Home ReligioniChiesa anglicana. La prima donna a Canterbury tra tensioni e rischio scisma

Chiesa anglicana. La prima donna a Canterbury tra tensioni e rischio scisma

di Luca Attanasio

di Luca Attanasio. Giornalista e scrittore

L’elezione di Sarah Mullally come prima donna arcivescova di Canterbury accelera le tensioni già presenti nella Comunione anglicana. Le critiche del fronte conservatore riunito nella Global Anglican Future Conference, rafforzato soprattutto da alcune Chiese africane, mettono in evidenza uno scontro più profondo che riguarda il ruolo delle donne, le questioni Lgbtq+ e il futuro equilibrio tra le Chiese del Nord e del Sud globale.

Che la Comunione anglicana stesse per imboccare uno dei periodi più delicati della sua storia, lo si era capito fin dall’ottobre scorso quando, dopo mesi di turbolenze, fu ufficializzata la notizia che Dame Sarah Mullally sarebbe divenuta il prossimo arcivescovo di Canterbury, prima donna in più di 1400 anni. Qualche ora dopo il ruandese Laurent Mbanda, presidente del Consiglio dei Primati della Gafcon (Global Anglican Future Conference, una serie di conferenze di vescovi e leader anglicani conservatori) scriveva senza tentennamenti: «Dopo mesi di preghiere e una lunga attesa, alla fine è arrivata la notizia. È quindi con rammarico che Gafcon accoglie oggi l’annuncio della nomina di Dame Sarah Mullally quale prossimo arcivescovo di Canterbury. Questa nomina delude gli anglicani di tutto il mondo, poiché la Chiesa d’Inghilterra ha scelto un leader che non farà altro che dividere ulteriormente una Comunione già frammentata». La frattura, poi, ha continuato ad allargarsi e ha preso forme addirittura più nette all’inizio di marzo, in occasione della Conferenza di Gafcon tenutasi ad Abuja, Nigeria. Tra il 3 e il 6 di quel mese, oltre 500 delegati – tra arcivescovi e leader da 27 Paesi – si sono riuniti per un incontro che già dal titolo faceva intendere le intenzioni polemiche: Scegli oggi chi vuoi servire. Il meeting di quelli che si autodefiniscono “Orthodox Anglicans”, si è concluso con la Abuja Affirmation, un documento nel quale si invoca un nuovo ordine nella Chiesa anglicana «dopo decenni in cui abbiamo richiesto, con umiltà e in preghiera, il pentimento di quei leader di alto rango della Comunione anglicana che hanno rinnegato la fede ortodossa con le parole e con i fatti» e si lancia una nuova campagna di ritorno alla vera fede dopo che «un numero significativo di province che si definiscono anglicane ha abbandonato l’autorità della Scrittura e non ha seguito fedelmente Cristo».

«NOI SIAMO LA COMUNIONE ANGLICANA»

Sebbene la Gafcon sia una realtà globale con rappresentanti da ogni continente, l’orientamento è fortemente influenzato dalle istanze africane. Il vento che soffia impetuoso da almeno un paio di decenni a questa parte, in grado di diffondersi e fare nuovi proseliti, soffia principalmente da quel continente. Ad Abuja, se si eccettuano pochi casi, quasi tutte le conferenze nazionali africane hanno mostrato molta più accondiscendenza verso Laurent Mbanda che Sarah Mullally. La ex infermiera, madre di due figli, assurta al soglio più alto della gerarchia anglicana, viene sostanzialmente misconosciuta da gran parte del continente che, al momento, detiene largamente il primato dei fedeli: dei 95 milioni circa di anglicani nel mondo, 60 risiedono in Africa, l’unico continente in cui l’Anglicanesimo (esattamente come il Cattolicesimo) è in costante crescita. 

I rappresentanti di Gafcon, però, rifiutano la parola scisma, non accettano di parlare di fuga dalla Comunione, semmai il contrario. «Come è sempre stato fin dall’inizio – dichiarano – non abbiamo lasciato la Comunione anglicana; noi siamo la Comunione anglicana». Il portavoce del gruppo conservatore Justin Murff, nel corso della Conferenza di Abuja, ha dichiarato a Reuters che Gafcon non intende staccarsi dalla Comunione anglicana, ma piuttosto «riorganizzarla e riallinearla» alle Scritture. «Non si tratta di uno scisma – ha aggiunto – ma di una rivendicazione di continuità». Se c’è qualcuno da incolpare per una situazione de facto scismatica, secondo Murff, sono le Chiese occidentali non quelle del Sud globale ree di aver «rotto la comunione» approvando «dottrine bibliche non tradizionali come le benedizioni alle coppie dello stesso sesso». 

