di Roberto Bertoni Bernardi. Giornalista e scrittore
Giovanni Amendola, liberale e anti-fascista, incarnò la resistenza civile e intellettuale nell’Italia degli anni Venti. La sua vita e il suo impegno giornalistico rivelano la forza delle idee di libertà e la drammatica fragilità della democrazia italiana dell’epoca.
Se c’è un simbolo dell’aberrazione del Fascismo, questo è Giovanni Amendola. Liberale, vicino alle posizioni dell’allora direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini, convintamente e fieramente anti-fascista ma, al contempo, anti-comunista, contrario sia alle camicie nere che al Bolscevismo, era, nell’Italia di inizio Novecento, un emblema di ciò che avrebbe potuto essere la nostra democrazia e purtroppo non è stata. Analizzare la sua figura, dunque, è il miglior modo, a un secolo di distanza dalla scomparsa, per comprendere fino in fondo la matrice illiberale, criminale e disumana del Fascismo, la cui essenza non risiede tanto nella Marcia su Roma quanto nel pervicace tentativo – ahinoi, riuscito – di sopprimere ogni forma di dissenso, a cominciare da quello proveniente da ambienti non tacciabili di alcuna forma di estremismo.
LA PARABOLA DI UN LIBERALE
Nato a Napoli nel 1882, ebbe una parabola politica complessa, subendo una fascinazione per la teosofia, prima di abbracciare, per un breve periodo, la carriera accademica e poi, soprattutto, l’attività giornalistica e politica. Interventista sia nell’ambito della guerra coloniale in Libia che in occasione della Prima guerra mondiale, si arruolò come tenente di artiglieria sul fronte dell’Isonzo e venne insignito con la medaglia di bronzo al valor militare.
Nel 1918, fu tra i promotori del Patto di Roma: un accordo tra i rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell’Impero austro-ungarico e l’autodeterminazione dei popoli. Un’iniziativa poi contraddetta dalla politica attuata dal ministro degli Esteri Sidney Sonnino, con il quale Amendola polemizzò aspramente per un biennio.
Vicino a posizioni nittiane, si candidò alle elezioni politiche del 1919 con il partito Democrazia liberale e venne rieletto nel maggio del 1921.
Il 26 gennaio 1922, insieme a Giovanni Ciraolo e Andrea Torre, diede vita a Il Mondo: un quotidiano per l’epoca rivoluzionario, ostile a Giolitti e in grado di annoverare, fra le firme della cultura, personalità come Trilussa, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Piero Gobetti e un certo Curt Erich Suckert, il futuro Curzio Malaparte.
Dopo la fondazione del Partito democratico Italiano, ad opera dello stesso Amendola e di Francesco Saverio Nitti, il quotidiano ne divenne, di fatto, l’organo ufficiale: una decisione non condivisa da Torre che, per questo, lasciò la direzione, poi assunta da Alberto Cianca.
Ostile al Fascismo, Amendola non fece mai mistero delle sue convinzioni, al punto di scrivere: «Veramente la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito “totalitario”; il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente dì nutrire anime che non siano piegate nella confessione: “credo”. Questa singolare “guerra di religione” che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell’Italia, possiamo rispondere che noi l’avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l’avevano ancora scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza – la vostra e non l’altrui – vi preclude con una plumbea ipoteca l’avvenire».
Aggredito una prima volta il 26 dicembre del 1923, nel giugno del 1924, in seguito al delitto Matteotti, scrisse su Il Mondo: «Quanto alle opposizioni, è chiaro che in siffatte condizioni, esse non hanno nulla da fare in un Parlamento che manca della sua fondamentale ragione di vita. […] Quando il Parlamento ha fuori di sé la milizia e l’illegalismo, esso è soltanto una burla». Si pose, quindi, a capo di quella che passerà alla storia come Secessione dell’Aventino, l’estremo atto di dignità di un’opposizione divisa e incapace di fare fronte comune davanti a un Fascismo resosi improvvisamente impopolare e contrastato anche da un quotidiano come il Corriere della Sera che poco dopo, previo processo di normalizzazione, ne sarebbe divenuto uno dei massimi sostenitori.
Il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, in cui il “duce” rivendicò sostanzialmente la paternità dell’omicidio del deputato socialista e diede il via alla dittatura vera, attraverso il progressivo annientamento di ogni voce critica, accelerò il destino di un uomo che era entrato da tempo nel mirino del regime.
E così, mentre si trovava a Montecatini Terme per compiere la cura delle acque, l’albergo in cui alloggiava venne preso d’assedio da un gruppo di facinorosi; in quel momento, il federale lucchese Carlo Scorza gli garantì la possibilità di lasciare la località senza subire conseguenze ma, in realtà, lo trasse in inganno perché, superata Pieve a Nievole, la vettura su cui viaggiava, con a bordo tre militanti fascisti, venne assaltata da una banda di squadristi che lo massacrò a bastonate.
Riparato in Francia, prima a Parigi e poi a Cannes, morì il 7 aprile 1926, presso la clinica Le Cassy Fleur, per le conseguenze dell’aggressione subita.
Sulla sua lapide, a Cannes, venne scritta una frase: «Qui vive Giovanni Amendola… aspettando». Nel 1950, la salma fu traslata in Italia e tumulata presso il Cimitero di Poggioreale a Napoli.
REFRATTARIO AGLI ESTREMISMI
Come detto, se pensiamo a un galantuomo che da posizioni liberali, refrattario a ogni estremismo, mosse al Fascismo critiche puntuali e lungimiranti, pensiamo pertanto a Giovanni Amendola, capace, insieme a Gobetti e pochi altri, di comprendere per tempo la portata eversiva, omicida e devastante di un modello politico che, non adeguatamente contrastato nel nostro Paese, fece scuola, diffondendosi a macchia d’olio nel resto d’Europa.
Cosa resta di lui un secolo dopo? L’eredità politica, raccolta in particolare dai figli Giorgio e Pietro, entrambi figure di spicco del Pci, la straordinaria passione civile, il coraggio di osare dove altri avevano preferito fermarsi, la potenza della scrittura, il carattere tutt’altro che accomodante, l’indisponibilità ai compromessi al ribasso ma, soprattutto, ci rimane l’esempio, mai come ora essenziale, in quest’Italia che si sta di nuovo fascistizzando non per motivi di governo o di fazione, o meglio non solo, ma perché questa è l’aria che, a cent’anni di distanza, spira purtroppo nel mondo. Al che vien voglia non solo di studiare la figura di Amendola ma di inserirla nel pantheon ideale di una Sinistra che voglia essere minimamente credibile per sfidare una Destra che, a livello globale, ha assunto da tempo i tratti del trumpismo e dell’eccesso, fino a lasciarsi andare a video generati con l’intelligenza artificiale che qualificano chi li ha ideati. Di fronte a un pericolo reale, e ribadiamo non solamente italiano, riscoprire il profilo di un uomo che si è battuto a costo della vita per le proprie idee, esprimendole con fermezza e senza mai scadere in alcuna forma di volgarità, ci sembra un buon modo per ravvivare un dibattito asfittico e, a tratti, addirittura controproducente. Senza dover pagare un prezzo così alto, ci mancherebbe altro, ma basterebbe insomma la lungimiranza che distingue gli statisti da coloro che si schierano in base alla convenienza del momento, fino a quando non vengono travolti dalla portata degli eventi.
Ph. Giovanni Amendola © Comune Salerno.it, Public domain, via Wikimedia Commons
Roberto Bertoni Bernardi
Giornalisa e scrittore
