionali sulla notifica degli incidenti e sulla sicurezza nucleare, promosse principalmente dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea). 

Tra le principali convenzioni, si ricordano:

  • Convenzione sulla tempestiva notifica di un incidente nucleare (1986): conclusa nello stesso anno del disastro, che stabilisce l’obbligo di informare prontamente gli altri Stati in caso di incidente;
  • Convenzione sull’assistenza in caso di incidente nucleare o emergenza radiologica (1986): focalizzata sulla cooperazione e l’aiuto tra nazioni durante le emergenze;
  • Convenzione sulla protezione fisica del materiale nucleare (1989): adottata per garantire la sicurezza e la protezione dei materiali nucleari;
  • Convenzione sulla sicurezza nucleare (1998): mira a mantenere elevati standard di sicurezza nelle centrali nucleari civili;
  • Convenzione sulla gestione sicura del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi (2001): entrata in vigore per regolare lo smaltimento e lo stoccaggio sicuro dei materiali di scarto.

Sebbene queste convenzioni rappresentino un passo in avanti fondamentale, le fonti evidenziano alcuni limiti strutturali: la partecipazione è infatti “su base volontaria” e non esistono meccanismi sanzionatori in caso di mancato rispetto delle norme. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha messo in luce un “vuoto” normativo nel diritto internazionale, poiché l’Aiea, pur essendo essenziale per il monitoraggio, non ha il mandato per imporre o far rispettare zone demilitarizzate attorno ai siti nucleari.

Quarant’anni dopo, Chernobyl non è soltanto il simbolo di un errore tecnologico. È anche la prova che la sicurezza nucleare dipende da fattori politici: trasparenza, cooperazione internazionale e stabilità geopolitica.

Ph. Foresta rossa © YJorge Franganillo from Barcelona, Spain, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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