La dichiarazione di Murff accende un riflettore su quello che per molti è il vero motivo alla base delle turbolenze che potrebbero portare a una divisione definitiva. «La questione della nomina di Sarah Mullally ad arcivescovo di Canterbury – spiega Clare Hayns, parroca di St Mary’s Church, Iffley, ad Oxford – sembra più un pretesto che la vera ragione alla base del conflitto. Si è voluto utilizzare la nomina di una donna per attaccare in realtà un orientamento ormai ben saldo all’interno della Chiesa verso la sessualità umana. Ci vedo più una sorta di manipolazione politica per attaccare le aperture attorno alla comunità Lgbtq+ piuttosto che una presa di posizione contro il ruolo delle donne nella Chiesa. La scelta di Sarah Mullally è stata un momento storico per noi, una cosa che solo 30 anni fa non potevamo immaginare. Nel 2012, quando sono diventata prete, ci fu una votazione per approvare le donne vescovo che non ebbe successo. Io pensai: “Non potrò mai diventare vescovo in tutta la mia vita”. Due anni dopo, invece, dopo un dibattito molto serrato, ci fu un ripensamento e fu nominata la prima donna vescovo. Da allora sono passati 12 anni e molte donne, anche in Africa, sono divenute vescovo, un fatto che ha portato tantissime energie nuove e positive nella Chiesa anglicana. Sarah Mullally a Canterbury, che viene dalla complessa esperienza di vescovo di Londra, confermerà questa nuova tendenza». 

IL NODO LGBTQ+

La Global Anglican Future Conference è nata nel 2008 per difendere quella che i suoi leader definiscono l’ortodossia biblica contro le tendenze “revisioniste” presenti nella Comunione anglicana. La Gafcon si oppone fermamente alle benedizioni delle unioni omosessuali e all’apertura di posizioni clericali e di leadership alle persone Lgbtq+, sostenendo che queste azioni abbandonano la Scrittura. Nella Dichiarazione di Gerusalemme, redatta nel giugno del 2008 al termine della prima conferenza Gafcon, si legge: «C’è un “Vangelo” diverso (cfr. Galati 1,6-8) che è contrario al Vangelo apostolico. […] Molti dei suoi sostenitori affermano che tutte le religioni offrono uguale accesso a Dio e che Gesù è solo una via, non la via, la verità e la vita. Promuove una varietà di preferenze sessuali e comportamenti immorali come diritto umano universale. Rivendica la benedizione di Dio per le unioni omosessuali in contrapposizione all’insegnamento biblico sul santo matrimonio. Nel 2003 questo falso Vangelo ha portato alla consacrazione di un vescovo che viveva in una relazione omosessuale». Da allora non è cambiato molto all’interno di questa significativa fetta del mondo anglicano, anzi, in alcuni casi, le posizioni si sono irrigidite. In Africa, ad esempio, si è cominciato a fare ricorso alla retorica anticolonialista per contrastare posizioni progressiste. Gafcon accusa Canterbury e l’emisfero occidentale dell’Anglicanesimo, di mantenere un ”rapporto coloniale” con le Chiese africane e di imporre visioni etico-sociali elaborate in Inghilterra che sono estranee alla cultura del continente. Ciò origina un evidente paradosso di leader africani che in nome del panafricanismo e dell’anti-colonialismo, si scagliano contro visioni inclusive e optano per posizioni che risultano patriarcali. 

«È vero che altri guardano al genere – è sicura Dalcy Badeli Dlamini, vescovo della Chiesa anglicana di Eswatini, Provincia dell’Africa meridionale, presente alla cerimonia di insediamento di Sarah Mullally a Canterbury lo scorso 25 marzo – ma quando Dio sceglie una persona, non guarda al genere. Dio guarda al cuore e pone sempre una semplice domanda: “Simone di Giovanni, vuoi pascere i miei agnelli? Sei disposto a seguirmi?”. Così l’arcivescovo Sarah e molti di noi che sono stati chiamati al ministero hanno risposto alla vocazione. Il Dio che servo dice che “non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né uomo né donna”, ma che siamo tutti chiamati al ministero. Gafcon ha le proprie convinzioni e le difende, io, da parte mia, sono convinta che Dio mi abbia chiamata perché ho udito la Sua voce, quindi, che Dio parli attraverso una donna o un uomo, per me ciò che conta è che Dio parli. La cerimonia a Canterbury è stata un momento di comunione, non di divisione, un momento di consapevolezza del fatto che facciamo parte di una grande famiglia ed è importante da ora in poi sostenere la 106ª arcivescova con la preghiera e in ogni modo in cui Dio ci darà l’opportunità di farlo».

«La nomina di Sarah Mullally ad arcivescovo di Canterbury – sostiene invece Ignatius Makumbe, vescovo anglicano dello Zimbabwe centrale – ha suscitato reazioni contrastanti e, a mio parere, non ha apportato alcun valore alla comunione. Ha anzi allargato le crepe, perché l’ordinazione delle donne non è una posizione condivisa, soprattutto dai Paesi africani. La reazione delle Chiese anglicane africane è variegata, ma posso dirle con certezza che non si respira aria di festa né entusiasmo. Credo che in pochi si siano congratulati con lei, alcuni solo per formalità. Per quanto riguarda la posizione della Chiesa anglicana in Zimbabwe, la scelta è quella di rimanere nella Comunione anche se la sensazione che l’Inghilterra operi scelte non condivise alle quali i Paesi africani non partecipano, è diffusa. Temo che da ora in poi la comunione non sarà più forte come una volta, penso che le crepe si faranno sempre più profonde e non si potrà far finta che Gafcon non esista né che non sia un organismo molto forte. Infine non sono molto sicuro di cosa accadrà alla prossima conferenza di Lambeth [la riunione assembleare di tutti i vescovi della Comunione anglicana che ha luogo ogni dieci anni nel Lambeth Palace, a Londra, sede dell’arcivescovo di Canterbury]. Prevedo che molti vescovi africani non parteciperanno. Già l’esistenza del Gafcon ha influito sulla partecipazione a questa conferenza ed è triste vedere così indebolita la Comunione».

UN’EREDITÀ SCOMODA

Sarah Mullally, al di là della questione di genere, eredita una chiesa anglicana probabilmente mai così divisa e dovrà affrontare sfide epocali in un periodo in cui da una parte la secolarizzazione, proprio a partire dall’Inghilterra, rende sempre più evidente lo scollamento della Chiesa dalla società, dall’altra quella fetta maggioritaria di fedeli che rappresenta inevitabilmente il futuro dell’Anglicanesimo, attraverso i suoi leader, manifesta segni di chiarissima insofferenza e desideri di autonomia. Come se non bastasse, la sua nomina arriva dopo le dolorose dimissioni del suo predecessore Welby costretto al passo indietro per non aver reagito in modo adeguato alle accuse rivolte al molestatore seriale John Smyth: le rivelazioni emerse a seguito di un rapporto commissionato dalla Chiesa d’Inghilterra su Smyth hanno provocato una crisi quasi esistenziale all’interno della Chiesa. Riuscirà ad essere all’altezza del complicatissimo compito? «La scelta di Sarah Mullally come Arcivescovo di Canterbury – conclude Rose Okeno, vescova di Butere, Kenya, prima vescova diocesana del Paese, anch’essa presente alla cerimonia di insediamento – mette in luce i doni che le donne apportano alla leadership e ci ricorda che la Chiesa è in continua crescita e rinnovamento grazie allo Spirito. Ci invita a confidare nel fatto che Dio è ancora all’opera tra noi. Ho ascoltato le preoccupazioni espresse alla Conferenza Gafcon di Abuja e le prendo sul serio. Non si tratta solo di dibattiti: provengono da persone che amano la Chiesa e desiderano esserle fedeli. Anche quando non siamo d’accordo, siamo comunque chiamati a camminare insieme nella carità, ad ascoltare attentamente e a cercare Cristo gli uni negli altri».

Ph. Cattedrale di Canterbury © Tomasz Zielonka / CopyLeft

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